Le nuove "scritture"

e l'organizzazione del sapere

Gianfranco Bettetini

Direttore dell'Istituto di Scienze della comunicazione e dello spettacolo, Università Cattolica

Nella nostra civiltà ipertecnologica, parlare della scrittura - quella che si fa ancora oggi con una penna e un foglio di carta- come di una tecnologia può sembrare anacronistico, forse anche ridicolo, eppure non dobbiamo dimenticare che la possibilità di fissare con dei segni grafici il suono delle parole parlate è stato fra i più decisivi progressi tecnologici della storia dell'umanità.

Essa ha permesso al pensiero umano di svilupparsi, alle civiltà di crescere e di accelerare decisamente il loro sviluppo perché ha affrancato dalla necessità di dedicare gran parte delle energie culturali all'unico modo fino ad allora possibile di conservare il patrimonio di qualsiasi tipo di conoscenza acquisita: la memorizzazione. Prima della scrittura ciò che non era ricordato era perso per sempre. Da qui la necessità di un impegno collettivo e condiviso per conservare vivo tutto il patrimonio culturale, ripetendo e memorizzando. Qui troviamo anche uno dei motivi di venerazione della figura dell'anziano che è il depositario del sapere, e la poca attenzione delle civiltà preletterate verso il nuovo, che non necessariamente è una conquista, ma potrebbe distrarre, rovinare l'economia cognitiva di una cultura.

Con la scrittura è finalmente possibile un deposito del pensiero, delle conoscenze tecniche, dell'esperienza etica e giuridica, anche se naturalmente la trasmissione orale del sapere e la sua condivisione attraverso il racconto parlato è rimasta del tutto in primo piano ancora per molti secoli e in alcune dimensioni della vita rimarrà sempre necessaria.

Con la scrittura si è però andato affiancando alla trasmissione orale un altro canale del sapere, un altro deposito, virtualmente infinito, che poco a poco ha aquisito sempre più importanza e sempre più peso, un'importanza che nonostante i media elettronici rimane ancora oggi. Le prime banche dati della storia sono state le biblioteche.

Questi ultimi trent'anni hanno visto gli studiosi di scienze sociali focalizare con molta maggior chiarezza il ruolo fondamentale delle diverse tecnologie della parola nel forgiare un certo tipo di cultura, nel privilegiare alcune forme di discorso, rese più facili, e nel metterne altre in secondo piano, nel'aprire la possibilità di alcuni processi mentali, di alcune strutture organizzative del pensiero e della cultura.

Basti citare soltanto un nome fra gli studiosi che si sono occupati di questa affascinante riflessione di storia sociale, quello dell'americano Walter Ong, che ha studiato le caratteristiche culturali della civiltà che non conosce la scrittura, per poi indagare le influenze che ha avuto prima la nascita della scrittura, poi la sua diffusione estrema avvenuta con la stampa a caratteri mobili - quando il libro (e il giornale) inizia a diventare non più un oggetto prezioso e raro, ma un compagno di viaggio quotidiano- e infine la fusione avvenuta fra una cultura letterata e incentrata sulla visione-lettura come quella della prima metà del nostro secolo e una nuova, forte presenza della parola parlata attraverso la radio e la televisione; televisione che - lo ricordiamo - nonostante i progressi della qualità delle immagini e il continuo affinamento dello stile visivo, rimane ancora oggi più una radio illustrata - con una forte prevalenza del parlato- che non un mezzo primariamente visivo.

Le tesi di Ong e in generale degli studiosi che si sono occupati di questi problemi mettono in luce come le diverse tecnologie della parola non possano essere considerate mezzi neutri che semplicemente consentono il passaggio di un discorso già perfettamente costituito in modo totalmente indipendente dal mezzo stesso. Non solo una comunicazione scritta e una comunicazione telefonica necessariamente toccheranno in modi diversi lo stesso argomento di cui si vuole trattare, ma alla lunga una civiltà che comunica per iscritto e una civiltà che privilegia il discorso orale metteranno in luce aspetti diversi della realtà, avranno una sensibilità diversamente coltivata. privilegeranno - negli scambi comunicativi, ma a lungo andare anche nell'organizzazione stessa del sapere sociale- alcune forme piuttosto che altre, alcuni temi piuttosto che altri! alcuni valori piuttosto che altri.

Riflessioni e analisi di questo tipo si rendono necessarie ancora di più oggi, mentre stiamo vivendo il diffondersi di nuove forme di contatto e comunicazione fra gli uomini, che sono quelle permesse dalle reti informatiche. Si parla di nuove scritture e anche di nuove comunità. Come questo inciderà sull'organizzazione sociale del sapere nella nostra civiltà non è facile da comprendere. Si possono ipotizzare alcune linee, individuare alcune analogie, tracciare alcuni percorsi possibili di un territorio che stiamo ancora disegnando.

