Cenni di storia
dei sistemi di informazione
e di comunicazione in Italia

Un contributo di Giancarlo Livraghi gian@gandalf.it
al terzo rapporto del Censis sulla comunicazione

marzo 2004

Indice

·       Il “passaparola”

·       La stampa

·       I libri

·       I quotidiani

·       I periodici

·       Diffusione e lettura

·       I mezzi “audiovisivi”

·       La radio

·       La televisione

·       Il telefono

·       Il computer

·       L’internet

 

 

 

Il “passaparola”

Se ne parla poco. Lo si dà per scontato – o non lo si prende affatto in considerazione. Ma il “passaparola”, la rete infinita e difficilmente verificabile dei contatti personali, rimane uno dei più potenti ed efficaci strumenti di comunicazione e di informazione.

Non è analizzabile in termini numerici, se non per il dato più semplice: la numerosità della popolazione. Ma se ne può tracciare l’evoluzione fin dalle origini della nostra specie (anche prima, perché forme di dialogo e di scambio esistono non solo nei primati, non solo nei mammiferi o nei vertebrati, ma in ogni creatura vivente).

Non è concepibile alcuna cultura umana senza comunicazione. Si perdono nelle ombre remote della preistoria anche le origini dei sistemi di comunicazione a distanza – che fossero tamburi, segnali di fuoco o di fumo, gesti o suoni modulati come quelli che si scambiano anche altre specie animali.

Ma una delle caratteristiche fondamentali del genere umano è la ricchezza e la complessità del suo linguaggio – che è e rimane fondamentalmente “lingua parlata”. Nel palese e vistoso dominio dei mass media siamo portati un po’ troppo facilmente a sottovalutare il profondo valore, e l’enorme potenza, del dialogo individuale.

Se questo è vero fin dalle origini della specie, un cambiamento importante c’è stato. E rispetto alla storia dell’umanità è molto recente. Nel diciannovesimo secolo ci sono state due innovazioni fondamentali. Il telegrafo (1844) e il telefono (1877) di cui riparleremo più avanti. In poco più di trent’anni (un tempo brevissimo nella storia) si sono create le premesse per dare alla comunicazione umana possibilità che prima non aveva mai conosciuto. Dallo spazio del villaggio o del quartiere si è passati a una dimensione che non è “globale” (estese parti del mondo sono chiuse, ancora oggi, da barriere tecniche, politiche o culturali) ma ha assunto dimensioni mai conosciute prima.

Naturalmente la comunicazione privata non è solo verbale. Da più di cinquemila anni si comunica anche con la parola scritta. Esistevano servizi postali organizzati nel settimo secolo a.C. in Egitto e in Mesopotamia, che più tardi si estesero nell’impero romano (nella stessa epoca c’erano sviluppi analoghi in Cina). Ma erano riservati alle autorità pubbliche.

I primi servizi disponibili ai privati apparvero in Europa nel quattordicesimo secolo. Nel Cinquecento c’erano reti di corrieri con il cambio dei cavalli alle “stazioni di posta”. Ma solo nel diciannovesimo secolo, con lo sviluppo delle ferrovie, si organizzò il sistema postale come lo conosciamo oggi (pare che l’agenzia di informazioni Havas, nel 1840, usasse ancora i piccioni viaggiatori). I primi francobolli furono emessi in Inghilterra nel 1840. In Italia nel 1850 (Lombardo Veneto) e 1851 (granducato di Toscana e regno di Sardegna). Un’organizzazione internazionale, con l’ambizioso nome di Unione Postale Universale, fu costituita nel 1874.

Oltre allo sviluppo della posta e del telegrafo, altre evoluzioni delle comunicazione scritta derivano dalla nascita della dattilografia nel 1874 e dei vari sistemi di fotocopiatura che seguirono all’invenzione della fotografia nel 1839. E poi, nella seconda metà del ventesimo secolo, la diffusione di telex e telefax (e della posta elettronica, di cui parleremo più avanti).

Il sistema telex per trasmettere testi scritti, nato negli anni ’20, ebbe larga applicazione molto più tardi (arrivò al massimo di diffusione nel 1985). Rispetto ai sistemi di oggi era lento (circa 80 parole al minuto) ma era semplice ed efficiente. Non aveva limiti di lunghezza: alcuni telex erano brevissimi, altri riempivano metri di carta.

Il “telefacsimile”, che siamo abituati a chiamare “fax”, è uno fra i tanti esempi di come possa essere lungo e tortuoso il percorso fra un’invenzione e la sua realizzazione pratica. Una macchina per la trasmissione di immagini era stata concepita da Alexander Bain in Inghilterra nel 1843 e sviluppata da Giovanni Caselli in Italia nel 1862. Ma il primo “telecopiatore” moderno fu realizzato dalla Xerox cent’anni dopo, nel 1966 – e i telefax cominciarono a diffondersi intorno al 1980 partendo dal Giappone.

Un altro cambiamento profondo è stato lo sviluppo della mobilità fisica. I mezzi di trasporto hanno contribuito a cambiare il nostro concetto di distanza. All’inizio del diciannovesimo secolo cominciò lo sviluppo delle ferrovie. Poco prima del 1900 nacque l’automobile – e poco dopo l’aeroplano.

I fratelli Wright si alzarono di pochi metri da terra nel 1903. La posta aerea nacque nel 1918. La trasvolata atlantica di Lindbergh avvenne nel 1927 e quella di Balbo nel 1930. C’erano servizi di trasporto passeggeri negli anni ’20, ma la diffusione dei viaggi aerei si realizzò progressivamente dopo la fine della seconda guerra mondiale – ed ebbe una forte accelerazione con l’introduzione dei jet a reazione a partire dal 1958 e dei jumbo con grandi capacità di carico dal 1970.

Una mobilità così estesa e veloce era una cosa sconosciuta in tutta la storia precedente. Oggi ci è difficile immaginare come fosse il mondo quando per raggiungere paesi lontani ci volevano settimane o mesi di rischiosa navigazione – o faticosi viaggi terrestri per interminabili vie carovaniere. E senza una radio o un telefono per chiedere soccorsi o restare in contatto con chi era rimasto a casa.

Contemporaneamente i mezzi di comunicazione individuale (anch’essi arrivati nel ventesimo secolo, un po’ per volta, a un’ampia diffusione) hanno aperto possibilità prima inimmaginabili di dialogo a distanza. La coincidenza (tutt’altro che casuale) dei due fenomeni ha avuto un effetto di reciproca moltiplicazione. Questo è uno dei fatti fondamentali per cui la cultura umana di oggi è diversa da tutte quelle che l’hanno preceduta. Ma c’è anche un fattore profondo di continuità: abbiamo un’accresciuta potenza, ma non una mutata natura, del dialogo personale e del “passaparola”.

In ogni analisi storica e culturale si tende sempre a badare ai “grandi eventi”, ai fenomeni “di massa”, alle tendenze più apparenti e dominanti. La realtà è formata in gran parte da un infinito tessuto di “piccoli eventi” assai meno vistosi. Lo stesso accade con i sistemi di comunicazione.

La potenza del “passaparola” non diminuisce con l’abbondanza dei “mezzi di massa” e degli strumenti di comunicazione. Semmai aumenta, perché oltre all’incontro personale (sempre insostituibile) si può diffondere più velocemente con il telefono, con la “posta elettronica”, con lo scambio di “messaggini”, con le chat, eccetera (per non parlare di sistemi un po’ dimenticati, ma non defunti, come la posta “tradizionale”, il fax o le reti di “radioamatori”).

L’incrocio continuo e infinito dei dialoghi personali, anche quando è (o sembra) un’eco passiva delle tendenze tracciate dai mass media, rimane un fattore fondamentale nei sistemi di comunicazione. Sarebbe un grave errore trascurare l’efficacia e la potenza. In ogni forma di comunicazione umana. Personale o collettiva, culturale o politica, sociale o commerciale. Ed è criminale cercare di reprimerla, come è perverso e sciocco tentare di ridurla all’obbedienza o all’omogeneità con i sistemi culturali dominanti.

In questo contesto è opportuno anche rivedere e approfondire il concetto di opinion leader. Siamo abituati a pensare che i “formatori di opinione” siano soltanto quelle persone che occupano una posizione di autorità, o che hanno voce e spazio nei sistemi di comunicazione, o che per una varietà di motivi sono più o meno note o “famose”. Ma il sistema non è così banale. Spesso una posizione di “autorevolezza” è attribuita a persone del tutto ignote alle cronache, ma cui altri individualmente attribuiscono un ruolo di competenza su qualche specifico argomento.

Se tracciamo un’ipotetica linea di divisione nel mondo, fra “abbienti” e “non abbienti” di informazione e comunicazione, l’Italia si colloca ovviamente nel territorio dei “ricchi”. Con parecchie distonie, come vedremo più avanti. Ma non perché manchino gli strumenti a chi sa e vuole comunicare.

Prima di esaminare i mezzi di informazione e di comunicazione può essere utile valutare uno strumento di mobilità fisica. Un elemento di facile misurazione e confronto è l’automobile. Questo è il numero di “autoveicoli” circolanti, in rapporto alla popolazione, in 11 paesi dell’Unione Europea più Stati Uniti, Canada e Giappone.

 

Autoveicoli in 14 paesi
Percentuali su popolazione
Fonte: dati pubblici nazionali raccolti da Istituto De Agostini

autoveicoli

L’Italia non è il paese più “motorizzato” del mondo, ma ha una densità di automobili fra le più alte – superiore anche a quella di paesi con un reddito e un tenore di vita più elevato. È noto che gli italiani viaggiano molto, anche in aereo e con altri mezzi, per turismo, per lavoro o per vari motivi personali o di gruppo. In fatto di “mobilità fisica” l’Italia è molto più avanzata che in altri settori.

Se una delle misure di intensità degli scambi è la propensione a viaggiare, anche fuori dai propri confini, un’altra è la frequenza di visita da parte di stranieri. Secondo i dati pubblicati dall’Economist l’Italia è il quarto paese del mondo per numero di turisti (dopo la Francia, la Spagna e gli Stati Uniti – seguita da Gran Bretagna e Cina). Anche questo arricchisce le nostre possibilità di dialogo, di incontro, di scambio culturale.

Per quanto complesso possa essere l’incrocio delle varie risorse, e variabili le fasi economiche e culturali, non ci sono certo negate le possibilità di viaggiare e di comunicare, di usare il “passaparola” in tutte le ampiezze rese possibili dai moderni strumenti di comunicazione. Se in altri settori possiamo essere o apparire più o meno “dotati”, nel mondo fondamentale del dialogo personale siamo fra i più abbondantemente provvisti di strumenti e risorse. Compresa, forse, una certa loquacità... ma l’immagine diffusa nel mondo degli italiani “chiacchieroni” è più un cliché che un fatto significativo.

La stampa

Un fatto forse un po’ dimenticato è che l’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della comunicazione stampata. Sono passati più di cinquecento anni da una delle rivoluzioni (o evoluzioni) fondamentali nella storia della comunicazione.

Metodi di stampa esistevano da secoli – ed erano usati, talvolta, anche per riprodurre testi scritti. Si stampava in “xilografia”, usando incisioni in legno, ma anche con caratteri mobili. Non solo in Cina, ma anche in Europa. Ma un cambiamento radicale era inevitabile – perché lo richiedeva la cultura rinascimentale e lo consentivano le risorse tecniche disponibili.

Fu Johann Gutenberg, nel 1450, a trovare la “convergenza” di diverse tecnologie che si erano sviluppate nella prima fase dell’era industriale, cioè nel quattordicesimo secolo. La metallurgia, che si era evoluta non solo per usi militari, fornì le basi per la fusione dei caratteri. Le tecnologie del torchio, nate dai mulini, offrirono le risorse per la stampa. L’evoluzione della chimica aveva portato a nuovi tipi di inchiostro. E la produzione della carta aveva avuto, specialmente a Fabriano, una notevole evoluzione, sia per “meccanizzazione” dei sistemi produttivi, sia per “costanza di qualità” del prodotto.

Un’intelligente combinazione di risorse diverse consentì a Gutenberg di consegnarci uno strumento che ha contribuito in modo molto rilevante all’evoluzione della cultura e della società umana.
(Vedi Le due facce della convergenza).

 
Gutenberg era un orafo e si intendeva di metallurgia. Uno dei suoi soci era proprietario di un mulino.

Lo sviluppo di nuove tecniche di stampa, in quel periodo, era “inevitabile” – per i motivi culturali che vedremo più avanti.  Se non lo avesse fratto Gutenberg, ci sarebbe riuscito uno degli altri gruppi di persone che stavano lavorando su progetti analoghi.
 

Ma il passo determinante, cioè la nascita dell’editoria, avvenne quarant’anni dopo a Venezia, per opera di Aldo Manuzio. Che era un umanista, non uno stampatore (si serviva della tipografia di Andrea Torresani da Asola). Non solo inventò un nuovo carattere, l’aldino, progenitore di tutti quelli moderni – e uno stile di impaginazione da cui ancora oggi possiamo imparare. Fu anche il primo a numerare le pagine per facilitare la lettura e la consultazione. Migliorò la leggibilità dei testi, con un uso più efficiente degli spazi e della punteggiatura. E sviluppò concetti fondamentali per la cultura editoriale, come la “redazione” dei libri e le “edizioni critiche” dei testi classici.

 
Il motto festina lente (affrettati adagio) che Aldo Manuzio adottò nel marchio della sua impresa ha origini nell’antichità classica. Ma non è un caso che quell’apparente paradosso accompagnasse lo sviluppo di una grande innovazione. È oggi, più che mai, di attualità.
Vedi La fretta non è velocità.
 

Le tecniche di stampa si sono evolute nel tempo, ma mantengono sostanzialmente la loro impostazione originaria. Il torchio durò quasi senza cambiamenti fino agli inizi del diciannovesimo secolo, quando fu gradualmente sostituito da macchine tipografiche più veloci (la prima con un motore a vapore fu costruita a Londra nel 1810). L’idea di utilizzare un cilindro rotante era stata concepita all’inizio del secolo, ma la prima macchina di quel genere fu installata nel 1846, il “flano” fu inventato nel 1848 e le rotative cominciarono a svilupparsi fra il 1861 e il 1867.

Per quattro secoli la composizione dei caratteri era rimasta tutta manuale. Vari metodi di composizione meccanica furono sperimentati fra il 1820 e il 1896, ma l’evoluzione risolutiva venne con l’invenzione della linotype nel 1886 e della monotype nel 1890 (solo dopo la metà del ventesimo secolo sostituite dalla fotocomposizione e poi dall’elettronica).

L’editoria si è molto evoluta e arricchita, ma è rimasta sostanzialmente quella che aveva impostato Aldo Manuzio (alcune forme un po’ scadenti di editoria di oggi potrebbero migliorare se si riscoprisse ciò che Aldo ci aveva insegnato cinquecento anni fa).

“In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani. Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi. Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui “tutti” (o quasi) in Italia sanno leggere e scrivere.

Ma quanti leggono?  E che cosa?  Quanto c’è di vero nella diffusa opinione che “gli italiani non leggono”?  Molti studi (fra cui le ricerche del Censis) hanno dato risposte significative a questa domanda. Ma, prima di approfondire alcuni dati specifici su questo argomento, vediamo qual è l’evoluzione nel tempo – che segnala, nell’epoca in cui viviamo, una preoccupante mancanza di cambiamento.

I libri

Il libro non è nato con l’invenzione della stampa. C’erano libri e biblioteche cinquemila anni fa. Uno degli strumenti fondamentali dell’umanità “stanziale”, edificatrice di villaggi e di città, era la conservazione della parola scritta. Che fossero raccolte di documenti di coccio, rotoli di papiro o altri supporti di scrittura... erano libri.

Per chi, come me, si diverte con le etimologie – la parola “libro” ha origine dalle cortecce degli alberi – in particolare il papiro egiziano – da cui si ricavavano i “fogli” su cui scrivere. Derivano palesemente da “papiro” parole come paper in inglese o papier in francese e tedesco o papel in spagnolo. Una possibile origine della parola “carta” riporta a un altro antico metodo di scrittura, l’incisione su tavolette di cera. “Stampare”, ovviamente, deriva da vocaboli che significano “imprimere” e quindi ha un’origine analoga all’inglese print o al francese imprimer o al tedesco drucken.

Ma il libro come lo conosciamo oggi, fogli piegati, cuciti e rilegati, esiste da meno di duemila anni. Si diffuse fra il secondo e il quarto secolo d.C. Era di pergamena e si chiamava “codice” (mentre il “volume” era quello avvolto, cioè arrotolato).

La pergamena è più resistente del papiro, può essere piegata e cucita, permette di scrivere sui due lati, quindi è più adatta per i libri rilegati. La coesistenza del codex piegato e rilegato con il volumen arrotolato (o fogli distesi) continuò fino al dodicesimo secolo, quando l’uso del papiro fu definitivamente abbandonato

Pare che la carta fosse stata inventata in Cina duemila anni fa, come sostituto meno costoso della seta. Ma arrivò in Europa solo nel dodicesimo secolo – e fu largamente utilizzata trecento anni dopo, quando i libri stampati cominciarono a sostituire i manoscritti.

Fin dalle origini, non c’è mai stata un’epoca in cui i libri fossero solo “letteratura”. Le più antiche raccolte di testi scritti non erano quelle di poesia o narrativa (che rimasero per un po’ più di tempo affidate alla “tradizione orale”) ma di norme, leggi, documenti contabili o commerciali, contratti, rituali religiosi o di comportamento. O manuali tecnici e pratici di varie confraternite professionali. L’opinione diffusa fra gli editori di oggi, che i libri di più facile vendita siano i how to, cioè manuali (non sempre utili) su “come fare”... non è una novità. Ha radici nelle più antiche e remote origini dei libri o delle biblioteche.

I primi metodi di standardizzazione si realizzarono, dopo il Mille, con la nascita delle università, che richiedevano la produzione di libri e dispense in copie uguali, realizzate da botteghe organizzate di copisti. Nel Quattrocento c’erano imprese quasi “industriali” per la produzione in serie di manoscritti.

Ma naturalmente il grande sviluppo venne con l’uso della stampa. Si stima che la “tiratura” di un’opera pubblicata da Aldo Manuzio fosse di mille copie – e che il totale delle sue edizioni superasse le 120.000. La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del Quattrocento si siano stampati 30 o 35 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia dell’umanità.

Nel Cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Di cui 45.000 in Germania, 26.000 in Inghilterra, 25.000 a Parigi, 15.000 a Venezia, eccetera. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di “un’orribile massa di libri che cresce incessantemente”.

Il numero di libri stampati continua ad aumentare. La Library of Congress di Washington non li raccoglie tutti, ma è oggi la più grande biblioteca del mondo. Contiene 19 milioni di libri in 460 lingue. Ogni giorno aggiunge 10.000 nuovi “oggetti” alla sua collezione (che oltre ai libri comprende anche altri stampati, fotografie, registrazioni, eccetera – in totale 126 milioni). Il “pezzo” più antico è una tavoletta cuneiforme datata 2040 a.C. e il più antico libro stampato è una raccolta di mantra buddisti del 760 d.C.

La diffusione dei libri è, ovviamente, aumentata con la crescita del numero di persone che sanno leggere e scrivere. Ma in Italia, anche se l’analfabetismo “totale” è quasi scomparso, ha una crescita stentata.

Secondo il censimento gli analfabeti, che nel 1951 erano il 12,9 % della popolazione, sono scesi a 8,3 % nel 1961, 5,2 nel 1971, 3,1 nel 1981, 2,1 nel 1991 e 1,4 nel 2002. Ma è molto più alto il numero di persone che hanno una capacità limitata di leggere e scrivere. Secondo un’indagine dell’Ocse il 65 % degli italiani ha “competenze alfabetiche molto modeste” o “al limite dell’analfabetismo”.

Sul livello di “competenze alfabetiche” degli italiani uno studio dell’Associazione Italiana Editori dà segnali preoccupanti. Questa analisi suddivide le persone in tre categorie. La prima raggruppa i due livelli più bassi: con una “competenza alfabetica” molto scarsa, “ai limiti dell’analfabetismo”, e con “un limitato patrimonio di competenze di base“. Al terzo livello si trovano le persone con un “sufficiente patrimonio di competenze” e al quarto quelle con “competenze elevate”. Si attribuiscono capacita “elevate” all’8 % della popolazione, “sufficienti” al 26 %, “insufficienti” a due terzi del totale. Il problema si rivela ancora più grave quando si analizzano le differenze per età.

 

“Competenze alfabetiche” degli italiani
per età – percentuali – fonte: Aie

alfabetismo

 

Il problema è serio per la popolazione italiana in generale, ma si aggrava con il crescere dell’età. Questo fenomeno non dipende solo da una più alta “scolarità” nelle generazioni più giovani, ma anche da un degrado nell’invecchiamento. Molte persone “perdono l’abitudine” di leggere, o più in generale di avere curiosità culturali, e così progressivamente riducono il loro livello non solo di “competenza alfabetica”, ma anche di apertura mentale.

Aiutare i vecchi a evitare questo declino, e quando possibile a recuperare le facoltà perdute, dovrebbe essere uno dei più importanti impegni sociali nella nostra cultura. E non solo dal punto di vista dell’industria libraria.

Le diffuse lamentele sul fatto che gli italiani “leggono poco” trovano conferma in questi dati sulla produzione di libri.

 

Libri
1990=100 – fonte: elaborazioni Aie su dati Istat

kubru

 

In una prospettiva relativamente lunga la produzione di libri in Italia risulta notevolmente aumentata. Nel 1990, rispetto a dieci anni prima, il numero di titoli pubblicati era quasi raddoppiato e le copie stampate erano cresciute del 32 %. Lo sviluppo negli anni successivi è meno veloce. Nel 2000, rispetto al 1990, la crescita era del 47 % per il numero di opere e del 20 % per la “tiratura” complessiva. Negli ultimi cinque anni ci sono oscillazioni, che riflettono le incertezze e i mutamenti d’umore delle imprese editoriali più che le richieste dei lettori.

La “tiratura media”, cioè il numero di copie stampate per ogni singolo libro, è in costante diminuzione. Nel 1980 era di 8.500 copie, nel 1990 meno di 6.000, oggi circa 5.000. I costi di produzione si sono ridotti con l’uso dell’elettronica – e questo ha indotto molti editori ad aumentare il numero delle opere pubblicate, anche a scapito della qualità. Ne deriva un mercato affollato e confuso, disorientante per i lettori e anche per i librai.

Secondo uno studio dell’Aie c’è stata una “leggerissima crescita” nel 2002. Nell’anno sono stati pubblicati circa 55.000 titoli per complessivi 260 milioni di copie.

Un fenomeno particolare nel 2002-2003 è l’ampio successo dei libri venduti in edicola abbinati ai quotidiani (42 milioni di copie nel 2002, probabilmente di più nel 2003). Ma non sembra che abbia modificato la situazione. Non risulta che abbia fatto diminuire, né aumentare, le vendite in libreria, né che abbia influito in modo rilevante sul numero di lettori.

Le complessità della distribuzione libraria rendono difficile una valutazione del numero di copie vendute in libreria, ma è opinione diffusa nel mondo editoriale che il mercato cresce poco e che il numero dei lettori è stazionario – cioè quando si vende qualche libro in più è perché chi già era abituato a leggere aumenta i suoi acquisti, non perché si riescano a conquistare nuovi lettori. Queste percezioni sono, almeno in parte, fondate nella realtà.

Secondo gli studi dell’Aie c’era stata una lenta ma costante crescita del numero di persone che leggono “almeno un libro all’anno” nell’ultimo decennio del secolo scorso, seguita da una fase di declino. Nel 2002 si è rilevato «un indice li lettura in leggera crescita, rispetto gli anni precedenti, ma ancora lontano dai valori di metà anni novanta e ancor più rispetto agli altri paesi europei».

Secondo varie fonti le persone che leggono “almeno un libro all’anno” sono il 38 % della popolazione in Italia rispetto al 60 % in Spagna, 69 % in Francia e 80 % nei paesi del Nord Europa (70 % media europea).

Le “serie storiche” dei dati Istat sulla lettura sono lacunose e poco coerenti. Ma la percentuale di persone che “leggono libri” in Italia sembra cresciuta dal 32 % della popolazione nel 1965 a oltre il 36 % nel 1973 – per poi rimanere più o meno stazionaria fino al 1988. Nel 1994 era arrivata al 38 %, nel 1998 al 42 %, ma negli anni seguenti è diminuita e ora sembra intorno al 40 %.

Le persone che leggono “12 o più libri all’anno” sono poche – circa il 5 % della popolazione. In contrasto con la situazione generale delle “competenze alfabetiche”, la ristretta categoria dei lettori abituali di libri non diminuisce con l’età. Sono prevalentemente adulti – e continuano a leggere anche quando invecchiano.

I dati non sono sempre chiari o facilmente interpretabili. Ma sembra confermato che, in confronto a paesi di paragonabile sviluppo economico e culturale, gli italiani “leggono poco”. Soprattutto si conferma il quadro indicato dal Censis: una divisione fra gli “abbienti” di informazione, che hanno una gamma estesa di strumenti, compresa la lettura, e i “poveri” che non solo leggono poco, ma hanno anche scarsità di altre risorse.

I quotidiani

Uno dei più solenni elogi del giornalismo fu una dichiarazione di Thomas Jefferson nel 1787. «Se fossi costretto a scegliere fra un governo senza giornali, o giornali senza un governo, non esiterei a preferire la seconda scelta».

Ma non mancavano, anche in passato, opinioni meno benevole – come un’osservazione di Honoré Balzac citata da Alberto Cavallari: «Se la stampa non ci fosse, bisognerebbe soprattutto non inventarla. Il giornalismo è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non possiamo attraversare, e dal quale non possiamo uscire puliti».

Forse il primo “quotidiano” della storia fu il foglio degli acta diurna che veniva affisso in tutta Roma nel 59 avanti Cristo. In varie epoche successive c’erano “gazzette”, diffuse in vari modi, anche se raramente a disposizione del “grande pubblico” (anche perché erano poche le persone che sapevano leggere).

Pare che la prima forma di “giornalismo” fosse la diffusione di notiziari manoscritti, nell’Europa rinascimentale, fra i mercanti che si scambiavano notizie sulla situazione economica, politica e militare, su usanze, costumi e tendenze, con contenuti anche “umanistici” e culturali.

I primi precursori dei giornali furono bollettini stampati, spesso sensazionalistici, diffusi in Germania nella seconda metà del Quattrocento. Seguirono varie forme di comunicazione stampata, ma uscivano irregolarmente, quando c’era qualche notizia da diffondere, senza una precisa periodicità.

Il primo quotidiano, The Daily Courant, uscì a Londra nel 1702. In Francia il Journal de Paris nel 1777. Negli Stati Uniti il Pennsylvania Packet nel 1784. I primi quotidiani italiani uscirono molto più tardi – dopo il 1840. Per esempio Il Corriere Mercantile di Genova, nato come bisettimanale nel 1924, divenne quotidiano nel 1844. La Gazzetta del Popolo, nata a Torino nel 1848, continuò a uscire fino al 1983. L’Osservatore Romano uscì nel 1849 e divenne quotidiano nel 1851 – nel 1870 assunse il ruolo di organo ufficiale del Vaticano.

La Gazzetta di Mantova e la Gazzetta di Parma si contendono il titolo di “più antico giornale d’Italia”. La prima rintraccia le sue origini fino a un “aviso” che usciva alla corte di Mantova a partire dal 1664. La Gazzetta di Parma, invece, uscì per la prima volta nel Settecento, ma dal 1758 ha avuto più continuità (divenne quotidiana nel 1850).

Anche se in alcuni paesi c’erano quotidiani nel diciottesimo secolo, una larga diffusione si sviluppò nel diciannovesimo, in particolare dopo l’invenzione del telegrafo nel 1844. Un altro impulso alla “quotidianità” delle notizie venne dalla nascita del telefono nel 1877. C’erano giornali “illustrati” anche negli anni precedenti, ma le prime fotografie furono pubblicate nel 1880. La diffusione dei servizi fotografici ebbe un forte aumento dopo la nascita della telescrivente nel 1927.

La prima agenzia di informazione per la stampa fu la francese Havas nel 1835, seguita dalla Associated Press negli Stati Uniti (1848), dalla Wolff in Germania (1849) e dalla Reuter in Inghilterra (1851). In Italia la Stefani, a Torino, nel 1853.

Fra i più antichi quotidiani italiani ci sono La Nazione, nata a Firenze nel 1859, il Giornale di Sicilia (1860), il Corriere Adriatico (1860), il Roma di Napoli (1862), l’Arena di Verona (1866), il Corriere della Sera (1876), il Messaggero (1878). La Gazzetta Piemontese, nata nel 1867, nel 1895 divenne La Stampa. Il Sole, che usciva dal 1865, cent’anni dopo si è fuso con il 24 Ore (che era nato nel 1946).

Ci fu un aumento del numero di quotidiani dal 1880 in poi. Per esempio l’Eco di Bergamo (1880), il Piccolo di Trieste (1881), la Libertà di Piacenza (1883), il Secolo XIX di Genova (1886), il Gazzettino di Venezia (1887), la Prealpina di Varese (1888), l’Unione Sarda (1889), il Mattino di Napoli (1891), la Provincia di Como (1892). Il Giornale delle Puglie, nato nel 1887, divenne poi la Gazzetta del Mezzogiorno. Il Telegrafo, che usciva dal 1887, prese il nome di Tirreno nel 1945 (e poi definitivamente nel 1977). Il Resto del Carlino nacque a Bologna nel 1885 prendendo il nome dalla moneta di cui era il “resto” di due centesimi (nello stesso anno a Firenze un giornale che si vendeva nelle tabaccherie si chiamava Il Resto del Sigaro). La Gazzetta dello Sport, nata come bisettimanale nel 1896, divenne quotidiano nel 1913.

La diffusione della stampa in Italia nel diciannovesimo secolo era limitata dall’esteso analfabetismo. La “tiratura” complessiva dei quotidiani non superava le 500 mila copie. All’inizio del ventesimo secolo, quando alle repressioni del 1898 seguì una fase politica di maggiore libertà, e con lo sviluppo industriale aumentarono le concentrazioni urbane, ci fu una crescita del numero di testate – e un notevole aumento della diffusione.

Nel 1913 Giovanni Giolitti dichiarava che in Italia si leggevano, ogni giorno, cinque milioni di copie di giornali. Se per “giornali” si intendessero solo i quotidiani, il quadro sarebbe catastrofico – cioè se allora erano 20 per 100 abitanti oggi, in percentuale, sarebbero la metà. Il declino è meno preoccupante se nella definizione “giornali”, come allora si usava, comprendiamo anche i periodici. Ma il fatto è che la diffusione della stampa in Italia ha avuto una crescita stentata.

Dopo la prima guerra mondiale si aprì nel resto dell’Europa una nuova fase di sviluppo, ma in Italia la situazione fu bloccata dall’avvento del fascismo, che non solo impose la censura ma limitò anche il numero delle testate (favorendo quel fenomeno di concentrazione che poi è continuato fino ai nostri giorni).

Prima della seconda guerra mondiale c’erano 66 quotidiani in Italia, con una “tiratura” complessiva di 4.600.000 copie. Il Corriere della Sera, che nel 1920 era arrivato a 750.000 copie, negli anni ’40 ne stampava 500.000 (è ancora al primo posto fra i quotidiani in Italia, con una tiratura di quasi 900.000 copie e una diffusione di oltre 700.000).

Nel dopoguerra il numero di testate crebbe rapidamente, fino a 136, per poi scendere a 111 nel 1952, a 96 nel 1961 e a 75 nel 1975. La diffusione dei quotidiani cresceva poco – o addirittura diminuiva. La “tiratura” complessiva nel 1975 era di 6.251.000 copie rispetto a 6.341.000 nel 1965. Nello stesso periodo la diffusione (copie vendute) era scesa da 4.765.000 a 4.415.000.

Da allora la situazione non è molto cambiata. Il numero di testate è di nuovo aumentato (ce ne sono circa 180 – ma molte che erano indipendenti oggi fanno parte di grossi gruppi editoriali). La diffusione, come vedremo più avanti, alla fine degli anni ’80 aveva superato i sei milioni di copie, ma dal 1994 rimane più bassa. In rapporto alla popolazione è inferiore ai livelli d’anteguerra.

L’Italia era ed è fra i paesi più arretrati in Europa per diffusione e lettura della stampa quotidiana. Il problema è noto e ampiamente dibattuto. Ma quella che continua a mancare è una soluzione.

Un fatto nuovo è la diffusione, in alcune città, di giornali distribuiti gratuitamente nelle stazioni delle metropolitane e in altri luoghi “frequentati”. Dal primo uscito a Roma nel 1999 si è arrivati alla diffusione in dieci città italiane (con tre testate a Milano e Roma, due a Bologna, Firenze, Napoli e Padova, una a Bari, Torino, Venezia e Verona). Si riempie così, in parte, lo spazio lasciato vuoto dal mancato sviluppo in Italia dei quotidiani “popolari” e dall’estinzione dei “pomeridiani”. Il numero di copie stampate è rilevante: secondo le dichiarazioni degli editori nel 2003 sarebbe arrivato a due milioni. Ma il fenomeno è limitato ad alcune aree urbane, raggiunge solo sporadicamente quella parte poco attiva della popolazione che è meno abituata alla lettura – e non incide molto sulla situazione complessiva della stampa. È anche aumentato il numero dei periodici “gratuiti”, diffusi in diversi canali, ma con un effetto marginale sulla diffusione totale e sulla lettura.

La libertà di stampa ebbe in tutti i paesi, e in particolare in Italia, un’evoluzione complessa, con fasi di progresso e periodi di repressione e censura. Su questo tema, che riguarda la stampa periodica quanto quella quotidiana, ritornerò poco più avanti.

Anche l’analisi quantitativa delle tendenze è più chiara quando si osservano insieme quotidiani, settimanali e mensili. Perciò i grafici riguardanti diffusione e lettura sono raggruppati alla fine delle osservazioni riguardanti la stampa, dopo un po’ di spazio dedicato all’evoluzione storica dei periodici.

I periodici

I periodici, naturalmente, sono più antichi dei quotidiani. Sono, fin dalle origini, un mondo vario e complesso. I “giornali” più antichi uscivano con periodicità diverse, spesso discontinue. Solo nel diciannovesimo secolo si è cominciata a tracciare una linea di divisione fra quotidiani, settimanali, mensili e varie pubblicazioni a diversa periodicità.

Già nelle prime fasi di evoluzione c’erano, oltre a quelle generali di informazione, testate “specialistiche”. Fra cui alcune di notevole rilievo scientifico o culturale. Molte, purtroppo, non sono state conservate, perché all’epoca non si capiva quale valore storico avrebbero avuto qualche secolo più tardi.

Si illudeva un po’ Samuel Johnson quando nel 1759, sulla sua rivista The Idler, scriveva: «Ci sono uomini diligenti e curiosi che conservano i giornali di oggi semplicemente perché altri li trascurano, e un giorno saranno rari. Quando queste raccolte saranno lette in un altro secolo, come si riconcilieranno le innumerevoli contraddizioni...». Se gli scritti di Johnson si possono leggere “in un altro secolo” è perché le sue opere sono state raccolte in volumi. Sembra che le copie originali della sua rivista siano irreperibili. Aveva previsto bene pensando che i “giornali” di allora sarebbero poi diventati rarità bibliografiche. Ma non immaginava quanti sarebbero andati irrimediabilmente perduti.

L’infinita varietà dei periodici copre quasi tutta la gamma del possibile. Dalle cose più banali e ripetitive a invenzioni più o meno divertenti o illuminanti. Alcuni periodici fra i più seri e documentati hanno un livello di approfondimento che supera la possibilità dei quotidiani e che li rende indispensabili – per una comprensione di temi di interesse generale o per l’approfondimento di argomenti specialistici.

Fra le più antiche forme di “periodici” ci sono gli almanacchi, nati dallo studio delle stagioni nelle culture agricole, ma spesso arricchiti di contenuti di diversa specie. Per esempio un antico almanacco italiano, il Pescatore di Chiaravalle, in anni recenti è diventato un curioso repertorio di approfondimenti culturali che nulla hanno a che fare con il calendario o con l’agricoltura.

Un’infinita proliferazione di volantini, pamphlet, notiziari e opuscoletti esisteva ancora prima dell’invenzione della stampa. Ovviamente si aprirono altri orizzonti con la disponibilità di nuovi strumenti di riproduzione – ma l’evoluzione fu graduale e disordinata.

Si ritiene che il primo Zeitung sia uscito in Germania nel 1502, mentre il primo “foglio di notizie” di cui si ha conoscenza in Inghilterra fu il Trewe Encontre nel 1513. Ma solo fra la fine del sedicesimo secolo e l’inizio del diciassettesimo comparvero testate con periodicità regolare.

Pare che le prime “raccolte mensili di notizie” siano uscite nel 1597 a Rorschach (Svizzera), ad Augusta e a Praga. Nel 1601 ad Anversa le Neue Tijidingen con periodicità bimestrale. La prima “gazzetta” settimanale Aviso-Relation oder Zeitung uscì ad Augusta dal 1601. