La radio

Dobbiamo ricordare, anche a questo proposito, che il telegrafo esisteva dal 1844 e il telefono dal 1877. La possibilità di trasmettere con le “onde hertziane” era nota da quando l’aveva dimostrata Rudolph Hertz nel 1888. Guglielmo Marconi aveva fatto i primi esperimenti di trasmissione a distanza nel 1895 e ottenuto un collegamento fra l’Inghilterra e la Francia nel 1897. Nel 1901 realizzò la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni su scala “globale”.

Ma si trattava di telegrafo in codice “digitale” (alfabeto Morse) – e non era broadcasting, comunicazione diffusa. Né Marconi né altri in quel periodo avevano immaginato che potesse nascere qualcosa come la radio.
(Vedi La nascita della radio e l’evoluzione turbolenta).

Le “radiodiffusioni” sono un concetto completamente diverso dal “telegrafo senza fili”. Si svilupparono vent’anni più tardi. Dopo gli esperimenti fra il 1906 e il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920 negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse in Europa (in Italia nel 1924).

I sistemi di “audioregistrazione” nacquero molto prima della radio. Nel 1877 (lo stesso anno in cui nacque il telefono) Thomas Edison aveva brevettato il “fonografo”, un registratore a cilindro pensato inizialmente come strumento per la voce (cioè un “dittafono”) – ma si capì quasi subito che poteva essere usato per anche per la musica. Il primo grammofono a disco fu realizzato da Emile Berliner in Germania nel 1887. La prima applicazione “commerciale” fu un disco di brani cantati da Enrico Caruso registrato a Milano nel 1902.

La “discografia” ebbe una crescente diffusione il tutto il ventesimo secolo, favorita anche dalle trasmissioni di musica per radio. Dal 1948 cominciò a diffondersi la riproduzione dei suoni (in particolare della musica) su nastro magnetico – e dal 1979 quella “digitale” su supporti ottici (i cosiddetti compact disk). E da quando esiste l’internet, ma più intensamente dal 2000, c’è la diffusione diretta della musica registrata, con tutte le polemiche che ne derivano per il contrasto fra il “diritto d’autore” e la “libertà di copiare”. Ma molti musicisti dicono che era migliore la qualità delle incisioni su vinile...

Il cambiamento portato dalla radio fu una trasformazione profonda dei sistemi di comunicazione. Il concetto di broadcasting, di trasmissione estesa e immediata, non era mai stato pensabile, nella storia dell’umanità, su una scala così ampia.

È vero che le emittenti nacquero locali – e in buona parte ancora lo sono. La radio “di vicinanza” rimane una realtà importante. Ma già molti anni fa si potevano ascoltare, sulle “onde lunghe”, trasmissioni da luoghi remoti. Con la nascita della radio siamo entrati in quella realtà di comunicazione immediata e “globale” che rende quasi impossibile, per ci vive oggi, immaginare com’era il mondo quando non c’era alcuna risorsa di quel genere.

Non dobbiamo dimenticare che la radio si è sviluppata anche come strumento di comunicazione privata. La rete poco numerosa, ma estesa nel mondo, dei “radioamatori” ha avuto (e in parte ha ancora) un ruolo importante nei sistemi di comunicazione. E più tardi la citizen band si è diffusa con la creazione di comunità, come la proverbiale rete dei camionisti americani, che ha sviluppato un codice di comunicazione così particolare da far nascere dizionari della loro “lingua”. Le trasmissioni radio hanno trasformato profondamente il concetto di navigazione (nel mare, nell’aria e nello spazio). Insomma c’erano e ci sono, con strumenti radiofonici, attività di scambio e di dialogo paragonabili a quelle che si realizzano con la “posta elettronica” o con i telefoni cellulari.

Dopo la nascita della televisione molti hanno immaginato che potesse esserci un declino della radio. Ma così non è. La radio mantiene un ruolo importante e un ascolto diffuso, che non è stato sostituito da altri sistemi di comunicazione – e nulla lascia prevedere che possa avere un indebolimento nei prossimi anni.

Questo grafico mostra l’andamento degli abbonamenti alla radio dalle origini delle radiodiffusioni in Italia fino a quando quel genere di imposizione è scomparso.

 

Abbonamenti alla radio in Italia
numeri in migliaia – fonte: Istat

radio

Negli anni fra l’inizio delle trasmissioni radiofoniche e la seconda guerra mondiale la diffusione della radio stava crescendo, ma con una penetrazione non molto estesa rispetto alla popolazione. Nel 1940 c’erano 1.300.000 abbonamenti alla radio in Italia, con una crescita che tendeva ad accelerare. Durante la guerra l’ascolto della radio era ovviamente aumentato – la diminuzione degli abbonamenti è da attribuire alla difficoltà di “adempiere” al pagamento del canone o a disattenzione per quei “doveri” burocratici in situazioni difficili e preoccupanti.

Uno sviluppo più forte si è avuto nel dopoguerra, per effetto di un crescente benessere e di una nuova situazione culturale. La minor crescita, e poi diminuzione, che segue alla nascita della televisione non è dovuta a un “abbandono” della radio, ma semplicemente al fatto che l’abbonamento radiofonico veniva “compreso” in quello televisivo.

Ovviamente è cambiato il modo di ascoltare la radio, ma (come risulta anche dai recenti studi del Censis) questo rimane uno dei mezzi di informazione (e di svago) più diffusi.

Nel prossimo grafico vediamo una curva “inventata” e del tutto arbitraria, ma coerente con la realtà dei fatti, che proietta lo sviluppo della radio in Italia oltre la fase di declino degli abbonamenti.

 

Diffusione della radio in Italia
numeri in migliaia – proiezione su dati Istat

radio

Il tracciato “immaginario” sembra indicare anche per la radio, come per la televisione, il raggiungimento di una “soglia” oltre la quale il numero di ascoltatori si stabilizza e non può più crescere. Ma non è necessariamente così. Mentre la televisione raggiunge la quasi totalità delle persone, la radio ha una penetrazione elevata ma non “universale”. È probabile che rimanga, come dimensione complessiva, più o meno stabile, ma non si può escludere che nuove proposte, nuovi contenuti o una maggiore specializzazione possano creare ulteriori possibilità di crescita.

