Comunicazione, storia e cultura

SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE Anno Accademico 2002-2003
Docente: Gianna Cappello


(appunti tratti da P.C. Rivoltella, Teoria della comunicazione, La Scuola, Brescia 1998 e da altri)

La storia ci insegna che il passaggio da un sistema di comunicazione a un altro e da una cultura all'altra ha provocato profonde spaccature e un senso di sgomento nell'opinione pubblica generale che, volendo generalizzare, si è divisa solitamente in due: da un lato gli apocalittici e dall'altra gli integrati. I primi sono quelli che ritengono che l'introduzione di una nuova tecnologia nella comunicazione (la scrittura, la stampa, la televisione, il computer ecc.) avrà solo degli effetti negativi sulla società e sugli uomini, mentre i secondi prospettano solo benefici. Tanto i primi che i secondi sono, come scrive Postman, degli "zelanti profeti con un occhio solo"; essi vedono solo ciò che vogliono vedere non rendendosi conto che "ogni tecnologia è al tempo stesso un danno e una benedizione; non è l'una cosa o l'altra, ma l'una cosa e l'altra".

Le paure degli apocalittici nascono dalla consapevolezza che le innovazioni nella tecnologia della comunicazione comportano profonde riorganizzazioni sensoriali e cognitive. Con queste riorganizzazioni si verifica un trasferimento di compiti e funzioni interne (mentali) su supporti esterni (fisici). Scrive Lévy "Quasi sempre una tecnologia intellettuale esteriorizza, oggettivizza, virtualizza una funzione cognitiva, un'attività mentale. In tal modo essa riorganizza l'economia e l'ecologia intellettuale nel suo insieme e modifica di rimando la funzione cognitiva che avrebbe dovuto limitarsi ad assistere o rafforzare, come attestano i rapporti tra scrittura (tecnologia intellettuale) e memoria (funzione cognitiva)" (P. Lévy, Il virtuale, 1997). La mente viene sollevata da un certo carico e ciò produce un conseguente grado di benessere; se il supporto tecnologico è valido e sufficientemente "amichevole", provati i vantaggi, difficilmente si vuole (né si può forse) farne a meno. Non è forse troppo azzardato ipotizzare che il progresso che gli uomini hanno fatto negli ultimi cento o duecento anni (rispetto a centinaia di secoli in cui i cambiamenti si verificavano molto più lentamente) sia proprio dovuto al fatto che gli uomini, supportati dalle tecnologie hanno potuto sviluppare la loro intelligenza in mille direzioni diverse (nel bene e nel male perché non dimentichiamoci che una di queste direzioni è la bomba atomica).

Quando nella storia compare una nuova tecnologia cognitiva si possono generare delle alterazioni negli equilibri sensoriali e nelle forme di pensiero. Una parte del carico cognitivo può essere spostata su supporti esterni mentre altre funzioni o potenzialità interne della mente, sino a quel momento tenute nell'ombra possono trovare migliori opportunità di venire alla luce. La storia mostra come con l'apparire di nuove tecnologie cognitive possono affiorare nuove sinergie tra mente e media e possono emergere opportunità nuove per l'attività costruttiva del pensiero. Es. certo il calcolo è risultato molto più veloce e facile con l'avvento delle macchinette tanto che oggi alcuni non ne possono più fare a meno. Cosa è accaduto? Con la macchinetta la mente si alleggerisce del calcolo mnemonico, ciò comporta una disattivazione e perdita di significatività psicologica dell'attività della memoria in quanto vicariabile strumentalmente, ma parallelamente la mente, alleggerita dal peso mnemonico, può sviluppare nuove e diverse direzioni di pensiero. Vorrei farvi altri due esempi, uno più illustre dell'altro, se volete. Episodio di Einstein. Mentre era in visita a Boston, un giorno gli fu chiesto di rispondere ai quesiti contenuti in un famoso questionario, redatto dall'inventore Thomas Edison e che veniva impiegato per valutare l'efficienza dell'educazione universitaria statunitense. Già dopo aver letto la prima domanda "Qual è la velocità del suono?", Einstein rispose placidamente "Non lo so, non mi imbottisco la memoria con questi dati che posso facilmente trovare in ogni libro di testo").

