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                                                                                                                DE LUCA MAURA

Una macchina portentosa, fatata
che ti abbaglia e riesce a cambiarti

Al computer la scrittura avanza quasi magicamente: l'autore scrive, taglia, incolla con facilità e piacere. Tuttavia, quando stampa e rilegge il testo prodotto, Starnone si rende conto che per raggiungere il livello qualitativo desiderato è indispensabile il faticoso lavoro di correzione su carta. L'uso del pc può sembrare ininfluente, eppure è in grado di mutare nel profondo il nostro stesso modo di comunicare.

Ho cominciato a far uso del computer nel 1984. Me ne sono servito e me ne servo tuttora come di una macchina da scrivere fatata. In passato ho cercato di capire come funzionava, volevo sottrarmi alla sua magia e farne un naturale prolungamento dei polpastrelli. Non ci sono riuscito e mi vergogno molto di questo fallimento. A volte, se mi scivola un dito, lo schermo diventa misteriosissimo e devo telefonare di corsa a mio figlio perché mi tiri fuori dai guai.
Come dattilografo miracolato procedo a onda, alterno entusiasmo a depressione. Amo molto il momento in cui, coi miei quaderni zeppi di appunti a penna, mi metto al computer e la scrittura comincia ad avanzare come il filo teso di un equilibrista sul precipizio bianco dello schermo. Nei momenti migliori sembra che la parola, già di per sé miniera inesauribile di insuperati effetti speciali, mi arrivi direttamente dalle dita di un dio come quello dei Dieci comandamenti quando spara lettere a palla di fuoco per comporre le tavole della legge.

Lavoro per ore e ore in stato di ipnosi. Scrivo, taglio, incollo con logorante piacere. Soprattutto cancello, nevroticamente sedotto dal fare e rifare, dal convincimento che con questo strumento portentoso la parola esatta, la frase perfetta, procedendo per tentativi ed errori, alla fine è davvero possibile. Se mi sento sulla strada giusta vado avanti per giorni, settimane, mesi, e più mi rileggo sullo schermo, più mi piaccio, più sgobbo per piacermi ancora di più. Corro dietro a ogni suggestione, a ogni impennata, a ogni guizzo. E' stupefacente quante varianti permetta oggi la scrittura elettronica. Infinite, documentarle tutte renderebbe impraticabile la filologia. Senza contare i ripensamenti strutturali, le nuove versioni. Nessun autore del passato ne ha potute concepire tante, nessuna moglie devota di scrittore avrebbe mai potuto sopportare di ricopiare così numerose stesure, nemmeno la moglie di Tolstoj che pure ricopiò Guerra e pace moltissime volte. Il computer dà al grafomane volenteroso un'impressione di potenza creatrice mai sperimentata.
E' bello sgobbare sulla tastiera finché non si arriva alla parola fine. Poi però giunge puntuale la delusione, certe volte la disperazione. Il testo, lindo, pulitissimo, senza traccia di fatica, disposto a manifestarsi solo attraverso la metafisica della schermata, passa per la crudele stampante, diventa carta. Comincio la lettura, e la lettura su carta per me è sempre avvilente. Scopro di tutto: ripetizioni indesiderate, errori grammaticali e sintattici, lessico improprio, frasi o buttate via o troppo leccate e artificiose, una sorprendente mancanza di controllo sulla scansione delle sequenze. Arrivo a pensare che gli appunti a penna da cui sono partito erano di gran lunga migliori.

Che è successo? Evidentemente la macchina mi ha piegato alle leggi del suo funzionamento, mi ha abbagliato con la sua velocità, con le sue strepitose prestazioni. Ancora una volta non ho tenuto conto del fatto che vengo dal pennino Cavallotti, dalla stilografica, dalla bic, dalla Lettera 22. Ho imparato a scrivere, ho coltivato la scrittura dall'interno di quegli strumenti, dei gesti, dei tempi che essi imponevano.
Perciò riesco a capire cosa ho combinato, a dare al mio testo l'andamento e la misura che secondo me avrebbe dovuto avere, solo quando posso cancellare con tratti di penna, distribuire punti interrogativi o esclamativi, riscrivere sui margini. So sentire insomma quello che va bene e quello che non va, qual è la giusta successione logica, quale il ritmo di un racconto, di un'argomentazione, solo scorrendo e girando pagine, solo registrandone l'accumulo sulla mia sinistra, il mucchio in attesa sulla destra.
Questa lettura su carta per me è fondamentale e faticosissima. Dopo ritorno a lavorare col computer, riporto correzioni, cancello e rifaccio, riorganizzo, e il gioco della fascinazione ricomincia. Ma è un gioco già più meditato, forse più triste. Ora so che il testo del computer è abbagliante ma ingannevole, quello cartaceo è opaco ma sincero.

