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Cenni di storia
dei sistemi di informazione
e di comunicazione in Italia

Un contributo di Giancarlo Livraghi gian@gandalf.it
al terzo rapporto del Censis sulla comunicazione

marzo 2004

 
Questo “riassunto storico” è stato scritto su incarico del Censis
per essere pubblicato nell’ambito degli studi sulle risorse
di informazione e di comunicazione degli italiani.

È uno sviluppo, molto più ampio, delle annotazioni
sulla storia dei mezzi di informazione e comunicazione
che erano contenute in un testo
pubblicato dal Censis nel 2003 sul tema
Un’evoluzione complessa
fra “abbondanza” e “scarsità”

 

 

 

Sembra che alcune brevi annotazioni su questo argomento, in appendice allo studio del Censis pubblicato l’anno scorso, abbiano suscitato un certo interesse. Tanto è vero che mi è stato chiesto di ampliarle e approfondirle. Cosa che faccio molto volentieri, perché mi sembra che sia interessante collocare i fatti di oggi in una prospettiva che aiuti un po’ a chiarirne le origini e l’evoluzione.

Siamo, è vero, in una situazione che non ha precedenti nella storia. Per l’abbondanza degli strumenti disponibili – e per un’ampiezza di diffusione che, almeno in parte, è accessibile dalla quasi totalità della popolazione. Ma in un allargamento apparentemente erga omnes ci sono profonde e significative disuguaglianze, come chiaramente rilevato dagli studi del Censis.

In questo quadro complesso non è irrilevante cercare di capire per quale percorso, e con quale andamento, siamo arrivati alla situazione di oggi. E scoprire che alcune tendenze hanno evoluzioni veloci, altre molto più lente – e nessuna porta a un distacco totale rispetto al passato.

Un altro fatto, spesso trascurato, è che le nuove risorse di comunicazione si aggiungono a quelle esistenti, ma non le sostituiscono. Non siamo diventati afasici, alcuni millenni fa, quando abbiamo imparato a scrivere. Più recentemente la fotografia non ha eliminato la pittura, il cinema non ha sostituito il teatro, la televisione non ha soppresso il cinema, la musica riprodotta non ha fatto sparire i concerti – e così via. La diffusione dei mezzi elettronici ha aumentato, non diminuito, l’uso della carta stampata. Eccetera eccetera...

Più che pensare a come un nuovo strumento può sostituire quelli precedenti, è interessante capire come si combinano – e come si evolvono interagendo fra loro.

Un’opinione diffusa è che oggi tutto proceda in modo molto più veloce, che rispetto al passato i tempi siano continuamente e costantemente accelerati. Ma non è vero – o almeno non lo è in modo omogeneo e coerente.

Ci sono situazioni, nel passato, in cui le evoluzioni delle risorse hanno richiesto secoli. Altre in cui fra l’invenzione di una risorsa tecnica e l’identificazione dei modi per usarla sono passati pochi decenni. Si notano fenomeni analoghi anche in sviluppi recenti. L’evoluzione è sempre stata, ed è ancora oggi, disomogenea, discontinua e spesso imprevedibile.

Si può discutere all’infinito su quanto la “sovrabbondanza” di informazione e comunicazione disponibile abbia aumentato o diminuito la nostra capacità di informarci e di comunicare. La risposta più semplice (e, credo, anche la più vera) è che dipende soprattutto da un singolo fattore, individuale e culturale: il desiderio e la capacità di ciascuno nel voler comunicare, saper ascoltare, saper distinguere e cercare le informazioni più interessanti.

Alla comprensione di questi fenomeni (che non sono complessi solo oggi, ma lo sono sempre stati) può contribuire un po’ di analisi storica... che spero di essere riuscito a riassumere in queste pagine in modo sufficientemente rilevante.

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Cenni di storia dei sistemi
di informazione e comunicazione

 

 

Il “passaparola”

Se ne parla poco. Lo si dà per scontato – o non lo si prende affatto in considerazione. Ma il “passaparola”, la rete infinita e difficilmente verificabile dei contatti personali, rimane uno dei più potenti ed efficaci strumenti di comunicazione e di informazione.

Non è analizzabile in termini numerici, se non per il dato più semplice: la numerosità della popolazione. Ma se ne può tracciare l’evoluzione fin dalle origini della nostra specie (anche prima, perché forme di dialogo e di scambio esistono non solo nei primati, non solo nei mammiferi o nei vertebrati, ma in ogni creatura vivente).

Non è concepibile alcuna cultura umana senza comunicazione. Si perdono nelle ombre remote della preistoria anche le origini dei sistemi di comunicazione a distanza – che fossero tamburi, segnali di fuoco o di fumo, gesti o suoni modulati come quelli che si scambiano anche altre specie animali.