E proprio parlando di ciò che si perde in termini di capacità mnemonica e ciò che si guadagna in termini di funzionalità cognitiva, vorrei farvi l'altro esempio. Platone. Platone è sicuramente il primo apocalittico. Egli è tra i primi ad accorgersi, come risulta in un celebre passo del Fedro, che la scrittura avrebbe cambiato la mente degli uomini, avrebbe emarginato la memoria, portando a un peggioramento delle facoltà intellettuali degli uomini.

Nel Fedro Platone racconta la storia di Thamus, re di una città dell'alto Egitto, che un giorno invita Theuth, dio autore di diverse invenzioni, tra cui i numeri, il calcolo, la geometria, l'astronomia e l'alfabeto, ad illustrargli le sue invenzioni. Ecco ciò che scrive Platone di questo incontro:

"Il re - narra Socrate a Fedro - gli domandò quale fosse l'utilità di ciascuna di quelle arti e, mentre il dio gliela spiegava, a seconda che gli sembrasse che dicesse bene o non bene, disapprovava oppure lodava. A quel che si narra, molte furono le cose che, su ciascunàarte, Thamus disse a Theuth in biasimo o lode, e per esporle sarebbe necessario un lungo discorso. Ma quando si giunse alla scrittura, Theuth disse: "Questa conoscenza, o re, renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza".

E il re rispose:

"O ingegnosissimo Theuth, c'è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti".

Platone ritiene dunque che il nuovo medium - la scrittura - non porterà che conseguenze negative per gli uomini. L'alfabeto decreterà la fine della memoria illudendo gli uomini di possedere un falso sapere. A suo parere la chiarezza e la compiutezza sono proprie dell'oralità; solo l'oralità procura agli uomini vera conoscenza, mentre la scrittura ne dà solo l'apparenza. La scrittura serve solo a chi è già sapiente, ma chi deve imparare non può che farlo attraverso l'oralità dialettica e cioè tramite l'insegnamento diretto del maestro. L'aspetto interessante - e forse anche paradossale - della vicenda di Platone è che per dimostrare l'inefficacia e la negatività della scrittura Platone si affidi proprio alla scrittura stessa. Come scrive Rivoltella, i rischi che Thamus intravede - Platone con lui - "non sono relativi a cosa la gente scriverà, ma al fatto stesso che la gente scriverà. Non è l'uso buono o cattivo, delle tecnologia a renderla buona o cattiva - come suggerirebbe la tesi weberiana della neutralità rispetto al valore della scienza: l'uso è condizionato dalla struttura della tecnologia stessa. Il medium è il messaggio. L'avvento di ogni nuova tecnologia produce una profonda trasformazione del significato delle parole, cambia il nostro modo di pensare la conoscenza e la verità, altera la nostra visione del mondo. La trasformazione tecnologica, come suggerisce Postman, non è né additiva, né sottrattiva: è ecologica. 'Io intendo ecologica nello stesso senso in cui la parola viene usata dagli scienziati dell'ambiente'. Quando una nuova tecnologia subentra non toglie, né aggiunge nulla al nostro sistema socio-culturale: cambia tutto!"

Più di 30 anni fa Marshal McLuhan scriveva: "Le società sono sempre state plasmate più dalla natura dei media attraverso i quali gli uomini comunicano che non dal contenuto della comunicazione.. L'alfabeto e la stampa favoriscono e incoraggiano un processo di frammentazione, un processo di specializzazione e di distacco. La tecnologia elettrica favorisce e incoraggia l'unificazione e l'interessamento. E' impossibile capire i mutamenti sociali e culturali senza una conoscenza del funzionamento dei media". (M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, 1964)

Insomma, con la scrittura si afferma una cultura (la cultura letteraria) che è una cultura dell'individualizzazione, dell'analisi e dell'argomentazione.

