1.    Breve storia della scrittura

Trentamila anni fa gli uomini raccontavano già storie con disegni, pitture e simboli. E ci sono culture in cui pratiche molto lontane dalla scrittura costituiscono, però, sistemi coerenti di simboli. Ma la scrittura propriamente detta apparve solo dal momento in cui si costituì un insieme organizzato di segni o di simboli, attraverso i quali fu possibile materializzare e fissare con chiarezza ogni pensiero, sentimento, emozione. Un sistema di questo genere non si elaborò in un giorno. La storia della scrittura è una storia lunga, lenta e complessa che ebbe inizio quando l'uomo, abbandonata la vita nomade e imparata l'agricoltura, con la proprietà e con gli scambi, avvertì il bisogno di contare, registrare, scrivere. Imparare a scrivere non volle dire, però, abbandonare per sempre forme di comunicazione miste in cui codice figurativo e codice linguistico coesistono e talora si fondono in un uso espressivo e integrato della lingua scritta.

2.    Iscrizioni rupestri

La scrittura non è stata nè la prima nè l'unica invenzione dell'uomo per comunicare mediante segni tracciati o incisi. Già prima della comparsa della scrittura immagini realistiche e figure simboliche (img) erano usate come sistema di comunicazione scritta. Tra il 25.000 e il 15.000 a.C. si sviluppò la grande arte parietale, testimoniata dai disegni e dalle pitture delle grotte di Lascaux (img), in Dordogna, di Altamira, (img) in Spagna e di molti altri siti in Europa e nel mondo. Intorno a 10.000 anni fa si possono collocare le ossa e i ciottoli dipinti e incisi del Mas d'Azil (img) e della Valle delle Meraviglie (img), mentre più tarde sono le incisioni rupestri di Tanum, in Svezia (img), e della Val Camonica (img). Non sappiamo se si tratti di arte che propone solo se stessa, di disegni-messaggio, o di segni rituali e magici, poichè si tratta di linguaggi di cui ignoriamo il codice. Qualunque fosse l'intenzione di chi li ha tracciati, questi segni muti ampliano il messaggio, eccitando la nostra immaginazione.

3.    Scrittura tridimensionale

L'esigenza di fissare per iscritto una lingua può sembrare ovvia. Ma c'è un'esigenza più ampia, forse universale, che è quella di cifrare per iscritto non una lingua, ma un universo di concetti. Anche pratiche apparentemente lontane dalla scrittura come il tatuaggio e le altre varie forme di scrizione corporea (img) si rivelano sistemi coerenti di simboli scritti con significati specifici, rilevanti per la comunità e per chi li porta. La scrittura può servirsi addirittura di oggetti tridimensionali, che evadono dalla superficie piatta che per noi si associa all'idea dello scrivere.

Scrittura per oggetti

Il nodo è una delle forme più semplici e forse più antiche di avviamento alla scrittura e la "scrittura" per oggetti era molto diffusa. Prima dell'uso dei segni si ha, infatti, presso i popoli primitivi, la scelta e l'esposizione di oggetti o complessi di oggetti, per richiamare alla memoria il ricordo dei fatti o il loro svolgimento. Tali sono i pacchetti di sale, pepe, betel, dei primitivi messaggeri di Sumatra, le reticelle di giunco di certe tribù australiane, la récade o il bastone scolpito degli africani del Dahomey, i vasi antropomorfi incaici, il calumet degli indiani del nord America. I "churinga" sono oggetti ancor oggi usati da gruppi di cacciatori australiani, durante le loro cerimonie magiche. Un caso classico di scrittura per oggetti ci viene raccontato anche da Erodoto e ci mostra come talora i segni muti risultino più eloquenti dei testi scritti, pur presentando oggettivi problemi di decodificazione.

Vasi incaici

Un esempio affascinante di "scrittura" per oggetti è costituito dai vasi antropomorfi incaici. Uno sguardo anche solo superficiale ai vasi peruviani classici fa notare la sostanziale somiglianza della forma base del vaso, a due corpi uniti da un manico trasversale, e la diversità delle facce che ne compongono la parte figurata. Non abbiamo nessuna fonte che ci informi sull'uso di questi vasi, ma la grande diversificazione dei loro tipi all'interno di un modulo base costante fa sembrare molto verosimile l'ipotesi che i vasi venissero modellati di volta in volta per codificare un particolare messaggio e che come messaggi appunto venissero poi recapitati al destinatario da un messo, il chasqui, che è invece noto dalle fonti

Recadi

In luoghi diversi la scrittura per oggetti si tipicizza e i vari oggetti vengono realizzati in modo omogeneo. Un esempio è costituito dalle recadi usate nel regno africano del Dahomey. La rècade (il termine, come il francese récade, è parola occidentale, adattamento del portoghese recado, cioè commissione, ambasceria) era un'accetta con la lama figurata, più raramente un bastone scolpito, che cifrava un messaggio regale, recato appunto al destinatario da un messaggero. Oggi non siamo in grado di leggere intuitivamente nè questa nè alcun'altra scrittura per oggetti e nemmeno di arrischiarne una possibile interpretazione, ma questo accade per qualunque comunicazione visiva di cui si ignori completamente il contesto.

Churinga australiani

I "churinga" (img) sono piccole lastre di pietra, (possono essere anche pezzi di legno), con dei segni incisi in un certo ordine: cerchi concentrici, linee, sbarrette, quadrati. Questi segni che a noi appaiono incomprensibili, in realtà, al cacciatore australiano danno una serie di informazioni: le vie da seguire, i luoghi dove ritrovarsi, i messaggi che altri gli hanno lasciato, i movimenti dei danzatori e degli stregoni nel corso di un rito. Possiamo supporre che le tracce, le tacche e i segni che i primi uomini impressero su ossa, pietra e roccia, avessero significati analoghi.

Un racconto di Erodoto

Lo storico greco Erodoto (484-420 a.C.), nelle "Storie" narra che i re sciti, minacciati dalla potenza persiana, inviarono al re Dario non un ambasciatore con tanto di credenziali, bensì un semplice messaggero che, giunto davanti al sovrano, gli consegnò in dono un uccello, un topo, una rana e cinque frecce. Dario interpretò l'inconsueto presente come una dichiarazione di resa degli sciti, delle loro terre e dei loro fiumi. Infatti: il topo vive sulla terra; la rana sulle sponde dei corsi d'acqua; l'uccello è veloce come un cavallo (e il nerbo dell'esercito scita era costituito proprio dalla cavalleria!); le cinque frecce indicavano l'arco, cioè l'arma prediletta dagli sciti. Ma un dignitario del re se ne uscì con l'interpretazione opposta. Secondo lui il tenore del messaggio era questo: "A meno che voi persiani non diventiate uccelli e non fuggiate per le vie del cielo, o topi e non vi nascondiate nelle viscere della terra, o rane e non saltiate negli stagni, sarete trafitti da queste cinque frecce e non farete mai più ritorno nel vostro paese".

4.    Prime forme di scrittura

Finchè i popoli primitivi seguivano le mandrie degli animali migranti che procuravano loro il cibo, non fu possibile sviluppare qualcosa di più oltre alla semplice comunicazione gestuale e verbale. Non è certo una coincidenza che il primo sistema di segni che si può chiamare scrittura sia stato tracciato nelle prime terre arabili: là aumentarono la prosperità e il numero delle persone, quindi anche il bisogno di tenere registrazioni di transazioni, proprietà e pratiche religiose. I primi tentativi di scrittura furono disegni che divennero poi segni convenzionali senza alcun rapporto, inizialmente, con i suoni che emettiamo. Il salto decisivo consistette nel far in modo che i segni rinviassero al suono delle parole. L'evoluzione dalle pitture ai simboli, ai segni fonetici, all'alfabeto, deve essere stata sollecitata da considerazioni di rendimento e di vantaggio, ancora valide per molti uomini della nostra era.

Pittogrammi

Le forme più embrioniche di scrittura sono state serie di immagini, organizzate in sequenza lineare, utilizzate per raccontare una storia, lasciare un messaggio o annotare informazioni utili in avvenire. Universale e sempre valida, la registrazione per mezzo del disegno è però lunga, faticosa e non sempre chiara. La fase successiva, quindi, fu quella della riduzione, della stilizzazione e della standardizzazione delle immagini, in modo da poterle disegnare rapidamente, facilmente e senza ambiguità, costituendo un codice. Se con i pittogrammi (img), segni elementari delle scritture pittografiche, si possono rappresentare oggetti particolari, non è invece possibile "disegnare" nello stesso modo, concetti come la luce, il giorno, il tempo, per i quali furono creati pittogrammi nuovi, che prendono il nome di ideogrammi.

Pittogrammi moderni

La scrittura pittografica non è comprensibile sempre, a tutti e comunque. La cifratura, però, non passa per le forme di una lingua determinata, ma individua referenti ben identificabili cui agganciare nodi conoscitivi: se si riconoscono quei nodi e si conosce il contesto in cui si collocano, la comprensione è più immediata della decifrazione di una parola e, a parità di sfondo culturale, taglia fuori la diversità della lingua. A conferma di ciò anche oggi, in luoghi di interesse turistico, aeroporti e stazioni, in occasioni sportive, o per oggetti destinati all'esportazione, si fa ricorso a simboli estremamente stilizzati (img), immediatamente leggibili e interpretabili in modo non ambiguo.

Ideogrammi

I veri e propri sistemi di scrittura nacquero quando si rinunciò alla somiglianza, cioè alla conservazione della forma dell'oggetto da rappresentare. La stilizzazione fantastica che rende irriconoscibili gli oggetti, le immagini astratte e i simboli, non si imposero di colpo; accanto agli ideogrammi (img), segni che soltanto una convenzione imparata e ricordata a memoria associa a un oggetto o a un'idea, convissero a lungo le vecchie immagini pittografiche. Con la scrittura ideografica nulla impedisce di inventare segni per idee astratte, qualità, relazioni. Gli ideogrammi sono un mezzo valido per rappresentare parole isolate e per comunicare informazioni semplici con facilità e rapidità, ma per esprimere idee complesse e per la narrativa, la scrittura ideografica è ingombrante, poichè raggiunge, appena si esca da un livello primitivo, l'ordine delle migliaia e delle decine di migliaia di segni. Nell'intuizione di usare certi segni già esistenti per indicare non l'idea, ma il suono della parola rappresentata, c'è il germe del sistema fonetico, una scrittura radicalmente nuova, molto più semplice e potente di quella ideografica.

Scritture ideografiche

Gli unici ad usare ancor oggi una scrittura ideografica sono i Cinesi, la cui lingua, per le sue particolarità, ha i requisiti ideali per essere scritta attraverso ideogrammi. Ciò fa della scrittura cinese, assai più della lingua parlata che differisce totalmente dal nord al sud del paese, l'elemento di unità linguistica della Cina. Gli ideogrammi, comunque, resistono, almeno per usi circoscritti, anche presso chi utilizza scritture alfabetiche. Noi, per esempio, ne facciamo uso soprattutto quando scriviamo i numeri, veri e propri ideogrammi, ma anche nei segni convenzionali sulle carte geografiche, nelle insegne di farmacie, posti telefonici, tabaccherie. Scrittura fonetica

Il salto decisivo che portò alla scrittura vera e propria, consistette nel fare in modo che i segni rinviassero non più soltanto a oggetti, esseri viventi, concetti, ma anche al suono delle parole della lingua parlata. L'astuzia dei Sumeri e poi quella degli antichi egizi fu di utilizzare un procedimento semplice come un gioco: il rebus (img). Essi ebbero l'idea di servirsi di pittogrammi che designavano non gli oggetti direttamente rappresentati, ma altri oggetti dal nome foneticamente simile. Proprio come nei nostri rebus, dove il disegno di un amo e quello di un re non hanno nulla a che vedere con la pesca e con la monarchia, ma significano amore. Per fare un altro esempio, il pittogramma sumero della freccia,"ti", designava anche la vita, che si pronunciava appunto "ti". L'adattamento del simbolo al suono fu molto graduale e andò di pari passo con la semplificazione dei segni che rappresentarono prima sillabe e infine singole lettere.

Alfabeto

L'invenzione dell'alfabeto fonetico è attribuita ai Fenici. La sua comparsa però non fu improvvisa. Già nel XIV secolo a.C., ad Ugarit, si utilizzava un sistema di scrittura di soli 30 segni. Nel Sinai, dove gli Egiziani impiegavano manodopera semitica nelle miniere di turchesi, si adoperava un sistema di 35 segni, simili nella forma ai geroglifici egiziani. Ogni segno doveva esser letto con la consonante iniziale dell'oggetto rappresentato. Alla fine del II millennio i Fenici, partendo da queste basi, svilupparono un loro alfabeto di 22 segni consonantici, che venivano tracciati da destra verso sinistra. Ogni segno aveva valore fonetico, corrispondeva cioè a un suono. Le iscrizioni sul sarcofago di re Ahiram di Biblo (img) costituiscono il più importante esempio dell'alfabeto fonetico fenicio. Grazie ai navigatori fenici l'alfabeto si diffuse rapidamente in tutto il Mediterraneo occidentale. Nel IX secolo fu adottato dai Greci che, per primi, annotarono anche le vocali. Dai Greci la scrittura fonetica passò agli Etruschi e da loro ai Latini. Il nostro alfabeto, come tutti gli alfabeti di oggi, proviene dalla scrittura semitica occidentale: Perfino il nome ha origini lontane: deriva infatti dalle prime due lettere dell'alfabeto greco, alfa e beta, aleph e beth dei Fenici.

Diffusione e modificazioni dell'alfabeto

Se si guarda oggi un planisfero (img), colpisce la vastità dell'area di diffusione dell'alfabeto nelle sue più diverse forme; solo l'Estremo Oriente resiste alla sua espansione, specialmente Cina e Giappone, a causa anche delle caratteristiche delle lingue locali, che difficilmente l'alfabeto riuscirebbe a rendere. Naturalmente diffusione dell'alfabeto non significa adozione di un'identica forma delle lettere; la forma dei segni venne data dai creatori dei diversi alfabeti, o suggerita da vecchie scritture sopraffatte nelle terre dove l'alfabeto si diffuse, e talvolta è nata dal senso estetico individuale o collettivo. Ciò che è importante è che fu accolta l'idea rivoluzionaria di rappresentare ogni singolo suono con un segno.

Alfabeto

L'invenzione dell'alfabeto fonetico è attribuita ai Fenici. La sua comparsa però non fu improvvisa. Già nel XIV secolo a.C., ad Ugarit, si utilizzava un sistema di scrittura di soli 30 segni. Nel Sinai, dove gli Egiziani impiegavano manodopera semitica nelle miniere di turchesi, si adoperava un sistema di 35 segni, simili nella forma ai geroglifici egiziani. Ogni segno doveva esser letto con la consonante iniziale dell'oggetto rappresentato. Alla fine del II millennio i Fenici, partendo da queste basi, svilupparono un loro alfabeto di 22 segni consonantici, che venivano tracciati da destra verso sinistra. Ogni segno aveva valore fonetico, corrispondeva cioè a un suono. Le iscrizioni sul sarcofago di re Ahiram di Biblo (img) costituiscono il più importante esempio dell'alfabeto fonetico fenicio. Grazie ai navigatori fenici l'alfabeto si diffuse rapidamente in tutto il Mediterraneo occidentale. Nel IX secolo fu adottato dai Greci che, per primi, annotarono anche le vocali. Dai Greci la scrittura fonetica passò agli Etruschi e da loro ai Latini. Il nostro alfabeto, come tutti gli alfabeti di oggi, proviene dalla scrittura semitica occidentale: Perfino il nome ha origini lontane: deriva infatti dalle prime due lettere dell'alfabeto greco, alfa e beta, aleph e beth dei Fenici.

Diffusione e modificazioni dell'alfabeto

Se si guarda oggi un planisfero (img), colpisce la vastità dell'area di diffusione dell'alfabeto nelle sue più diverse forme; solo l'Estremo Oriente resiste alla sua espansione, specialmente Cina e Giappone, a causa anche delle caratteristiche delle lingue locali, che difficilmente l'alfabeto riuscirebbe a rendere. Naturalmente diffusione dell'alfabeto non significa adozione di un'identica forma delle lettere; la forma dei segni venne data dai creatori dei diversi alfabeti, o suggerita da vecchie scritture sopraffatte nelle terre dove l'alfabeto si diffuse, e talvolta è nata dal senso estetico individuale o collettivo. Ciò che è importante è che fu accolta l'idea rivoluzionaria di rappresentare ogni singolo suono con un segno.

Commistioni verbo-visive ed uso espressivo della lingua scritta

"A che cosa serve un libro, (...) senza figure e senza dialoghi?", si chiedeva Alice nel celeberrimo libro di Carroll. E davvero le immagini sono state e sono parte integrante dei testi verbali e lo sono per eccellenza nel fumetto. Ma anche le stesse lettere dell'alfabeto e la parola scritta, nei settori in cui maggiormente spiccano i valori espressivi, cioè nei campi della poesia, dell'espressione artistica e della persuasione pubblicitaria, hanno spesso un carattere di grande spettacolarità e di forte impatto emotivo.

 

Università di Bologna “Alma Master Studiorum”

Facoltà di Lingue e Letterature Straniere  -  Linguistica Applicata