Ma una delle caratteristiche fondamentali del genere umano è la ricchezza e la complessità del suo linguaggio – che è e rimane fondamentalmente “lingua parlata”. Nel palese e vistoso dominio dei mass media siamo portati un po’ troppo facilmente a sottovalutare il profondo valore, e l’enorme potenza, del dialogo individuale.

Se questo è vero fin dalle origini della specie, un cambiamento importante c’è stato. E rispetto alla storia dell’umanità è molto recente. Nel diciannovesimo secolo ci sono state due innovazioni fondamentali. Il telegrafo (1844) e il telefono (1877) di cui riparleremo più avanti. In poco più di trent’anni (un tempo brevissimo nella storia) si sono create le premesse per dare alla comunicazione umana possibilità che prima non aveva mai conosciuto. Dallo spazio del villaggio o del quartiere si è passati a una dimensione che non è “globale” (estese parti del mondo sono chiuse, ancora oggi, da barriere tecniche, politiche o culturali) ma ha assunto dimensioni mai conosciute prima.

Naturalmente la comunicazione privata non è solo verbale. Da più di cinquemila anni si comunica anche con la parola scritta. Esistevano servizi postali organizzati nel settimo secolo a.C. in Egitto e in Mesopotamia, che più tardi si estesero nell’impero romano (nella stessa epoca c’erano sviluppi analoghi in Cina). Ma erano riservati alle autorità pubbliche.

I primi servizi disponibili ai privati apparvero in Europa nel quattordicesimo secolo. Nel Cinquecento c’erano reti di corrieri con il cambio dei cavalli alle “stazioni di posta”. Ma solo nel diciannovesimo secolo, con lo sviluppo delle ferrovie, si organizzò il sistema postale come lo conosciamo oggi (pare che l’agenzia di informazioni Havas, nel 1840, usasse ancora i piccioni viaggiatori). I primi francobolli furono emessi in Inghilterra nel 1840. In Italia nel 1850 (Lombardo Veneto) e 1851 (granducato di Toscana e regno di Sardegna). Un’organizzazione internazionale, con l’ambizioso nome di Unione Postale Universale, fu costituita nel 1874.

Oltre allo sviluppo della posta e del telegrafo, altre evoluzioni delle comunicazione scritta derivano dalla nascita della dattilografia nel 1874 e dei vari sistemi di fotocopiatura che seguirono all’invenzione della fotografia nel 1839. E poi, nella seconda metà del ventesimo secolo, la diffusione di telex e telefax (e della posta elettronica, di cui parleremo più avanti).

Il sistema telex per trasmettere testi scritti, nato negli anni ’20, ebbe larga applicazione molto più tardi (arrivò al massimo di diffusione nel 1985). Rispetto ai sistemi di oggi era lento (circa 80 parole al minuto) ma era semplice ed efficiente. Non aveva limiti di lunghezza: alcuni telex erano brevissimi, altri riempivano metri di carta.

Il “telefacsimile”, che siamo abituati a chiamare “fax”, è uno fra i tanti esempi di come possa essere lungo e tortuoso il percorso fra un’invenzione e la sua realizzazione pratica. Una macchina per la trasmissione di immagini era stata concepita da Alexander Bain in Inghilterra nel 1843 e sviluppata da Giovanni Caselli in Italia nel 1862. Ma il primo “telecopiatore” moderno fu realizzato dalla Xerox cent’anni dopo, nel 1966 – e i telefax cominciarono a diffondersi intorno al 1980 partendo dal Giappone.

Un altro cambiamento profondo è stato lo sviluppo della mobilità fisica. I mezzi di trasporto hanno contribuito a cambiare il nostro concetto di distanza. All’inizio del diciannovesimo secolo cominciò lo sviluppo delle ferrovie. Poco prima del 1900 nacque l’automobile – e poco dopo l’aeroplano.

I fratelli Wright si alzarono di pochi metri da terra nel 1903. La posta aerea nacque nel 1918. La trasvolata atlantica di Lindbergh avvenne nel 1927 e quella di Balbo nel 1930. C’erano servizi di trasporto passeggeri negli anni ’20, ma la diffusione dei viaggi aerei si realizzò progressivamente dopo la fine della seconda guerra mondiale – ed ebbe una forte accelerazione con l’introduzione dei jet a reazione a partire dal 1958 e dei jumbo con grandi capacità di carico dal 1970.

Una mobilità così estesa e veloce era una cosa sconosciuta in tutta la storia precedente. Oggi ci è difficile immaginare come fosse il mondo quando per raggiungere paesi lontani ci volevano settimane o mesi di rischiosa navigazione – o faticosi viaggi terrestri per interminabili vie carovaniere. E senza una radio o un telefono per chiedere soccorsi o restare in contatto con chi era rimasto a casa.