I mutamenti di natura tecnica, psico-cognitiva e socio-pedagogica


Se adottiamo una prospettiva storica possiamo "seguire il processo evolutivo del comunicare umano, dai modelli orali delle comunità di villaggio, attraverso la rivoluzione della stampa, fino all'industria culturale di questo secolo e alle più recenti acquisizioni tecnologiche. Parleremo così di culture orali per fare riferimento alle origini comunicative dell'umanità in un contesto in cui non esistono se non rapporti interpersonali immediati e nelle quali, quindi, la voce è strumento sufficiente a soddisfare le esigenze di relazione e scambio di esperienze, informazioni, emozioni. A partire dall'avvento della scrittura sillabica, e più tardi, della stampa, a queste culture si avvicendano le culture cosiddette letterarie o tecnocratiche, culture caratterizzate a un tempo dal venir meno della immediatezza dei rapporti comunicativi e, in stretta relazione con questo, dalla necessità di introdurre supporti mediali (la carta stampata) per consentire la comunicazione. Infine, anche queste culture vengono superate in una nuova realtà che Neil Postman chiama Technopoly, la città tecnologica, una realtà caratterizzata da una nuova cultura elettronica affermatasi, per tappe successive, attraverso la fotografia, il telegrafo, il telefono, i media elettronici (cinema e radio), la televisione, fino al computer e ai nuovi media elettronici" (Pier Cesare Rivoltella). Se pensiamo che l'uomo comincia ad usare le parole più di 40.000 anni fa, inventa la scrittura circa 6000 anni fa, usa la stampa a partire dal 1456 e utilizza l'elettricità solo da un secolo e mezzo, appare chiaro come l'evoluzione della comunicazione si sia fatta via via più incalzante. Oggi nella cosiddetta "società della comunicazione" le novità tecnologiche sembrano addirittura scavalcare la possibilità stessa del loro pieno utilizzo.

Ma perché adottare questa prospettiva storica?

L'utilità dell'adozione di questa prospettiva storica si fonda su tre ordini di considerazioni che costituiscono altrettanti ambiti di analisi.


[1] AMBITO TECNICO. Studiare i media significa cercare di capire come l'evoluzione dei sistemi e delle modalità di comunicazione costituisca una delle costanti a partire da cui leggere il processo di ominazione sul pianeta. Esso, come aveva intuito McLuhan, si può intendere come il tentativo da parte dell'uomo di contrarre gli spazi e ridurre i tempi. Un tentativo che, grazie ai mezzi di comunicazione, 'estensioni protesiche' dei nostri organi di senso, diviene possibile realizzare in due direzioni. nel senso di un'accresciuta mobilità dei soggetti [contrazione degli spazi attraverso i media intesi come mezzi di trasporto] . e nella rinnovata capacità di comunicazione [attraverso i media intesi come strumenti di comunicazione] . dispositivi capaci di predisporre scenari in cui non è più l'uomo a doversi spostare, ma la realtà ad essere deterritorializzata e ricollocata nella sua postazione. A livello tecnico si tratterà di studiare le soluzioni e i supporti fisici di cui l'uomo si è via via servito per veicolare messaggi.

[2] AMBITO PSICO-COGNITIVO Una seconda ragione della utilità di una riflessione di tipo storico sullo sviluppo delle tecnologie di comunicazione va cercata negli effetti che esse inducono nella struttura psico-cognitiva dei soggetti. Ogni tecnologia di comunicazione produce, in sostanza, una trasformazione dei nostri set mentali influendo sul nostro modo di acquisire e scambiare conoscenza. "La scrittura ci trasforma da capo a piedi; questa è la psicotecnologia primordiale." [DeKerckhove, La civilizzazione videocristiana, 1995] I media, compresi i nuovi media, sono "tecnologie cognitive" cioè dispositivi in grado di coinvolgere i processi interni della mente. Roberto Maragliano parla del computer come di un "dispositivo filosofico". Prima di diventare un dispositivo per insegnare (eventualmente anche per insegnare filosofia), il computer è di per sé un dispositivo filosofico perché ci aiuta a squadernare il mondo esterno, ci sconvolge il mondo interno, ci spinge a reimpostare i rapporti con i mondi altrui, insomma perché dà a tutti coloro che si dispongono al gioco, quelle angolazioni sui tre mondi e quelle risorse per una loro concettualizzazione che fino ad ieri erano prerogativa solo delle condizioni estreme (estreme come quella del metafisico, dell'artista, del mistico). A livello psico-cognitivo si tratterà dunque di studiare le implicazioni che ogni epoca del comunicare comporta nella mente dei soggetti.