Proposizione, quest'ultima, che però temo sia fondata solo per me e al massimo per quelli come me, che hanno abitudini di scrittura e di lettura molto stagionate. Le abitudini pesano. Si pensi, per esempio, a quanti gesti dello scrivere di una volta (intingere la penna nel calamaio o estrarre il foglio dal rullo della macchina da scrivere) marcavano intervalli, imponevano un tempo all'immaginazione e alla riflessione, segnalavano la stanchezza, suggerivano pause, riletture, correzioni. Erano le "arretratezze" del mezzo a "educare" alla fatica di scrivere. Oggi non so più darmi i tempi di una volta e non so ancora dosarne di nuovi. Poiché il computer non ha momenti morti e offre la possibilità di scrivere ventiquattro ore su ventiquattro senza soluzione di continuità, tendo senza accorgermene a lavorarci continuamente, fino ad avere vertigini, nausea, bisogno urgente di un chiropratico che mi ridia l'uso della nuca, del collo, delle spalle. Era meglio prima, è meglio adesso? Forse si tratta solo, ancora una volta, di abitudini. Se non fossi come istupidito in mezzo a un guado, sedotto e insieme riluttante, con un po' di autodisciplina potrei dettarmi intervalli adeguati alle mie necessità.

I ragazzi mi pare che non abbiano di queste preoccupazioni, aderiscono agli usi molteplici del mezzo, lo subiscono e lo governano anche se in modo irriflesso. Se si resta al problema della sola scrittura, bisogna dire che ne stanno facendo con disinvoltura un ricco frullato. Chattano producendo uno scrivere contratto, che ora rincorre l'oralità ora le tecniche dei rebus. Piegano le e-mail fino al limite del pittografico. Inventano continuamente modi per tenere insieme la lentezza dello scrivere con la velocità telematica. Però quando è necessario non disdegnano i tempi lunghi. La posta elettronica mi consegna spesso lettere di giovani che per la rispettosa cura della formulazione sembrano scritte da Jacopo Ortis e mi fanno immaginare "brutte" stese a penna, testi fatti e rifatti.
Il passato insomma non passa mai del tutto. Le nuove generazioni se lo adattano, lo riusano, a volte lo prendono addirittura per futuro. Perciò non c'è da averne nostalgia, non c'è nemmeno da strapparsi i capelli all'ipotesi che il tramonto delle nostre modalità di scrittura genererà un peggioramento in assoluto della qualità, come è stato più volte fatto in dibattiti di anni fa o recenti. Forse sì, forse no, si vedrà. Più utile è reimpastare innanzitutto dentro di noi il vecchio e il nuovo. Con studio naturalmente. Necessario e urgente, in specie per amore delle nuove generazioni, è cercare di capire come mutamenti all'apparenza di superficie (il computer è ormai un diffuso elettrodomestico) invece ci cambino in profondità.

 

 

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Domenico Starnone
E'
scrittore e sceneggiatore. Ha insegnato e si è occupato per molti anni del rapporto tra oralità e scrittura nella didattica dell'italiano e della storia. E' stato redattore del "Manifesto" e ha tenuto una rubrica sui problemi della scuola sul "Corriere della Sera". Alla scuola sono dedicati tre suoi libri Ex cattedra (1985), Fuori registro (1992), Solo se interrogato (1995), e una commedia, Sottobanco, (1993). Ha tra l'altro scritto Il salto con le aste (1989), Eccesso di zelo (1993), Denti (1994), La retta via (1997) e Via Gemito (2000), che ha vinto quest'anno il premio Strega e il premio Selezione Campiello. Ha sceneggiato Del perduto amore di Michele Placido e Tutto l'amore che c'è di Sergio Rubini