Contemporaneamente i mezzi di comunicazione individuale (anch’essi arrivati nel ventesimo secolo, un po’ per volta, a un’ampia diffusione) hanno aperto possibilità prima inimmaginabili di dialogo a distanza. La coincidenza (tutt’altro che casuale) dei due fenomeni ha avuto un effetto di reciproca moltiplicazione. Questo è uno dei fatti fondamentali per cui la cultura umana di oggi è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta. Ma c’è anche un fattore profondo di continuità: abbiamo un’accresciuta potenza, ma non una mutata natura, del dialogo personale e del “passaparola”.

In ogni analisi storica e culturale si tende sempre a badare ai “grandi eventi”, ai fenomeni “di massa”, alle tendenze più apparenti e dominanti. La realtà è formata in gran parte da un infinito tessuto di “piccoli eventi” assai meno vistosi. Lo stesso accade con i sistemi di comunicazione.

La potenza del “passaparola” non diminuisce con l’abbondanza dei “mezzi di massa” e degli strumenti di comunicazione. Semmai aumenta, perché oltre all’incontro personale (sempre insostituibile) si può diffondere più velocemente con il telefono, con la “posta elettronica”, con lo scambio di “messaggini”, con le chat, eccetera (per non parlare di sistemi un po’ dimenticati, ma non defunti, come la posta “tradizionale”, il fax o le reti di “radioamatori”).

L’incrocio continuo e infinito dei dialoghi personali, anche quando è (o sembra) un’eco passiva delle tendenze tracciate dai mass media, rimane un fattore fondamentale nei sistemi di comunicazione. Sarebbe un grave errore trascurare l’efficacia e la potenza. In ogni forma di comunicazione umana. Personale o collettiva, culturale o politica, sociale o commerciale. Ed è criminale cercare di reprimerla, come è perverso e sciocco tentare di ridurla all’obbedienza o all’omogeneità con i sistemi culturali dominanti.

In questo contesto è opportuno anche rivedere e approfondire il concetto di opinion leader. Siamo abituati a pensare che i “formatori di opinione” siano soltanto quelle persone che occupano una posizione di autorità, o che hanno voce e spazio nei sistemi di comunicazione, o che per una varietà di motivi sono più o meno note o “famose”. Ma il sistema non è così banale. Spesso una posizione di “autorevolezza” è attribuita a persone del tutto ignote alle cronache, ma cui altri individualmente attribuiscono un ruolo di competenza su qualche specifico argomento.

Se tracciamo un’ipotetica linea di divisione nel mondo, fra “abbienti” e “non abbienti” di informazione e comunicazione, l’Italia si colloca ovviamente nel territorio dei “ricchi”. Con parecchie distonie, come vedremo più avanti. Ma non perché manchino gli strumenti a chi sa e vuole comunicare.

Prima di esaminare i mezzi di informazione e di comunicazione può essere utile valutare uno strumento di mobilità fisica. Un elemento di facile misurazione e confronto è l’automobile. Questo è il numero di “autoveicoli” circolanti, in rapporto alla popolazione, in 11 paesi dell’Unione Europea più Stati Uniti, Canada e Giappone.

 

Autoveicoli in 14 paesi
Percentuali su popolazione
Fonte: dati pubblici nazionali raccolti da Istituto De Agostini

autoveicoli

L’Italia non è il paese più “motorizzato” del mondo, ma ha una densità di automobili fra le più alte – superiore anche a quella di paesi con un reddito e un tenore di vita più elevato. È noto che gli italiani viaggiano molto, anche in aereo e con altri mezzi, per turismo, per lavoro o per vari motivi personali o di gruppo. In fatto di “mobilità fisica” l’Italia è molto più avanzata che in altri settori.

Se una delle misure di intensità degli scambi è la propensione a viaggiare, anche fuori dai propri confini, un’altra è la frequenza di visita da parte di stranieri. Secondo i dati pubblicati dall’Economist l’Italia è il quarto paese del mondo per numero di turisti (dopo la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti – seguita da Gran Bretagna e Cina). Anche questo arricchisce le nostre possibilità di dialogo, di incontro, di scambio culturale.

Per quanto complesso possa essere l’incrocio delle varie risorse, e variabili le fasi economiche e culturali, non ci sono certo negate le possibilità di viaggiare e di comunicare, di usare il “passaparola” in tutte le ampiezze rese possibili dai moderni strumenti di comunicazione. Se in altri settori possiamo essere o apparire più o meno “dotati”, nel mondo fondamentale del dialogo personale siamo fra i più abbondantemente provvisti di strumenti e risorse. Compresa, forse, una certa loquacità... ma l’immagine diffusa nel mondo degli italiani “chiacchieroni” è più un cliché che un fatto significativo.

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Cenni di storia dei sistemi
di informazione e comunicazione

 

 

La stampa

Un fatto forse un po’ dimenticato è che l’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della comunicazione stampata. Sono passati più di cinquecento anni da una delle rivoluzioni (o evoluzioni) fondamentali nella storia della comunicazione.