[3] AMBITO SOCIO-PEDAGOGICO. Infine occorre rilevare come, sempre, le diverse tecnologie di comunicazione abbiano prodotto effetti, oltre che sul controllo dello spazio-tempo e sui processi cognitivi, anche sullo sviluppo delle competenze alfabetiche. A questo livello si tratterà di studiare i risvolti del comunicare sull'alfabetizzazione e più in generale sull'educazione. Infatti le tecnologie della comunicazione non si limitano a razionalizzare la nostra esistenza, ma acquistano un rilievo nella promozione di nuove competenze: così la scrittura, ad esempio, consente di fissare e diffondere le leggi, ma perché queste vengano conosciute è necessario che gli individui sappiano leggere; allo stesso modo, il computer favorisce la trasformazione dei processi produttivi e informativi, ma perché questo possa succedere è necessario che siano presenti negli individui delle competenze informatiche. Ne segue che l'introduzione di ogni nuova tecnologia si porta dietro una nuova domanda educativa. MA c'è UN SECONDO RILIEVO DA FARE. Infatti le tecnologie di comunicazione non costituiscono solo un problema per l'educazione (alfabetizzazione tecnologica), ma anche dell'educazione, costringendola a ripensare continuamente idea e funzioni della didattica. Se in un regime di oralità primaria (Ong) il maestro ha il pieno controllo sul processo di apprendimento decidendo cosa e quando insegnare all'allievo, con l'avvento della scrittura si aprono per quest'ultimo spazi di ricerca e di approfondimento personali che lo sottraggono alla direzione del maestro. Riflettere sullo sviluppo delle tecnologie di comunicazione significa allora riflettere sull'avvicendarsi dei paradigmi pedagogici, sulla costante ridefinizione dei ruoli educativi, sulla trasformazione dei metodi e degli strumenti che sono a servizio della didattica.


LA CULTURA ORALE


Si fonda sulla memoria e perciò deve ricorrere alla ridondanza, alla ripetizione (gli aides-memoire) per aiutare sia chi parla a ricordare che chi ascolta e può non aver capito; per raggiungere questo si fonda sulle formule è quindi assai formulaica. Scrive Walter Ong: "il pensiero deve nascere all'interno di moduli bilanciati a grande contenuto ritmico, deve strutturarsi in ripetizioni e antitesi, in allitterazioni e assonanze, in epiteti ed espressioni formulaiche, in temi standard, in proverbi costantemente uditi da tutti e che sono rammentati con facilità, anch'essi formulati per un facile apprendimento e ricordo e, infine, in altre forme a funzione mnemonica. Il pensiero è intrecciato ai sistemi mnemonici, i quali determinano anche la sintassi. La pausa può essere d'effetto, ma l'esitazione è sempre svantaggiosa per questo è meglio ripetersi con abilità se possibile piuttosto che smettere di parlare mentre con la mente si va alla ricerca di un'altra idea".

Per aiutare la memoria, privilegia la paratassi con uso della congiunzione e/o rispetto a connettivi logici come "mentre", "quando", "così", ecc.

Predilige il tono agonistico. Nella cultura orale si ama scontrarsi verbalmente (il vituperio) o esibirsi in lodi che oggi sembrano esagerate. Nella cultura orale - scrive ancora Ong - "i proverbi e gli indovinelli non vengono usati semplicemente per immagazzinare conoscenza, ma anche per impegnare gli altri in una battaglia intellettuale e verbale: pronunciare un proverbio o un indovinello significa sfidare gli ascoltatori significa sfidare gli ascoltatori a rispondere con un altro più appropriato o con uno che lo contraddica. Il vantarsi del proprio coraggio e/o sarcasmo sono atti che regolarmente ricorrono nella narrativa". Basti pensare all'Iliade o alla Bibbia (Davide e Golia, per esempio).

È conservatrice e tradizionale. La società della cultura orale è una società chiusa dove l'innovazione non viene per niente favorita e questo perché la conoscenza viene raggiunta ed accumulata con difficoltà. Gli anziani ne sono i custodi. "La scrittura, e più ancora la stampa, immagazzinando la conoscenza al di fuori della mente, degradano invece l'immagine dei vecchi saggi, semplici ripetitori del passato, in favore dei più giovani scopritori di cose nuove" (Ong).

È enfatica e partecipativa. Coinvolge tutta la persona globalmente. Nella cultura orale chi ascolta lo fa lasciandosi coinvolgere totalmente da chi parla o canta. Pubblico molto più partecipe. Questo perché la parola ha un valore altamente suggestivo, quasi magico. In modo molto più chiaro che oggi dire è fare: la parola ha un potere "effettivo", nel senso che produce effetti concreti su chi ascolta. Si pensi alle formule del Battesimo e del Matrimonio. È una parola che crea. Si pensi ancora al primo capitolo della Genesi dove la creazione divina avviene essenzialmente attraverso il dire di Dio: "Dio disse.", ed ecco che tutte le cose vengono via via create.

L'uomo della cultura orale pensa in maniera situazionale più che in modo astratto e analitico. Non riesce a pensare in termini di figure geometriche, categorie astratte, logica formale e definizioni. Questa condizione dell'uomo orale è stata ben documentata negli anni '30 dalle ricerche Lurjia su contadini analfabeti delle zone più remote dell'Uzbekistan e della Kirghizia. I contadini studiati da Lurjia posti dinanzi a una serie di disegni che raffiguravano un martello, una sega, un ceppo e una accetta non riuscivano a raggrupparli secondo categorie astratte (quella degli strumenti di lavoro per esempio), ma solo secondo situazioni di uso a loro familiari. Alla richiesta di raggruppamento degli attrezzi avanzata da Lurjia i contadini rispondevano dicendo che erano "tutti simili, la sega segherà il ceppo, l'accetta lo romperà in piccole parti. Se bisogna buttar via qualcosa, butto l'accetta che serve meno della sega". E se gli si faceva notare che appartenevano tutti alla categoria "strumenti da lavoro", essi si richiamavano sempre a una situazione di vita ben precisa: "Sì, ma anche se abbiamo gli strumenti ci vuole il legno, senza di esso non si costruisce niente". Allo stesso modo le leggi per esempio non vengono presentate secondo categorie astratte ed universali del tipo "l'assassinio viene punito con ..", ma secondo una situazione concreta " se un uomo uccide verrà punito ecc." Allo stesso modo le norme etiche (si pensi ai Comandamenti) sono sempre personalizzate. "Non uccidere, non desiderare la roba d'altri, ecc." (Storia sociale dei processi cognitivi, 1976)

L'orecchio è il senso più importante. I sensi dell'uomo della cultura orale sono in un rapporto gerarchico diverso dall'uomo moderno. L'uomo che non conosce la scrittura vive nel mondo suggestivo e caldo dell'orecchio e non in quello freddo e neutro dell'occhio. La parola è magica, evocativa, naturale perché ha un legame diretto con l'esperienza vissuta, con la natura circostante.

È una cultura del "presente". Visto che imparare a memoria è un esercizio faticoso che richiede tempo e tanta applicazione, nella cultura orale si tende ad eliminare sistematicamente tutto ciò che non ha nessun rilievo con il presente e che non è utile nella vita quotidiana. La cultura non ha nei riguardi del passato, della "storia", la stessa posizione "disinteressata" che abbiamo noi in quanto l'integrità e il ricordo del passato sono sempre subordinati alle esigenze del presente. Ciò che non pare avere alcun legame con il presente viene presto dimenticato per sempre. A livello linguistico questo significa che sopravvivono solo i termini che sono di uso quotidiano e che i termini arcaici rimangono solo nella misura in cui entrano e continuano ad essere usati nel linguaggio poetico.


LA CULTURA LETTERARIA (chirografica e tipografica)


Con l'avvento della scrittura (alfabeto cuneiforme sumerico nel 3200/3500 a.c. Nel 700 a.c. alfabeto completo ad opera dei greci. In Grecia per la polis e la vivacità economico-culturale e lo spirito democratico della società):

La memoria perde l'importanza che aveva nella cultura orale. Il libro è un'estensione della mente. Una sorta di memoria artificiale che libera l'uomo dal dover memorizzare il sapere e dal tramandare solo quello che gli era più gradito. La memoria non sarà più il tratto distintivo del sapiente. A questo proposito può essere interessante citare un aneddoto che riguarda A. Einstein. Mentre era in visita a Boston, un giorno gli fu chiesto di rispondere ai quesiti contenuti in un famoso questionario, redatto dall'inventore Thomas Edison e che veniva impiegato per valutare l'efficienza dell'educazione universitaria statunitense. Già dopo aver letto la prima domanda "Qual è la velocità del suono?", Einstein rispose placidamente "Non lo so, non mi imbottisco la memoria con questi dati che posso facilmente trovare in ogni libro di testo".

È una cultura dell'occhio. La comunicazione si fa sintetica (raccolta nel soggetto e non condivisa sempre e comunque dalla comunità), silenziosa, istantanea (sottratta allo scorrere della narrazione). La fruizione dei messaggi è individuale contro la fruizione "in contesto" della cultura orale.

Pensieri ed espressioni si fanno astratti, analitici e meno formulaici. Ci si distacca dall'esperienza concreta. Con la scrittura gli individui si emancipano dal contesto entro avviene la comunicazione orale, ma al tempo stesso perdono quel surplus, quel valore aggiunto di significato che solo la comunicazione orale può dare (gesti, espressioni facciali, postura, ambiente circostante, ecc.) e perdono anche il destinatario in carne ed ossa. Insomma all'interazione personale si sostituisce un dialogo a distanza da solo (lo scrittore) a solo (il lettore). E' vero però che il libro permette un'analisi retrospettiva, un uso flessibile dei messaggi di cui facilita anche la circolazione e la trasportabilità. Tuttavia nascono anche dei problemi. Per dirla con Eco, si va sempre più perdendo l'intetitio auctoris. Ciò che rimane è l'intentio operis. Si apre quindi il problema dell'oggettività del significato e della sua interpretabilità da parte del lettore. Emancipazione della lettura dall'atto dell'enunciazione. Nella cultura letteraria, e ancor più in quella della cultura elettronica, gli individui si emancipano dal contesto reale entro avviene la comunicazione orale. Chi partecipa a una situazione comunicativa come la lettura o la visione di un programma televisivo entra all'interno di uno spazio per così dire virtuale, creato da un medium come la scrittura o la televisione. E questo offre dei vantaggi e degli svantaggi al tempo stesso. È vero infatti che il testo (scritto o televisivo che sia) distaccato dal contesto, facilita la circolazione e la trasportabilità dei messaggi, permette un accesso più democratico all'informazione e alla conoscenza. E tuttavia nel momento in cui si esso si distacca da chi lo produce, viene inevitabilmente sottoposto alle interpretazioni più soggettive e personali, fino ad arrivare alla deriva del significato, alla semiosi illimitata, alle decodifiche aberranti di cui parlano studiosi come Eco.

Il passato comincia ad essere conservato nei documenti (anche quello che non ha una immediata relazione con il presente) e questo dà il senso dello sviluppo storico, non si vive solo nel presente. Se la cultura orale vede eventi, la cultura scritta vede principi. Si tratta di opporre la sintassi logica della cultura scritta alla sintassi dell'azione della cultura orale.

Nascono la filosofia, la scienza, l'etica, l'Io ovvero dell'individuo isolato dall'ambiente circostante dotato di capacità di autoanalisi. In nessuna cultura orale conosciuta si è riscontrata la stessa capacità di procedere analiticamente e formalmente propria del mondo occidentale da Platone e Aristotele in poi. Queste forme di sapere possono nascere solo dopo che la scrittura è stata interiorizzata e dopo che l'istanza di razionalizzazione che essa implica prende piede. Per quanto riguarda il concetto di "Io", esso nasce - come scrive Eric Havelock - solo "quando il linguaggio prese ad essere separato visivamente dalla persona che lo pronunciava, così pure la persona, fonte del linguaggio venne ad assumere maggiore rilievo".

La scrittura diviene elemento di distinzione sociale e politica.


LA STAMPA (XV e XVI secolo)


L'invenzione della stampa favorisce la diffusione del pensiero umanistico- rinascimentale e la nascita degli stati moderni (promuove le letterature nazionali, la promulgazione di leggi e tasse). È una tecnologia rivoluzionaria e conservatrice insieme (esempio classico è la Riforma). Si forma la società tecnocratica ovvero la società del dominio della tecnica sul sapere (il libro), sul tempo (l'orologio), la natura (il cannocchiale). L'idea di fondo è l'autointepretazione ottimistica tipicamente illuministica di un'intera epoca. IDEA DI PROGRESSO e di miglioramento sociale e morale attraverso l'istruzione. Anzi si può dire che la divulgazione della conoscenza, l'attenzione pedagogica, sia la seconda grande vocazione dell'Illuminismo, dopo quella del controllo razionale della natura (Horkheimer). L'I accentua l'importanza dell'alfabetizzazione delle classi popolari. Rivoluzione industriale. Metafora della libera circolazione sia in senso spaziale che commerciale (libero mercato, Adam Smith).



TECHNOPOLY


XX secolo: la città della tecnologia, la città dell'avvento dei mezzi di comunicazione di massa. Concetto di Industria culturale: due conseguenze, 1) la frattura tra bello e utile, tra opera prodotta artigianalmente (aura) e oggetto prodotto in serie dall'industria e 2) la nascita di una cultura di massa e di bassa qualità. Così si intitola uno degli ultimi libri di Postman. Il termine indica "la presenza capillare delle tecnologie nella vita quotidiana e nelle pratiche di trasmissione e conservazione del sapere. I residui della antica cultura orale sembrano sparire definitivamente per lasciare il posto ad una organizzazione industriale della cultura e alle reti di distribuzione che collegano l'intero pianeta in un intreccio inestricabile di emittenti, snodi e terminali. Mcluhan ha coniato una definizione di grande successo, chiamando villaggio globale questo nuovo ambiente umano caratterizzato dall'ossessione comunicativa, dallo sfondamento dei limiti geografici, dalla necessità di "essere in contatto" continuamente con l'enorme quantità di informazioni sempre disponibili. Ma qual è il senso dell'espressione di McLuhan? In un primo significato, quello più semplice e ripreso anche dalla stampa divulgativa, essa indica che grazie ai mezzi di comunicazione moderni, che consentono di congiungere in "tempo reale" i punti più lontani del pianeta, il mondo si è rimpicciolito, al punto da poter essere paragonato ad un villaggio. Grazie alle tecnologie che usano le reti elettriche, telefoniche e informatiche, non vi è luogo che non possa essere raggiunto: tutti i cittadini del mondo, potenzialmente, essere in comunicazione tra di loro, come in un paese di dirimpettai. Ma McLuhan sembra suggerire anche un senso più profondo, legato allo sviluppo della cultura occidentale: il villaggio globale non nasce semplicemente da una crescita tecnica, ma è frutto di un processo rivoluzionario, quello che ha portato a una 'esplosione' dell'umanità occidentale, che ha imposto il suo dominio sulla Terra. I media elettrici soprattutto con la nascita della televisione e lo sviluppo dell'informatica stanno insieme completando questo processo rovesciandolo nel suo contrario: una 'implosione' che comporta un riavvicinamento tra le culture un tempo lontane e un ritorno a forme e abitudini orali apparentemente superate dallo sviluppo dell'alfabetizzazione, ad esempio, l'uso dell'oralità con la radio e la televisione, il riproporsi di schemi tribali e nuove comunità virtuali, la ripresa del contatto (sia pure virtuale) tra persone assai distanti, ecc.