Anche se non si realizzasse un aumento del (già molto elevato) numero totale di persone che ascoltano la radio, ci sono ancora larghi spazi per aumentare la selettività e la varietà delle proposte e così offrire a pubblici diversi, come alle esigenze individuali delle persone, una più ricca scelta di proposte e di servizi. Mentre la televisione fatica a uscire dalla monotonia “generalista”, la radio è per sua natura un mezzo di ascolto prevalentemente individuale – e può più facilmente offrire contenuti “tagliati su misura” per una grande varietà di esigenze e di gusti

La televisione

All’inizio la televisione ebbe uno sviluppo discontinuo. C’erano stati esperimenti di trasmissione “elettromeccanica” di immagini nel 1884. Il tubo catodico era stato inventato nel 1897. La televisione esisteva come tecnologia sperimentale nel 1925 – a colori nel 1929. Le prime trasmissioni televisive avvennero in Gran Bretagna nel 1936 e negli Stati Uniti nel 1939. Ma la televisione cominciò a diffondersi dopo la seconda guerra mondiale. Molti, all’inizio, credevano che non sarebbe stata più di un giocattolo snobistico per pochi.

Dopo cinque anni di trasmissioni sperimentali, un regolare servizio televisivo cominciò in Italia nel 1954. Nello stesso anno si realizzò il primo collegamento in eurovisione.

Le prime trasmissioni a colori avvennero nel 1953, ma cominciarono a diffondersi nel 1960 (in Italia “divieti” politici impedirono la televisione a colori fino al 1977).

Il primo videoregistratore fu realizzato dalla Ampex nel 1956. Nel 1970 la Sony propose il sistema U-matic, tuttora dominante nel settore professionale. Nel 1975 lanciò il Betamax, che ebbe un successo iniziale, ma fu poi sostituito dal Vhs, nato nel 1976. Il “caso Betamax” è diventato proverbiale come esempio di sconfitta di una tecnologia di qualità superiore per affermazione commerciale di una meno valida.

I videoregistratori sono largamente diffusi nelle famiglie italiane, ma poco usati. Occasionalmente per vedere cassette, raramente per registrare. Il quadro potrà forse cambiare con la diffusione dei DVD (chiamati all’origine digital video disk proprio perché la loro maggiore capacità permette la riproduzione di un film) o con altre tecnologie che si potranno sviluppare. Ma quelle eventuali evoluzioni sono, ovviamente, imprevedibili.

La situazione della televisione in Italia, come tutti sappiamo, è cambiata più di vent’anni fa. Nel 1976 una sentenza della Corte costituzionale, dopo ventidue anni di incontrastato dominio della televisione pubblica, dichiarò incostituzionale il monopolio.

Uno sconcertante errore dell’intera classe politica (di ogni tendenza e partito) portò al tentativo di mantenere il controllo della Rai sulle trasmissioni nazionali e di favorire una dispersione di piccole emittenti locali. Il risultato fu una mancanza di norme chiare, che non impedì lo sviluppo di reti nazionali private, ma ne perse il controllo.

La situazione di “duopolio” risultante è quella che conosciamo, con tutte le conseguenze su cui si continua a discutere. Compreso il predominio di un “generalismo” appiattito che non favorisce lo sviluppo di qualità più precise e più adatte alle esigenze di un pubblico molto meno “omogeneo” di come lo si immagina secondo i cliché della “cultura di massa”.

Sembra che le evoluzioni debbano essere tutte affidate alle “nuove tecnologie”, come satellite, cavo, “piattaforma digitale” eccetera. Su questo tema ritornerò poco più avanti. Intanto vediamo quale è stato lo sviluppo dimensionale della televisione in Italia. Il prossimo grafico mostra la crescita degli abbonamenti dal 1954 al 2002.

 

Abbonamenti alla televisione in Italia
numeri in migliaia – fonte: Istat

televisione

È abbastanza sorprendente constatare che c’è stata una crescita anche negli ultimi due decenni del secolo scorso – solo in parte attribuibile all’aumento delle “unità abitative” (cioè del numero di famiglie piccole o di persone che vivono da sole). Una leggera accelerazione a metà degli anni ’80 può essere attribuita alla più ampia scelta di programmi derivante dallo sviluppo delle emittenti commerciali (ma è molto modesta rispetto all’andamento generale). Dalla metà degli anni ’90 si è arrivati a una soglia sostanzialmente insuperabile perché rappresenta la quasi totalità della popolazione.

L’Italia non è, come qualcuno potrebbe immaginare, la nazione più “televisiva” del mondo – né dell’Europa. Questo è il numero di televisori, in proporzione al numero di famiglie, in 14 paesi dell’Unione Europea più gli Stati Uniti.

 

Televisori in 15 paesi
Televisori a colori per 100 famiglie – fonte: The Economist

televisione

Come è noto ed evidente la penetrazione della televisione è quasi totale in tutti i paesi che non soffrono di gravi restrizioni. La differenza non sta nel numero di televisori – e neppure nel numero di persone che guardano, più o meno spesso, la televisione. Sta nel genere, qualità e varietà dei programmi, nel modo in cui si guarda e si “fruisce”, nella maggiore o minore ricchezza della gamma di strumenti utilizzata.

Sono molto più estese, purtroppo, in Italia quelle categorie di persone che alla televisione aggiungono poche altre risorse. Insomma quella larga parte (circa metà) della popolazione italiana che soffre di scarsità non è “ricca” di televisione, ma “povera” di altri strumenti di informazione e comunicazione.

 

 

“Nuovi” sistemi?

In Italia non si è mai sviluppata la televisione “via cavo”, che in altri paesi ha avuto una larga diffusione. I motivi sono vari, ma il principale è uno. Quando stava per aprirsi la possibilità della diffusione “via cavo” in Italia, fu scelto invece di “liberalizzare” le trasmissioni “via etere”. Un’improvvisa crescita del numero di canali disponibili distolse l’attenzione dalle possibilità che avrebbe offerto lo sviluppo di aree “cablate” (che in altri paesi sono state, parecchi anni fa, anche il primo strumento di accesso alle trasmissioni satellitari). Anche nella ricezione delle trasmissioni dai satelliti l’Italia è in forte ritardo. Ora la situazione si sa evolvendo, ma ovviamente è troppo presto per poter fare ipotesi o previsioni su come si svilupperà nei prossimi anni.