Metodi di stampa esistevano da secoli – ed erano usati, talvolta, anche per riprodurre testi scritti. Si stampava in “xilografia”, usando incisioni in legno, ma anche con caratteri mobili. Non solo in Cina, ma anche in Europa. Ma un cambiamento radicale era inevitabile – perché lo richiedeva la cultura rinascimentale e lo consentivano le risorse tecniche disponibili.

Fu Johann Gutenberg, nel 1450, a trovare la “convergenza” di diverse tecnologie che si erano sviluppate nella prima fase dell’era industriale, cioè nel quattordicesimo secolo. La metallurgia, che si era evoluta non solo per usi militari, fornì le basi per la fusione dei caratteri. Le tecnologie del torchio, nate dai mulini, offrirono le risorse per la stampa. L’evoluzione della chimica aveva portato a nuovi tipi di inchiostro. E la produzione della carta aveva avuto, specialmente a Fabriano, una notevole evoluzione, sia per “meccanizzazione” dei sistemi produttivi, sia per “costanza di qualità” del prodotto.

Un’intelligente combinazione di risorse diverse consentì a Gutenberg di consegnarci uno strumento che ha contribuito in modo molto rilevante all’evoluzione della cultura e della società umana.
(Vedi Le due facce della convergenza).

 
Gutenberg era un orafo e si intendeva di metallurgia. Uno dei suoi soci era proprietario di un mulino.

Lo sviluppo di nuove tecniche di stampa, in quel periodo, era “inevitabile” – per i motivi culturali che vedremo più avanti.  Se non lo avesse fratto Gutenberg, ci sarebbe riuscito uno degli altri gruppi di persone che stavano lavorando su progetti analoghi.
 

Ma il passo determinante, cioè la nascita dell’editoria, avvenne quarant’anni dopo a Venezia, per opera di Aldo Manuzio. Che era un umanista, non uno stampatore (si serviva della tipografia di Andrea Torresani da Asola). Non solo inventò un nuovo carattere, l’aldino, progenitore di tutti quelli moderni – e uno stile di impaginazione da cui ancora oggi possiamo imparare. Fu anche il primo a numerare le pagine per facilitare la lettura e la consultazione. Migliorò la leggibilità dei testi, con un uso più efficiente degli spazi e della punteggiatura. E sviluppò concetti fondamentali per la cultura editoriale, come la “redazione” dei libri e le “edizioni critiche” dei testi classici.

 
Il motto festina lente (affrettati adagio) che Aldo Manuzio adottò nel marchio della sua impresa ha origini nell’antichità classica. Ma non è un caso che quell’apparente paradosso accompagnasse lo sviluppo di una grande innovazione. È oggi, più che mai, di attualità.
Vedi La fretta non è velocità.
 

Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Il torchio durò quasi senza cambiamenti fino agli inizi del diciannovesimo secolo, quando fu gradualmente sostituito da macchine tipografiche più veloci (la prima con un motore a vapore fu costruita a Londra nel 1810). L’idea di utilizzare un cilindro rotante era stata concepita all’inizio del secolo, ma la prima macchina di quel genere fu installata nel 1846, il “flano” fu inventato nel 1848 e le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867.

Per quattro secoli la composizione dei caratteri era rimasta tutta manuale. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica).

L’editoria si è molto evoluta e arricchita, ma è rimasta sostanzialmente quella che aveva impostato Aldo Manuzio (alcune forme un po’ scadenti di editoria di oggi potrebbero migliorare se si riscoprisse ciò che Aldo ci aveva insegnato cinquecento anni fa).

“In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani. Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi. Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui “tutti” (o quasi) in Italia sanno leggere e scrivere.

Ma quanti leggono?  E che cosa?  Quanto c’è di vero nella diffusa opinione che “gli italiani non leggono”?  Molti studi (fra cui le ricerche del Censis) hanno dato risposte significative a questa domanda. Ma, prima di approfondire alcuni dati specifici su questo argomento, vediamo qual è l’evoluzione nel tempo – che segnala, nell’epoca in cui viviamo, una preoccupante mancanza di cambiamento.

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I mezzi “audiovisivi”

La comunicazione “audiovisiva” è antica quanto l’umanità. Non solo la comunicazione personale (gesti, suoni e parole) è intrinseca al concetto di “essere umano”, ma anche le comunicazione collettiva, dapprima del branco o tribù, poi di più ampie comunità, si è sempre attuata in forme organizzate di espressione basate sul suono, sull’immagine o su una combinazione delle due cose.

Fin dalla preistoria si comunicava per suoni e per immagini. Si è evoluta nel tempo anche la comunicazione a distanza, con diversi usi del suono, dai tamburi alle campane – e vari generi di segnali visivi, coms segnali di fuoco o di fumo, bandiere, specchi, eccetera. C’erano forme antiche di “telegrafo”, come la catena di fuochi nella notte che permetteva a Giulio Cesare di comunicare con Roma dalle Gallie.