L'universo della comunicazione, negli ultimi anni, è stato sensibilmente influenzato da una serie di innovazioni tecniche che hanno determinato importanti mutamenti a livello sia delle modalità operative che lo caratterizzano, sia del suo impatto sul sociale. Come ogni elemento nuovo che si affaccia al nostro panorama di conoscenza, infatti, anche le nuove tecnologie della comunicazione basate sull'informatica o nate dall'incontro tra questa e le telecomunicazioni non si limitano a essere qualcosa che fino a oggi non era ancora stato sottoposto all'uso né possono essere ridotte a una differenza formale rispetto al vecchio.

In realtà, questi media sono veramente nuovi in un senso più pregnante del termine. Innanzitutto, risolvono problemi antichi in modo non tradizionale e, nello stesso tempo, più efficace: dal punto di vista dello spazio, del tempo o della qualità dei prodotti-risultati. Questa è la prospettiva di novità del computer, della teleconferenza, del videotex. Anche questa prospettiva, però, non completa la dimensione di novità che caratterizza le tecnologie della comunicazione emerse negli ultimi anni. A un livello di maggior rigore, infatti, la novità di queste tecnologie consiste nel presentare problemi nuovi e nell'indurre, personalmente e socialmente, a comportamenti nuovi.

L'impatto sociale delle nuove tecnologie della comunicazione , quindi, costituisce una parte integrante della loro dimensione di novità. Esso è fatto oggetto principalmente di due chiavi interpretative: la prima ha attribuito alle tecnologie la capacità di determinare una irreversibile trasformazione delle coscienze e della cultura; la seconda ha invece sostenuto che quella offerta dalle tecnologie è una semplice opportunità di trasformazione sociale, che può anche non essere colta.

Nella nostra prospettiva la questione non si può nemmeno porre in tali termini: tecnologie e cultura non si oppongono, perché le prime appaiono già parlate dalla seconda, almeno tanto quanto la seconda si svela contaminata dalle prime.

Non vogliamo ovviamente avventurarci in questo tipo di analisi, o meglio di connessioni. Tuttavia vorremmo cogliere la loro matrice di fondo: l'idea cioè che il vissuto tecnologico che viene chiamato comunicazione sintetica possa e debba essere esplorato non distinguendo troppo rigidamente fra le tecnologie e il loro uso sociale. Ci interesseranno, in particolare, i parametri spazio-temporali e la costituzione delle identità sociali.

La comunicazione tecnologica oggi è in larga parte caratterizzata dalla velocità, e anzi dall'accelerazione. Questo fenomeno ha ovviamente una forte ricaduta anche in rapporto alla percezione dello spazio, che ne rimane in qualche modo condensato, come d'altronde era accaduto anche grazie alle tecnologie di trasporto e a quelle comunicative tradizionali. Quello che qui ci interessa è in particolare lo spazio comunicativo, ossia lo spazio che viene percepito, di volta in volta, come luogo della comunicazione.

Occorre dire che i processi in corso sono molteplici. Da un lato, infatti, lo sviluppo tecnologico lavora per costruire una rete globale di punti di contatto, ossia per distribuire in ogni dove terminali agganciati a una rete. Dall'altro, il medesimo sviluppo opera in senso opposto, cioè per rendere portatili i terminali, fino a rendere l'utente indipendente dalla rete nel suo senso propriamente fisico-statistico.

La complessità della ristrutturazione spaziale operata dalla comunicazione sintetica impone una revisione di alcuni parametri interpretativi; in particolare di quelli relativi al concetto di comunicazione come trasmissione. L'idea di rete comunicativa, in effetti, anche nelle versioni più complesse, che la apparentano al labirinto o al rizoma, sottende pur sempre un modello meccanico, in cui lo spazio comunicativo è rappresentato come un percorso fondamentalmente bidimensionale, tracciato da linee geometriche. Ora, tanto la diffusione via etere, quanto l'estensione massiva dei terminali, sembrano invece far propendere per l'utilità di un modello energetico di rappresentazione, ispirato al magnetismo o alla gravitazione.