La televisione a cinquecento o mille canali è ormai da tempo una concreta possibilità tecnica. Se si realizzasse permetterebbe un cambiamento radicale dei comportamenti. Ognuno potrebbe scegliere il programma che vuole, all’ora che preferisce. Ma la televisione “generalista” è radicata nelle abitudini (più di chi produce la televisione che di chi la guarda). Produrre e organizzare i contenuti necessari per una televisione più selettiva, che offra a ciascuno una larga libertà di scelta, è un’impresa molto impegnativa. Ciò che la tecnologia permetterebbe di realizzare in tempi brevi probabilmente si farà attendere ancora per parecchi anni.

Il telefono

Il telefono è nato nel 1877. Sembra che davvero un italiano, Antonio Meucci, avesse inventato un apparecchio di quel genere.. Ma la soluzione che si diffuse fu quella di Alexander Graham Bell, da cui prese il nome la Bell Telephone Company, la prima grande impresa telefonica della storia.

Per molti anni il nuovo strumento rimase il privilegio di pochi. Solo dopo la prima guerra mondiale la situazione cominciò a cambiare . Ma non molti avevano il telefono. Vediamo l’andamento in Italia in questo grafico.

 

Telefoni in Italia
Numeri in migliaia – fonte: Istat

telefono

 

Fino al 1950 la diffusione del telefono era molto limitata. Era considerato normale, per otto decimi della popolazione, usare il telefono solo occasionalmente, da un “posto pubblico”, o da una cabina, o dal luogo di lavoro (se e quando era consentito). Anche dieci o venti anni dopo la maggior parte delle famiglie italiane non aveva il telefono in casa.

Nel 1925 c’erano 130.000 telefoni in Italia. Arrivarono a 500.000 nel 1940, a un milione nel 1951. Anche negli anni della crescita economica la diffusione del telefono non aumentava molto velocemente. Solo nel 1967 si superarono i 5 milioni, nel 1976 i 10, nel 1988 i 20 milioni di linee fisse, mentre stavano cominciando a diffondersi, anche se in numeri ancora piccoli, i telefoni cellulari. Nonostante questa crescita l’Italia è ancora arretrata. Il prossimo grafico riguarda la densità della telefonia “fissa” in otto paesi europei più Stati Uniti e Giappone.

 

Telefoni in 10 paesi
Linee telefoniche fisse per 100 abitanti – fonte: European ICT Observatory 2003

telefono

Vediamo che l’Italia è poco al di sopra della media europea. Dalle statistiche dell’Economist risulta che c’è una densità superiore alla nostra non solo in Olanda, Finlandia e Belgio, ma anche in Grecia – e in alcuni paesi dell’Asia, come Hong Kong, Taiwan e la Corea del nord.

Ma, come sappiamo, la situazione è cambiata in seguito all’improvvisa passione degli italiani per il cellulare. L’evoluzione più recente è riassunta in questo grafico.

 

Telefoni in Italia
Numeri in migliaia – fonte: Istat

cellulari

La telefonia mobile fu inventata nel 1947, ma i primi “cellulari” nacquero nel 1979 e furono messi in commercio nel 1983. Dieci anni più tardi cominciò una crescita più veloce, che ebbe una forte accelerazione fra il 1997 e il 1999, particolarmente in Italia. Il numero di telefoni cellulari ha superato quello delle linee “residenziali” nel 1998 e il totale delle linee “fisse” nel 2000. La curva di crescita ora si sta assestando, perché ci si avvicina a una soglia di “saturazione”.

In un mercato che ha raggiunto rapidamente la “maturità”, e perciò tende naturalmente ad appiattirsi, c’è un’ossessiva proliferazione di proposte che tentano di trasformare il telefono portatile in uno strumento con un’infinità di funzioni, dalla comunicazione video alla fotografia e a sistemi che “imitano” l’internet. È ovviamente impossibile prevedere quali e quante di queste possibili applicazioni saranno mode di breve durata, si stabilizzeranno come “nicchie” di limitata diffusione o entreranno più largamente nella gamma di strumenti di comunicazione e informazione.

Se è vero che un’epidemia di “cellulite” si è diffusa in Italia con particolare rapidità, ciò non significa che il nostro sia il paese con la più alta penetrazione dei telefoni cellulari. Secondo l’Economist c’è una densità maggiore nel Lussemburgo, a Taiwan e a Hong Kong. Ma, come vediamo da questo grafico, c’è ancora una differenza fra l’Italia e la maggior parte degli altri paesi. I dati sono direttamente confrontabili con quelli del grafico analogo sulla telefonia “fissa”.

 

Telefoni cellulari in 10 paesi
Telefoni cellulari per 100 abitanti – fonte: European ICT Observatory 2003

telefono

Le differenze si stanno progressivamente attenuando, perché anche negli altri paesi l’uso della telefonia mobile sta crescendo, anche se con un andamento meno improvviso di quello che si è verificato negli anni scorsi in Italia. In tutti i paesi qui considerati, fuorché negli Stati Uniti, il numero di cellulari ha superato quello delle linee fisse.

Sembra confermato, da alcune ricerche, che in Italia l’uso dei telefoni cellulari sia più spesso “ludico” o “frivolo” che altrove. Ma non è il caso di esagerare con la rilevanza di queste differenze, né immaginare che gli italiani (o i cittadini di altri paesi) siano “tutti uguali” e abbiano comportamenti omogenei. Le fasi di “innamoramento” di nuove tecnologie, specialmente quando sono percepite come “giocattoli”, tendono a esaurirsi – e possono crollare con la stessa velocità e imprevedibilità con cui sono cresciute. Si arriva, presto o tardi, a una “banalizzazione”. Disporre di risorse che sembravano sorprendenti diventa routine.

Per quanto riguarda la diffusione complessiva, inizialmente c’era stata una particolare accelerazione in Italia, ma ora anche dove la telefonia mobile cresceva meno rapidamente sta arrivando a una penetrazione elevata. E per quanto riguarda le abitudini e le modalità d’uso è probabile che nel medio-lungo periodo le differenze tendano ad attenuarsi fra i paesi con un più simile livello di sviluppo.

La distinzione fra telefonia “mobile” e “fissa” potrebbe, un giorno, tendere a sparire. Se e quando sarà adottato un nuovo metodo, per cui il numero telefonico sarà personale e indipendente dal tipo di connessione, diventerà possibile un sistema seamless di telefonia in cui il tipo di connessione non sarà più separato. (Vedi Quando le cuciture saranno invisibili). Dal punto di vista tecnico la cosa è fattibile da parecchio tempo, ma ci sono ovviamente ostacoli politici, normativi, organizzativi e tariffari. Una tendenza “naturale” all’abbassamento delle tariffe, basato sulla forte riduzione dei costi, è palesemente ostacolata dal desiderio delle compagnie telefoniche di tenere alti i prezzi, o addirittura di aumentarli, come sono riuscite a fare approfittando della rapida diffusione dei telefoni cellulari.

Gli strumenti elettronici

Sappiamo che l’elettronica è presente in quasi ogni aspetto della nostra vita. Oggi funzionano con sistemi elettronici i telefoni, le automobili, molti elettrodomestici, un’infinità di oggetti e aggeggi apparentemente banali. Anche la stampa dei giornali e dei libri è prodotta in elettronica.

Ma qui si tratta di esaminare la storia e la situazione attuale di due strumenti “relativamente nuovi” che sono entrati nella nostra “dotazione” di informazione e comunicazione: il personal computere l’internet.

(Per maggiori dettagli sulle origini del computer e delle reti elettroniche di comunicazione vedi la “cronologia” in appendice all’edizione online di L’umanità dell’internet).

 

 

 

Il computer

Le macchine da calcolo esistono da millenni. Come l’abaco, che in mani esperte non è un banale “pallottoliere”. Un tecnico o uno scienziato può fare, con un “regolo” manuale, calcoli di sorprendente complessità. E stiamo ancora cercando di capire come gli architetti antichi riuscissero a calcolare con raffinata precisione le strutture degli edifici.

Anche i calcolatori di oggi hanno origini meno recenti di quanto comunemente si immagina. È solo un’ipotesi che fra i disegni di Leonardo da Vinci ci fosse qualcosa che somigliava a un calcolatore. Ma è un fatto che l’utilità del sistema binario per le macchine da calcolo fu definita da Gottfried Leibnitz nel 1701. Leibniz aveva anche progettato un calcolatore meccanico il cui prototipo era stato realizzato nel 1671. Prima di lui Wilhelm Schickard aveva ideato un calcolatore a orologeria nel 1623 e Blaise Pascal una macchina da calcolo (ricordata come “la pascalina”) nel 1642.

Per un secolo questi sviluppi rimasero nella mente e nei laboratori di filosofi e scienziati. Una macchina basata sul prototipo di Leibnitz fu realizzata nel 1775. Ci furono altri sviluppi alla fine del Settecento. Ma la prima calcolatrice “messa in commercio” (in un numero limitato di esemplari) fu l’“aritmometro” di Charles de Colmar nel 1823.

Il “progenitore” dei computer di oggi fu la difference engine progettata da Charles Babbage a Cambridge nel 1823 – con diversi successivi sviluppi fra il 1834 e il 1847. Ma solo nel 1853 furono realizzate le prime applicazioni pratiche, che ebbero scarsissima diffusione.

 
Una di quelle macchine fu acquistata nel 1858 dall’osservatorio astronomico Dudley di Albany, New York – ma non usata seriamente (il direttore dell’osservatorio fu licenziato per quella spesa stravagante). Un’altra, comprata dal governo britannico, funzionò efficacemente e a lungo. Risultò altrettanto funzionante il modello sperimentale di una difference engine di Babbage costruito al British Museum nel 1989.
 

Nel 1848 George Boole definì i modelli algebrici che aprirono la strada alla realizzazione di elaboratori a calcolo binario novant’anni più tardi (si parla ancora oggi di “formule booleane”). Nel 1885 fu prodotta in serie una calcolatrice più compatta del precedente “aritmometro”. Nel 1889 fu inventata la prima calcolatrice stampante. Ma la produzione industriale di macchine da calcolo meccaniche cominciò nel 1892.

Un esempio curioso della discontinuità con cui si evolvono le tecnologie è il caso delle schede perforate. Erano usate nell’industria tessile, con i telai Jacquard, dal 1803 – e ce n’erano altri utilizzi, per esempio nella riproduzione meccanica della musica. Ma la prima applicazione alle macchine da calcolo avvenne nel 1890 quando, grazie a questa innovazione, il censimento americano, che nel 1880 aveva richiesto sette anni di elaborazione, fu completato in sei mesi.

Lee De Forest aveva realizzato la valvola elettronica nel 1906, ma il primo computer a valvole fu costruito nel 1939.

Nel 1935 nacque l’Ibm 601 – una macchina a schede perforate in grado di fare una moltiplicazione in un secondo. Nel 1937 Alan Turing a Cambridge sviluppò un progetto di computer, che fu realizzato negli Stati Uniti. La “macchina di Turing” è ancora oggi un punto di riferimento per valutare l’efficienza di un elaboratore.

Quello che è considerato “il primo calcolatore logico programmabile” pienamente funzionante fu una gigantesca macchina a valvole costruita in Inghilterra nel 1943 per motivi militari, chiamata “Colossus”. La sua funzione era decifrare i codici delle comunicazioni cifrate dell’apparato militare tedesco. Si dice che la risultante capacità di intelligence abbia accelerato di due anni la fine della guerra. L’esistenza di quella macchina fu tenuta segreta fino agli anni ’70.

Un altro “progenitore” dei computer elettronici era Emac, un’enorme macchina costruita nel 1946 (aveva 18.000 valvole e occupava uno spazio di 180 metri quadri). Poco più tardi, nel 1948, con l’invenzione del transistor si apriva la strada alla “miniaturizzazione”. Nel 1949 Edvac (electronic discrete variable computer) fu il primo a nastro magnetico. Il primo di produzione industriale fu l’Univac della Remington Rand nel 1951. Si stima che nel mondo, nel 1953, ci fossero cento computer.

Nel 1957 l’Ibm realizzò il sistema Ramac (random access method of accounting and control) che è considerato il progenitore dei hard disk. Era formato da 50 dischi di 60 cm. di diametro e aveva una capacità di cinque megabyte. Costava, in leasing, 35.000 dollari all’anno. L’ipotesi di una larga diffusione del computer sembrava ancora molto lontana.

Nel 1971 nacque il primo “microchip”. Il processore 4004, lanciato nel novembre di quell’anno, è il “progenitore” dei microprocessori di oggi. Qualche anno più tardi la Intel ha riconosciuto che l’autore di quel progetto era un ingegnere italiano, Federico Faggin. Nel 1975 fu prodotto il Cray 1, il primo “super computer”, che divenne l’unità di misura per le successive generazioni di macchine (a metà degli anni ’90 si superarono i mille “cray”).

A San Francisco nel 1968 Douglas Englebert dello Stanford Research Institute aveva presentato un sistema con tastiera, mouse e interfaccia “a finestre” (il mouse era stato inventato da Englebert nel 1964). Era nato così il personal computer, che tuttavia cominciò a diffondersi solo alla fine degli anni ’70.

Ciò che gli studiosi avevano capito da molto tempo si è progressivamente tradotto in pratica, man mano che le applicazioni concrete dimostravano come il computer non sia solo una macchia da calcolo. Per esempio le tecniche di scrittura erano nate da un altro percorso. Le prime macchine dattilografiche esistevano nel 1874 (ma solo nel ventesimo secolo hanno avuto una larga diffusione). Si sono poi evolute fino al word processing, che è stato definito come funzione della dattilografia nel 1960 – mentre il primo word processor per computer commercialmente diffuso è nato nel 1979.

Per altri percorsi si sono sviluppati i sistemi di duplicazione, fino alle fotocopiatrici e alle stampanti. E così il telex, il telefax e la posta elettronica. In un personal computer di oggi le capacità di calcolo sono solo una delle tante funzioni.

Sembra che sia tutta una storia molto recente. E infatti è vero che il computer è entrato nella vita quotidiana delle persone da circa vent’anni – e solo alla fine del ventesimo secolo ha raggiunto una diffusione paragonabile a quella di altri “elettrodomestici”. Ma è il frutto di un processo durato tre secoli, con un’evoluzione discontinua, che ha quasi sempre smentito, in un senso o nell’altro, le previsioni. Con lunghi rallentamenti o con inaspettate accelerazioni.

Questa intrinseca turbolenza è forse la caratteristica più importante dell’evoluzione tecnologica. Per capirne il senso, e individuarne i possibili sviluppi, è molto più utile studiare le situazioni culturali e i comportamenti umani che basarsi sulle tecnologie.

Intorno al 1980, quando ancora non si immaginava una diffusione estesa di computer per uso personale, cominciò a svilupparsi la convinzione che stavamo entrando in una nuova era. Dopo il nomadismo delle origini, i millenni della cultura e dell’economia agricola, e poi la rivoluzione industriale, era venuta, si diceva, l’era dell’informazione. Il che, in gran parte, è vero. Ma non ha, finora, raggiunto quegli sviluppi, umani e culturali, che era ragionevole immaginare, ma che nella realtà delle cose faticano a realizzarsi.

Per esempio Jean-Jacques Servan-Schreiber in Le Défi Mondial (1980) scriveva: «Nell’età post-industriale la “finitezza” di sempre, che ci opprimeva e ci imponeva la sua legge, si infrange. A portata degli uomini si trova finalmente la risorsa infinita, l’unica: l’informazione, la conoscenza, l’intelligenza». Non era, e non è, un sogno o un’utopia. È una possibilità reale. Se finora non si è realizzata non dipende dalle macchine e dalle risorse di comunicazione, ma dal nostro modo di essere e di pensare.

La disponibilità e la diffusione delle risorse continuano a crescere. Ci sono discordanze nei dati di varie fonti sulle vendite di personal computer in Italia, ma è credibile che fossero più che raddoppiate nel 2000 rispetto al 1995 e quadruplicate dal 1991. Non è chiaro se fra il 2001 e il 2003 ci sia stata una diminuzione o un rallentamento della crescita. Questo fenomeno (che si è verificato anche nel resto del mondo) non è dovuto solo a un cedimento economico e alle ridotte intenzioni di investimento da parte delle imprese. Riflette anche la (tardiva) percezione del fatto che non è utile sostituire macchine ben funzionanti con altre più “moderne”, ma non per questo più efficienti.

 
La cosiddetta “orgia tecnologica”, cioè la rincorsa dell’innovazione tecnica senza adeguato processo né chiara definizione di utilità, ha prodotto non solo enormi sprechi, ma anche diminuzioni di efficienza.

(Vedi Il paradosso delle tecnologie e La leggenda di Moore).
 

Comunque la diffusione e l’uso del computer continuano a crescere. C’è anche un notevole aumento del numero di persone che usano un personal computer in casa, come vediamo in questo grafico.

 

Personal computer in Italia
Persone che usano un PC in casa – numeri in migliaia – fonte: Federcomin

computer

Da altre fonti risulta che un andamento analogo è continuato nel 2003. La crescita è forte e non dà segni di rallentamento (né di accelerazione – ma spesso uno sviluppo “senza sbalzi” è più solido di quelli che mostrano brusche e instabili variazioni).

Per quanto riguarda un confronto internazionale, ci sono forti discordanze fra diverse fonti. Ma secondo le statistiche dell’Unione Europea sembra che l’Italia non sia più in una posizione molto “arretrata” da questo punto di vista. Nel prossimo grafico vediamo la diffusione di personal computer in 14 paesi dell’Unione più gli Stati Uniti.

 

Personal computer in 15 paesi
PC per 1000 abitanti – fonte: Eurostat

computer

La penetrazione, che continua a crescere anche nelle aree più avanzate (tipicamente, oltre agli Stati Uniti, la Scandinavia e il Benelux), conferma che c’è ancora un ampio spazio di sviluppo prima di arrivare a una fase di “maturità”. Ma quella parte l’Italia che dispone di adeguate risorse culturali si è avvicinata ai più progrediti livelli europei.

Ci stiamo avviando verso la situazione in cui, almeno nelle famiglie più “ricche” dal punto di vista dell’informazione e della comunicazione, il computer diventa un “elettrodomestico” di “normale dotazione”. Il problema, che resta ancora largamente da approfondire, è come viene usato. La domanda, cui non è facile rispondere, è se serve a scoprire nuove possibilità espressive e ad allargare gli orizzonti culturali – o se è solo, come accade in molti casi, “un altro modo di fare le stesse cose”.

 

L’internet

Era inevitabile che lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e dei sistemi di comunicazione portasse a qualcosa di simile all’internet. Strutture di dialogo e scambio in rete si sono sviluppate, indipendentemente l’una dall’altra, prima che il protocollo TCP/IP (cioè inter-net) diventasse la risorsa di base su cui i diversi sistemi si appoggiano.

Le origini concettuali si possono far risalire alla metà dell’Ottocento. Quando, per esempio, Ada Byron (figlia del poeta – nota come Lady Lovelace) si era interessata agli esperimenti di Charles Babbage con la difference engine, intuendo che lo sviluppo poteva portare non solo a “macchine calcolatrici”, ma anche a strumenti di informazione e comunicazione.

 
Di questi esperimenti abbiamo già parlato a proposito di computer

The Difference Engine è anche il titolo di un romanzo di fantascienza, scritto da William Gibson e Bruce Sterling nel 1990, in cui si immaginava che nell’Ottocento in Inghilterra si fosse diffuso non solo l’uso dei computer, ma anche qualcosa di simile all’internet, in base al lavoro di Charles Babbage e Lady Lovelace. Il libro, purtroppo, è mediocre, ma l’ipotesi è interessante.
 

Ma passarono più di cent’anni prima che ci fossero sviluppi reali.

Un progetto specifico era stato proposto nel 1945. In un articolo sull’Atlantic Monthly Vannevar Bush (vicepresidente del MIT e uno degli scienziati dell’Office of Scientific Research organizzato dal presidente Roosevelt) proponeva un sistema capace di costituire una rete mondiale di condivisione della conoscenza. Lo chiamava Memex. Il progetto non fu realizzato, ma contribuì a ispirare gli sviluppi che presero forma vent’anni più tardi.

Nel 1958 fu costituita l’Advanced Research Project Agency, per iniziativa del presidente Eisenhower e del suo ministro della difesa Neil McElroy (che non era un militare, ma un civile: veniva dalla Procter & Gamble).

Nel 1964 una proposta pubblicata da Paul Baran (Rand) delineava i princìpi di quell’idea di networking che vent’anni più tardi prese il nome di internet.

Nel 1965 Ted Nelson inventò il termine hypertext per definire un linguaggio che permetta una gestione articolata nei contenuti (un concetto che era già stato definito vent’anni prima nel progetto Memex). Nelson aveva sviluppato anche le basi tecnologiche per un progetto che chiamò Xanadu, simile al Memex. Ma anche questo, per il momento, non fu realizzato.

L’idea di networking era “nell’aria”. Era evidente che qualcuno, presto o tardi, l’avrebbe messa in pratica. Il primo esperimento basato sui principi Rand fu realizzato nel 1968 dal National Physics Laboratory in Gran Bretagna. Intanto negli Stati Uniti nasceva il Network Working Group.

Ma l’iniziativa più concreta fu quella dell’Advanced Research Project Agency, che dal 1965 stava studiando le possibilità del networking e nel 1969 lanciò il progetto ArpaNet.

 
Dal fatto che Arpa era un’agenzia del ministero della difesa si è dedotta la diffusa, ma in gran parte sbagliata, convinzione che il progetto di networking avesse obiettivi prevalentemente militari.
Vedi l’internet non è militare.
 

Fu stabilito il primo collegamento con quattro istituti universitari: l’UCLA a Los Angeles, l’UCSB a Santa Barbara, lo Stanford Institute e l’Università dello Utah. Si definì il primo protocollo di collegamento (NCPNetwork Control Protocol).

Nel 1971 nacque un nuovo sistema di “posta elettronica” – quello che oggi conosciamo come e-mail. Ray Tomlinson definì il programma per lo scambio di messaggi in rete. Nel 1972 fu adottato l’uso del segno @ (at) che in italiano è stato poi chiamato “chioccioletta”. Nello stesso anno fu costituito l’Inter Networking Group per definire gli standard della comunicazione in rete – e si cominciò lo sviluppo di quello che poi divenne il protocollo TCP/IP. C’erano 27 computer collegati all’ArpaNet.

Nel 1973 ci furono i primi collegamenti internazionali dell’ArpaNet con l’University College di Londra e con Norsar in Norvegia. Nel 1974 nacquero Telnet (il primo sistema che permette a chi ha un accesso a un servizio nella rete di collegarsi con un altro) e il protocollo FTP (File Transfer Protocol) che è ancora oggi largamente in uso.

Nel 1976 fu definito il protocollo UUCP (Unix to Unix copy) su cui dal 1979 si è basato lo sviluppo, indipendente dall’internet, dei newsgroup Usenet. (Dal 1986 è stato progressivamente adottato in Usenet il nuovo protocollo NNTPnetrwork news transfer protocol – ma la natura dei newsgroup rimane sostanzialmente invariata). Nel 1977 Dennis Hayes inventò il modem.

Nel 1981 c’erano 200 host collegati all’ArpaNet – mentre nasceva BitNet (because it’s there network) che si sviluppò indipendentemente e solo alcuni anni dopo confluì nell’internet. Nel 1982 si stabilì (con il Cnuce a Pisa) il primo collegamento in Italia al sistema di reti che poco più tardi prese il nome di internet.

Nel 1983 fu adottato il protocollo TCP/IP e cominciò la diffusione dell’internet, che dal 1984 fu posta sotto il controllo della National Science Foundation. Nel 1984 fu anche messo a punto il sistema DNS (Domain Name System) su cui si basano gli indirizzi i rete – come quelli della “posta elettronica” e poi, dieci anni più tardi, quelli dei “siti web”.

Il primo BBS (bulletin board system) era nato nel 1972. Negli anni successivi cominciarono a collegarsi fra loro. Agli inizi degli anni ’80 si aprirono i primi BBS in Italia. Nel 1984 si realizzò, separatamente dall’internet, la loro rete internazionale di collegamento (dieci anni più tardi c’erano decine di migliaia di BBS negli Stati Uniti, duemila in Italia).

C’erano, in quel periodo, sistemi separati di networking che operavano indipendentemente l’uno dall’altro. I newsgroup Usenet. Le reti dei BBS che si collegavano in echomail (il più diffuso sistema internazionale, Fidonet, nacque nel 1986). Reti aziendali, nelle imprese internazionali, che usavano sistemi diversi. Mentre l’internet era usata quasi esclusivamente dalla comunità accademica in alcune università scientifiche (in particolare quelle di fisica).

I criteri della netiquette, cioè del corretto comportamento online, che circolavano in rete già negli anni ’70, cominciarono nel 1985 ad avere una definizione formale. Nel 1985 si svilupparono le prime mailing list, cioè aree di dialogo e dibattito basate sull’e-mail.

Nel 1988 nacque IRC (international relay chat). Varie situazioni di chat, cioè di dialogo “in tempo reale”, esistevano anche prima, ma non avevano quella possibilità di “interconnessione” che si realizzò con IRC – e poi anche con altri sistemi, come ICQ (I seek you) dal 1996.

Nel 1988 fu identificato il primo worm o “virus replicante” capace di riprodursi e diffondersi attraverso “allegati” ai messaggi online. Nello stesso anno John Walker, fondatore di Autodesk, acquistò da Ted Nelson i diritti della tecnologia Xanadu e investì circa cinque milioni di dollari nello sviluppo. Ma l’anno dopo abbandonò il progetto perché venne a sapere che qualcun altro era più avanti di lui.

Nel 1989 Tim Berners-Lee al Cern di Ginevra sviluppò l’idea e le soluzioni pratiche da cui è nato il sistema world wide web. Totalmente aperto e gratuito, come le tecnologie e le applicazioni su cui si basa l’internet. Molti oggi confondono internet e web, ma non sono la stessa cosa. L’internet è la base su cui si appoggiano le risorse del linguaggio HTML (Hyper-Text Markup Language) che è la struttura del sistema web.

Nel 1991 Philip Zimmerman mise in distribuzione la prima versione di PGP (Pretty Good Privacy) che si affermò come il più diffuso sistema di crittografia. Nello stesso anno nacque Gopher, il primo sistema di “navigazione” nell’internet, cui poi si aggiunse Veronica (ma caddero in disuso quando l’ambiente web prese il sopravvento). Sistemi di ricerca in rete, meno facili degli attuali search engine, ma di non irrilevante efficienza, si basavano su FTP (file transfer protocol).

 
La sigla “Veronica” sta per Very Easy Rodent-Oriented Net-wide Index to Computerized Archives – dove rodent è un riferimento a gopher, che è una specie di talpa.
 

Il sistema web si diffuse gradualmente nella prima metà degli anni ’90. Nel 1993 Marc Andreessen rese disponibile in rete Mosaic (il primo browser) e un anno più tardi, insieme a Jim Clark, sviluppò Netscape. Nello stesso anno nacque Allweb, il primo “motore di ricerca” web.

Nel 1993 uscì il primo quotidiano online – il San Jose Mercury News. Il primo italiano fu L’Unione Sarda nel 1994, seguita da Il Manifesto nel 1995, La Repubblica e Il Sole 24 Ore nel 1996, La Stampa e il Corriere della Sera nel 1998.

I primi accessi all’internet “aperti a tutti” in Italia divennero disponibili alla fine del 1994. La rete cominciò a avere una diffusione “popolare” negli Stati Uniti nel 1997. In Italia ci fu una forte crescita delle connessioni a partire dal 1998.

Nel 1983 c’erano 500 host internet nel mondo. Più di mille nel 1964, 5000 nel 1986, 100.000 nel 1989, un milione nel 1992, quasi cinque milioni nel 1994, più di dieci milioni alla fine del 1995 (di cui tre milioni in Europa e 150.000 in Italia). Si diffuse in quel periodo la percezione che si trattasse di una crescita “esponenziale”. Ma non è vero, come risulta da tutte le verifiche negli anni seguenti.

 

Dati e grafici sull’evoluzione dell’internet,
che compaiono nella versione stampata del testo,
sono omessi qui perché si può accedere
direttamente alle analisi disponibili online.

Per una breve sintesi, aggiornata alla fine del 2003,
vedi il
numero 70 della rubrica “Il mercante in rete”.

 

 
Per le analisi sullo sviluppo dell’internet
vedi nella “sezione dati”

L’internet nel mondo

L’internet in Europa e in Italia

 

 

Oggi ci sono 230 milioni di host internet nel mondo, 34 milioni in Europa, più di cinque milioni in Italia. Le percentuali di crescita, naturalmente, diminuiscono con l’aumentare della quantità, ma non si può definire “lento” sviluppo di un sistema che cresce del 36 % in un anno.

Il problema non è la quantità totale dell’attività in rete, ma il modo squilibrato in cui è diffusa. La cosiddetta “globalità” è un mito. Per l’accumulo di diversi fattori (economici, culturali, politici – e anche di repressione e censura) nove decimi dell’umanità sono ancora esclusi dalla comunicazione in rete.

Per quanto riguarda l’Italia, c’è stato un cambiamento fra il 1999 e il 2000. Dopo molti anni in cui la nostra presenza online rimaneva a un livello basso rispetto al resto del mondo, la crescita in Italia ora è più veloce della media internazionale.

Un quadro diverso risulta dai dati sul numero di persone online. Questo genere di statistiche è poco attendibile, per le caratteristiche delle metodologie di ricerca e per la varietà di criteri con cui viene definito il concetto di “utente” internet. Ancora meno affidabili sono i confronti internazionali. C’era chi immaginava che otto anni fa ci fosse un miliardo di persone nel mondo collegate alla rete. Qualcuno cita ancora quel dato bizzarro come se fosse vero. Ma oggi le ipotesi più “ottimistiche” sono intorno ai 600 milioni (una valutazione più realistica è circa la metà).

 

 
Per le analisi sulle persone online
vedi nella “sezione dati”

L’internet in Italia
 

 

Vent’anni fa c’erano persone in Italia che si collegavano a sistemi di networking (si trattava, in gran parte, di reti diverse dall’internet). Ma erano poche decine di migliaia. La diffusione della rete (come anche nel resto del mondo) ha cominciato a estendersi dopo che, nel 1994, si erano resi disponibili accessi all’internet aperti “a tutti”. C’è stata un’accelerazione della crescita fra il 1998 e il 2000, ma poi è rallentata.

Dalle origini dei collegamenti all’internet fino al 1999 era prevalente, in Italia, l’uso della rete dal luogo di lavoro. Ma dal 2000 è maggiore la crescita dell’uso “domestico”. C’è stato un recente afflusso di giovani, mentre rimane scarsa la diffusione della rete fra le persone di età più avanzata. (A questo proposito vedi I “giovani” e la comunicazione e I “vecchi” e la comunicazione).

C’è un’evoluzione positiva per quanto riguarda la presenza femminile. Mentre era “tradizionale” che la rete fosse prevalentemente usata dagli uomini, oggi anche in Italia la percentuale di donne online è in continuo aumento e tende ad avvicinarsi alla “parità”.

Le differenze per categorie sociali ed economiche sono in progressiva diminuzione. C’è un evidente allargamento verso i livelli “medi” – mentre rimangono sacrificate, come è purtroppo ovvio, quelle categorie “basse” che soffrono, in generale, di una scarsità di risorse di informazione e di comunicazione.

Il concetto di digital divide, di cui molto si parla senza darne alcuna chiara definizione, è sostanzialmente sbagliato. Il problema esiste, ma è culturale, non tecnico. (Vedi La divisione è culturale, non “digitale”).

Un rallentamento dell’afflusso di persone online (non solo in Italia) è dovuto a una varietà di fattori. Delusioni rispetto a promesse esagerate, disagio per varie forme di invasività (e anche per rischi di varia specie la cui pericolosità è spesso descritta nei mass media in modo “sensazionalistico”).

I problemi, tuttavia, ci sono davvero. Non solo la proliferazione dei virus (se ne conoscono più di 80.000) favorita dalle debolezze tecniche dei software più diffusi, ma anche l’esagerata diffusione dello spam, di fastidiose invasività e di truffe di varia specie. (Vedi Spam e scam).

Ha fatto notevoli danni l’estesa diffusione di notizie sul “fallimento dell’internet” – basate sullo sgonfiamento di “bolle speculative“ che nulla hanno a che fare con lo sviluppo della rete. (Vedi La “crisi” che non c’è).

Non è stata meno dannosa l’eccessiva insistenza sulla inesistente necessità di usare macchine complesse e costose – o collegamenti “superveloci” che per il 99 per cento delle persone (e imprese) che usano la rete sono inutili, se non nocive. (Vedi Quei grandi tubi pieni di nulla).

Intanto aumenta il numero di persone che hanno una buona pratica della rete. E l’esperienza continuamente conferma che le risorse più importanti online sono i dialoghi personali e il “passaparola”. Il cerchio si chiude. La più moderna delle risorse è strutturalmente simile alla più antica.

 
Questo non è un dettaglio. Uno dei valori fondamentali delle “reti telematiche” (cioè oggi principalmente l’internet) è la “riscoperta” di forma di comunicazione che non sono mai scomparse, ma sembravano disperse e schiacciate in un mondo dominato dai mass media.
Vedi I valori antichi della nuova comunicazione.
 

 

 

Che cos’altro può essere all’orizzonte?

Sullo sviluppo delle “nuove tecnologie” ci sono molti più discorsi (e polemiche) che fatti. Ci sono, finora, solo tre rilevanti nuovi sviluppi. La diffusione della telefonia mobile e, meno velocemente, del computer e dell’internet. Per il resto la situazione è statica e si continuano a constatare situazioni che non sono sostanzialmente cambiate da alcuni decenni.

Le possibilità offerte dalle tecnologie sono così tante che una sola cosa è certa: fra le molteplici evoluzioni immaginabili solo alcune si realizzeranno. E lo faranno, molto probabilmente, in modo diverso da come oggi si immagina o si prevede.

La storia ci insegna chiaramente che fra la possibilità teorica, o anche la disponibilità pratica, di una risorsa e la sua diffusione il percorso è discontinuo. Talvolta veloce, ma spesso più lenta di quanto sarebbe “tecnicamente possibile”.

L’importante è capire che l’informazione e la comunicazione non sono tecnologie. Sono esigenze umane. Possono, secondo il caso, essere una risorsa o un problema. E prima di pensare a quali altre meraviglie (o incubi?) potrà riservarci il futuro è fondamentale approfondire il modo in cui i sistemi disponibili sono usati – e come potrebbero essere meglio adattati alle esigenze umane.

 
Il personal computer, specialmente con l’uso delle tecnologie oggi più diffuse, è una delle macchine meno efficienti, affidabili e funzionali che siano mai esistite. L’internet è una risorsa sostanzialmente solida, e di non difficile uso, ma anche sulla rete si sono accumulati problemi e difficoltà derivanti dalla farraginosa inadeguatezza delle tecnologie di accesso che si sono inutilmente e fastidiosamente sovrapposte a soluzioni molto più semplici ed efficienti.
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Da quando, più di vent’anni fa, si è cominciato a capire che la “qualità della vita” non è esclusivamente un fatto economico, è diventato evidente che fra i fattori di povertà e ricchezza vanno considerate anche la quantità e la qualità di informazione. Nonostante la “globalizzazione” dei sistemi una larga parte dell’umanità è ancora tenuta in condizioni di grave ignoranza o condizionamento culturale. E anche nei paesi apparentemente più evoluti, come l’Italia, ci sono aree preoccupanti di privazione o limitazione.

Come mettono in evidenza gli studi del Censis, c’è chi soffre di scarsità di informazione e di comunicazione – e chi ne ha troppa. I due fenomeni non sono separati, ma si mescolano e si fondono in un quadro complesso.