Forme complesse di comunicazione audio-visiva si erano sviluppate più di duemila anni fa nel teatro, con macchine, scenografie ed “effetti speciali” di notevole complessità. Anche l’uso della musica nel teatro (oltre che in varie cerimonie pubbliche) era abituale molto prima che nascesse il melodramma, cioè l’opera lirica come si è sviluppata negli ultimi trecento anni.

Naturalmente molto è cambiato con le risorse moderne. Ma è bene ricordare che ci sono esperienze antiche su cui si basa l’uso di strumenti nuovi. Nessuna delle forme di comunicazione di cui ci serviamo è priva di radici nel passato delle culture umane.

Non sempre le risorse tecniche di cui oggi disponiamo sono usate bene. Quando la ricerca di “effetti” prende il sopravvento sui contenuti le tecnologie, invece di offrire un vantaggio, si trasformano in un danno. Questo non accade solo nel cinema, nella televisione o nell'internet, ma anche in molti altri casi. Vedi, per esempio, Il morbo di powerpoint.

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di informazione e comunicazione

 

 

L’internet

Era inevitabile che lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e dei sistemi di comunicazione portasse a qualcosa di simile all’internet. Strutture di dialogo e scambio in rete si sono sviluppate, indipendentemente l’una dall’altra, prima che il protocollo TCP/IP (cioè inter-net) diventasse la risorsa di base su cui i diversi sistemi si appoggiano.

Le origini concettuali si possono far risalire alla metà dell’Ottocento. Quando, per esempio, Ada Byron (figlia del poeta – nota come Lady Lovelace) si era interessata agli esperimenti di Charles Babbage con la difference engine, intuendo che lo sviluppo poteva portare non solo a “macchine calcolatrici”, ma anche a strumenti di informazione e comunicazione.

 
Di questi esperimenti abbiamo già parlato a proposito di computer

The Difference Engine è anche il titolo di un romanzo di fantascienza, scritto da William Gibson e Bruce Sterling nel 1990, in cui si immaginava che nell’Ottocento in Inghilterra si fosse diffuso non solo l’uso dei computer, ma anche qualcosa di simile all’internet, in base al lavoro di Charles Babbage e Lady Lovelace. Il libro, purtroppo, è mediocre, ma l’ipotesi è interessante.
 

Ma passarono più di cent’anni prima che ci fossero sviluppi reali.

Un progetto specifico era stato proposto nel 1945. In un articolo sull’Atlantic Monthly Vannevar Bush (vicepresidente del MIT e uno degli scienziati dell’Office of Scientific Research organizzato dal presidente Roosevelt) proponeva un sistema capace di costituire una rete mondiale di condivisione della conoscenza. Lo chiamava Memex. Il progetto non fu realizzato, ma contribuì a ispirare gli sviluppi che presero forma vent’anni più tardi.

Nel 1958 fu costituita l’Advanced Research Project Agency, per iniziativa del presidente Eisenhower e del suo ministro della difesa Neil McElroy (che non era un militare, ma un civile: veniva dalla Procter & Gamble).

Nel 1964 una proposta pubblicata da Paul Baran (Rand) delineava i princìpi di quell’idea di networking che vent’anni più tardi prese il nome di internet.

Nel 1965 Ted Nelson inventò il termine hypertext per definire un linguaggio che permetta una gestione articolata nei contenuti (un concetto che era già stato definito vent’anni prima nel progetto Memex). Nelson aveva sviluppato anche le basi tecnologiche per un progetto che chiamò Xanadu, simile al Memex. Ma anche questo, per il momento, non fu realizzato.

L’idea di networking era “nell’aria”. Era evidente che qualcuno, presto o tardi, l’avrebbe messa in pratica. Il primo esperimento basato sui principi Rand fu realizzato nel 1968 dal National Physics Laboratory in Gran Bretagna. Intanto negli Stati Uniti nasceva il Network Working Group.

Ma l’iniziativa più concreta fu quella dell’Advanced Research Project Agency, che dal 1965 stava studiando le possibilità del networking e nel 1969 lanciò il progetto ArpaNet.

 
Dal fatto che Arpa era un’agenzia del ministero della difesa si è dedotta la diffusa, ma in gran parte sbagliata, convinzione che il progetto di networking avesse obiettivi prevalentemente militari.
Vedi l’internet non è militare.
 

Fu stabilito il primo collegamento con quattro istituti universitari: l’UCLA a Los Angeles, l’UCSB a Santa Barbara, lo Stanford Institute e l’Università dello Utah. Si definì il primo protocollo di collegamento (NCPNetwork Control Protocol).

Nel 1971 nacque un nuovo sistema di “posta elettronica” – quello che oggi conosciamo come e-mail. Ray Tomlinson definì il programma per lo scambio di messaggi in rete. Nel 1972 fu adottato l’uso del segno @ (at) che in italiano è stato poi chiamato “chioccioletta”. Nello stesso anno fu costituito l’Inter Networking Group per definire gli standard della comunicazione in rete – e si cominciò lo sviluppo di quello che poi divenne il protocollo TCP/IP. C’erano 27 computer collegati all’ArpaNet.

Nel 1973 ci furono i primi collegamenti internazionali dell’ArpaNet con l’University College di Londra e con Norsar in Norvegia. Nel 1974 nacquero Telnet (il primo sistema che permette a chi ha un accesso a un servizio nella rete di collegarsi con un altro) e il protocollo FTP (File Transfer Protocol) che è ancora oggi largamente in uso.

Nel 1976 fu definito il protocollo UUCP (Unix to Unix copy) su cui dal 1979 si è basato lo sviluppo, indipendente dall’internet, dei newsgroup Usenet. (Dal 1986 è stato progressivamente adottato in Usenet il nuovo protocollo NNTPnetrwork news transfer protocol – ma la natura dei newsgroup rimane sostanzialmente invariata). Nel 1977 Dennis Hayes inventò il modem.

Nel 1981 c’erano 200 host collegati all’ArpaNet – mentre nasceva BitNet (because it’s there network) che si sviluppò indipendentemente e solo alcuni anni dopo confluì nell’internet. Nel 1982 si stabilì (con il Cnuce a Pisa) il primo collegamento in Italia al sistema di reti che poco più tardi prese il nome di internet.

Nel 1983 fu adottato il protocollo TCP/IP e cominciò la diffusione dell’internet, che dal 1984 fu posta sotto il controllo della National Science Foundation. Nel 1984 fu anche messo a punto il sistema DNS (Domain Name System) su cui si basano gli indirizzi i rete – come quelli della “posta elettronica” e poi, dieci anni più tardi, quelli dei “siti web”.

Il primo BBS (bulletin board system) era nato nel 1972. Negli anni successivi cominciarono a collegarsi fra loro. Agli inizi degli anni ’80 si aprirono i primi BBS in Italia. Nel 1984 si realizzò, separatamente dall’internet, la loro rete internazionale di collegamento (dieci anni più tardi c’erano decine di migliaia di BBS negli Stati Uniti, duemila in Italia).

C’erano, in quel periodo, sistemi separati di networking che operavano indipendentemente l’uno dall’altro. I newsgroup Usenet. Le reti dei BBS che si collegavano in echomail (il più diffuso sistema internazionale, Fidonet, nacque nel 1986). Reti aziendali, nelle imprese internazionali, che usavano sistemi diversi. Mentre l’internet era usata quasi esclusivamente dalla comunità accademica in alcune università scientifiche (in particolare quelle di fisica).

I criteri della netiquette, cioè del corretto comportamento online, che circolavano in rete già negli anni ’70, cominciarono nel 1985 ad avere una definizione formale. Nel 1985 si svilupparono le prime mailing list, cioè aree di dialogo e dibattito basate sull’e-mail.

Nel 1988 nacque IRC (international relay chat). Varie situazioni di chat, cioè di dialogo “in tempo reale”, esistevano anche prima, ma non avevano quella possibilità di “interconnessione” che si realizzò con IRC – e poi anche con altri sistemi, come ICQ (I seek you) dal 1996.

Nel 1988 fu identificato il primo worm o “virus replicante” capace di riprodursi e diffondersi attraverso “allegati” ai messaggi online. Nello stesso anno John Walker, fondatore di Autodesk, acquistò da Ted Nelson i diritti della tecnologia Xanadu e investì circa cinque milioni di dollari nello sviluppo. Ma l’anno dopo abbandonò il progetto perché venne a sapere che qualcun altro era più avanti di lui.

Nel 1989 Tim Berners-Lee al Cern di Ginevra sviluppò l’idea e le soluzioni pratiche da cui è nato il sistema world wide web. Totalmente aperto e gratuito, come le tecnologie e le applicazioni su cui si basa l’internet. Molti oggi confondono internet e web, ma non sono la stessa cosa. L’internet è la base su cui si appoggiano le risorse del linguaggio HTML (Hyper-Text Markup Language) che è la struttura del sistema web.

Nel 1991 Philip Zimmerman mise in distribuzione la prima versione di PGP (Pretty Good Privacy) che si affermò come il più diffuso sistema di crittografia. Nello stesso anno nacque Gopher, il primo sistema di “navigazione” nell’internet, cui poi si aggiunse Veronica (ma caddero in disuso quando l’ambiente web prese il sopravvento). Sistemi di ricerca in rete, meno facili degli attuali search engine, ma di non irrilevante efficienza, si basavano su FTP (file transfer protocol).

 
La sigla “Veronica” sta per Very Easy Rodent-Oriented Net-wide Index to Computerized Archives – dove rodent è un riferimento a gopher, che è una specie di talpa.
 

Il sistema web si diffuse gradualmente nella prima metà degli anni ’90. Nel 1993 Marc Andreessen rese disponibile in rete Mosaic (il primo browser) e un anno più tardi, insieme a Jim Clark, sviluppò Netscape. Nello stesso anno nacque Allweb, il primo “motore di ricerca” web.

Nel 1993 uscì il primo quotidiano online – il San Jose Mercury News. Il primo italiano fu L’Unione Sarda nel 1994, seguita da Il Manifesto nel 1995, La Repubblica e Il Sole 24 Ore nel 1996, La Stampa e il Corriere della Sera nel 1998.

I primi accessi all’internet “aperti a tutti” in Italia divennero disponibili alla fine del 1994. La rete cominciò a avere una diffusione “popolare” negli Stati Uniti nel 1997. In Italia ci fu una forte crescita delle connessioni a partire dal 1998.

Nel 1983 c’erano 500 host internet nel mondo. Più di mille nel 1964, 5000 nel 1986, 100.000 nel 1989, un milione nel 1992, quasi cinque milioni nel 1994, più di dieci milioni alla fine del 1995 (di cui tre milioni in Europa e 150.000 in Italia). Si diffuse in quel periodo la percezione che si trattasse di una crescita “esponenziale”. Ma non è vero, come risulta da tutte le verifiche negli anni seguenti.

 

Dati e grafici sull’evoluzione dell’internet,
che compaiono nella versione stampata del testo,
sono omessi qui perché si può accedere
direttamente alle analisi disponibili online.

Per una breve sintesi, aggiornata alla fine del 2003,
vedi il
numero 70 della rubrica “Il mercante in rete”.

 

 
Per le analisi sullo sviluppo dell’internet
vedi nella “sezione dati”

L’internet nel mondo

L’internet in Europa e in Italia

 

 

Oggi ci sono 230 milioni di host internet nel mondo, 34 milioni in Europa, più di cinque milioni in Italia. Le percentuali di crescita, naturalmente, diminuiscono con l’aumentare della quantità, ma non si può definire “lento” sviluppo di un sistema che cresce del 36 % in un anno.

Il problema non è la quantità totale dell’attività in rete, ma il modo squilibrato in cui è diffusa. La cosiddetta “globalità” è un mito. Per l’accumulo di diversi fattori (economici, culturali, politici – e anche di repressione e censura) nove decimi dell’umanità sono ancora esclusi dalla comunicazione in rete.

Per quanto riguarda l’Italia, c’è stato un cambiamento fra il 1999 e il 2000. Dopo molti anni in cui la nostra presenza online rimaneva a un livello basso rispetto al resto del mondo, la crescita in Italia ora è più veloce della media internazionale.

Un quadro diverso risulta dai dati sul numero di persone online. Questo genere di statistiche è poco attendibile, per le caratteristiche delle metodologie di ricerca e per la varietà di criteri con cui viene definito il concetto di “utente” internet. Ancora meno affidabili sono i confronti internazionali. C’era chi immaginava che otto anni fa ci fosse un miliardo di persone nel mondo collegate alla rete. Qualcuno cita ancora quel dato bizzarro come se fosse vero. Ma oggi le ipotesi più “ottimistiche” sono intorno ai 600 milioni (una valutazione più realistica è circa la metà).

 

 
Per le analisi sulle persone online
vedi nella “sezione dati”

L’internet in Italia
 

 

Vent’anni fa c’erano persone in Italia che si collegavano a sistemi di networking (si trattava, in gran parte, di reti diverse dall’internet). Ma erano poche decine di migliaia. La diffusione della rete (come anche nel resto del mondo) ha cominciato a estendersi dopo che, nel 1994, si erano resi disponibili accessi all’internet aperti “a tutti”. C’è stata un’accelerazione della crescita fra il 1998 e il 2000, ma poi è rallentata.

Dalle origini dei collegamenti all’internet fino al 1999 era prevalente, in Italia, l’uso della rete dal luogo di lavoro. Ma dal 2000 è maggiore la crescita dell’uso “domestico”. C’è stato un recente afflusso di giovani, mentre rimane scarsa la diffusione della rete fra le persone di età più avanzata. (A questo proposito vedi I “giovani” e la comunicazione e I “vecchi” e la comunicazione).

C’è un’evoluzione positiva per quanto riguarda la presenza femminile. Mentre era “tradizionale” che la rete fosse prevalentemente usata dagli uomini, oggi anche in Italia la percentuale di donne online è in continuo aumento e tende ad avvicinarsi alla “parità”.

Le differenze per categorie sociali ed economiche sono in progressiva diminuzione. C’è un evidente allargamento verso i livelli “medi” – mentre rimangono sacrificate, come è purtroppo ovvio, quelle categorie “basse” che soffrono, in generale, di una scarsità di risorse di informazione e di comunicazione.

Il concetto di digital divide, di cui molto si parla senza darne alcuna chiara definizione, è sostanzialmente sbagliato. Il problema esiste, ma è culturale, non tecnico. (Vedi La divisione è culturale, non “digitale”).

Un rallentamento dell’afflusso di persone online (non solo in Italia) è dovuto a una varietà di fattori. Delusioni rispetto a promesse esagerate, disagio per varie forme di invasività (e anche per rischi di varia specie la cui pericolosità è spesso descritta nei mass media in modo “sensazionalistico”).

I problemi, tuttavia, ci sono davvero. Non solo la proliferazione dei virus (se ne conoscono più di 80.000) favorita dalle debolezze tecniche dei software più diffusi, ma anche l’esagerata diffusione dello spam, di fastidiose invasività e di truffe di varia specie. (Vedi Spam e scam).

Ha fatto notevoli danni l’estesa diffusione di notizie sul “fallimento dell’internet” – basate sullo sgonfiamento di “bolle speculative“ che nulla hanno a che fare con lo sviluppo della rete. (Vedi La “crisi” che non c’è).

Non è stata meno dannosa l’eccessiva insistenza sulla inesistente necessità di usare macchine complesse e costose – o collegamenti “superveloci” che per il 99 per cento delle persone (e imprese) che usano la rete sono inutili, se non nocive. (Vedi Quei grandi tubi pieni di nulla).

Intanto aumenta il numero di persone che hanno una buona pratica della rete. E l’esperienza continuamente conferma che le risorse più importanti online sono i dialoghi personali e il “passaparola”. Il cerchio si chiude. La più moderna delle risorse è strutturalmente simile alla più antica.

 
Questo non è un dettaglio. Uno dei valori fondamentali delle “reti telematiche” (cioè oggi principalmente l’internet) è la “riscoperta” di forma di comunicazione che non sono mai scomparse, ma sembravano disperse e schiacciate in un mondo dominato dai mass media.
Vedi I valori antichi della nuova comunicazione.
 

 

 

Che cos’altro può essere all’orizzonte?

Sullo sviluppo delle “nuove tecnologie” ci sono molti più discorsi (e polemiche) che fatti. Ci sono, finora, solo tre rilevanti nuovi sviluppi. La diffusione della telefonia mobile e, meno velocemente, del computer e dell’internet. Per il resto la situazione è statica e si continuano a constatare situazioni che non sono sostanzialmente cambiate da alcuni decenni.

Le possibilità offerte dalle tecnologie sono così tante che una sola cosa è certa: fra le molteplici evoluzioni immaginabili solo alcune si realizzeranno. E lo faranno, molto probabilmente, in modo diverso da come oggi si immagina o si prevede.

La storia ci insegna chiaramente che fra la possibilità teorica, o anche la disponibilità pratica, di una risorsa e la sua diffusione il percorso è discontinuo. Talvolta veloce, ma spesso più lenta di quanto sarebbe “tecnicamente possibile”.

L’importante è capire che l’informazione e la comunicazione non sono tecnologie. Sono esigenze umane. Possono, secondo il caso, essere una risorsa o un problema. E prima di pensare a quali altre meraviglie (o incubi?) potrà riservarci il futuro è fondamentale approfondire il modo in cui i sistemi disponibili sono usati – e come potrebbero essere meglio adattati alle esigenze umane.

 
Il personal computer, specialmente con l’uso delle tecnologie oggi più diffuse, è una delle macchine meno efficienti, affidabili e funzionali che siano mai esistite. L’internet è una risorsa sostanzialmente solida, e di non difficile uso, ma anche sulla rete si sono accumulati problemi e difficoltà derivanti dalla farraginosa inadeguatezza delle tecnologie di accesso che si sono inutilmente e fastidiosamente sovrapposte a soluzioni molto più semplici ed efficienti.
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Da quando, più di vent’anni fa, si è cominciato a capire che la “qualità della vita” non è esclusivamente un fatto economico, è diventato evidente che fra i fattori di povertà e ricchezza vanno considerate anche la quantità e la qualità di informazione. Nonostante la “globalizzazione” dei sistemi una larga parte dell’umanità è ancora tenuta in condizioni di grave ignoranza o condizionamento culturale. E anche nei paesi apparentemente più evoluti, come l’Italia, ci sono aree preoccupanti di privazione o limitazione.

Come mettono in evidenza gli studi del Censis, c’è chi soffre di scarsità di informazione e di comunicazione – e chi ne ha troppa. I due fenomeni non sono separati, ma si mescolano e si fondono in un quadro complesso.