La comunicazione sintetica è qualcosa di più di un fenomeno trasmissivo, e quindi di una rete di canali su cui si muovono messaggi. Comunicare significa piuttosto inserirsi in un flusso, partecipare a una contaminazione sociale. Da questo punto di vista, anche l'apparente isolamento del walkman rientra in un più vasto contesto avvolgente, in cui si mescolano fruizioni di diversa provenienza e in cui comunque anche la trasmissione agisce come rumore di fondo, come colonna sonora, oltre che come disponibilità all'interazione. Proprio questo rumore che accompagna la vita contribuisce in misura forte a un'idea di spazialità continua e non discreta, percepibile tutt'al più come successione di diverse occasioni, come influenza di differenti energie comunicative.

Allo stesso modo il tempo subisce un processo di contrazione dovuto all'accelerazione imposta dalle nuove tecnologie. Questa accelerazione modifica ragionevolmente la nostra idea delle durate e non soltanto di quelle relative alla comunicazione, ma anche di quella di ogni esperienza. D'altronde, l'istantaneità - già nei mezzi tradizionali come il telefono, la radio e la televisione - ha sempre agito non solo nella rimozione della percezione delle distanze, ma anche in quella di una maggiore utilizzabilità delle ore di veglia.

Non occorre nessuna sofisticata analisi per rendersi conto che la diffusione della rete comunicativa e della portabilità degli strumenti incrementa la possibilità di impiegare un sempre maggior numero di occasioni per scopi comunicativi. Ciò significa che la distribuzione delle operazioni tende a complicarsi in una sovrapposizione di livelli (si può viaggiare e insieme comunicare o sbrigare pratiche; è possibile trasmettere fax durante il sonno grazie alla programmazione, e così via).

L'accelerazione comporta dunque non soltanto la compressione delle durate, ma anche una diversa percezione dei momenti propri della comunicazione. Il che significa procedere verso una totale ferializzazione di quest'ultima, e quindi di nuovo verso una sua riduzione a rumore bianco, accompagnamento di ogni istante della giornata.

Se per quanto concerne lo spazio rilevavamo che l'azione comunicativa è ovunque, dobbiamo ammettere a proposito del tempo che essa è sempre possibile, in una potenzialmente totale disponibilità all'interscambio, o almeno all'arrivo di segnali dall'esterno: un ambiente tecnologico che sempre più si apparenta a una sorta di nuova natura avvolgente e penetrante.

L'alterazione della percezione dello spazio e del tempo ha riflessi anche sulla costruzione delle identità. Già Youngblood, a proposito della rivoluzione determinata dalle tecnologie interattive ha parlato di comunità di desiderio per indicare le mobili aggregazioni di soggetti sociali attorno a un atto comunicativo. In effetti, in una situazione in cui le tecnologie possono essere utilizzate, contemporaneamente e paradossalmente, per isolarci dai vicini e per collegarci ai lontani, per consegnarci a un rumore che è solitudine e a un altro, perfettamente analogo in apparenza, che è invece relazione, la nozione di comunità e di gruppo tende a modificarsi.

E si modifica, si badi, proprio attorno alle coordinate spazio-temporali. Per essere qui, nel medesimo spazio rappresentato, basta essere in rete, o meglio, basta essere immersi, in quel momento, nel medesimo flusso comunicativo. In questo senso le tecnologie della comunicazione sintetica possono essere rappresentate come porte attraverso cui si accede alla comunicazione sintetica stessa, passaggio aperto tra mondi superficialmente combacianti, in realtà eccedenti l'un l'altro.

Dunque, ed eccoci al cuore della questione che abbiamo tentato di isolare, la comunicazione sintetica si basa su una costruzione di identità sociali parallele, fondate dal punto di vista spazio-temporale su una sorta di parallelismo dimensionale e, da quello delle caratteristiche per così dire strutturali, su un sistema di regole propriamente comunicative, su una rappresentazione della comunicazione tecnologica come flusso, infine sulla mobilità e la variabilità delle aggregazioni.

In questo senso l'identità sociale costituisce l'ultimo anello del fenomeno della comunicazione sintetica: l'identità infatti da un lato viene costruita dalla comunicazione (la comunità comunicante è appunto quella che attualmente si colloca all'interno del medesimo flusso), dall'altro la costruisce (perché la partecipazione al flusso è resa possibile dalla consapevolezza e dall'introiezione di norme che sono appunto specifiche della comunicazione e che regolano i suoi rapporti con il resto della vita): è allora chiaro, qui come forse in nessun altro passaggio interpretativo, che la comunicazione sintetica non è descrivibile a partire dalle semplici tecnologie che fenomenologicamente la caratterizzano, ma si definisce come mix di tecniche e processi di socializzazione, in cui il ruolo delle prime modifica continuamente quello dei secondi, e viceversa.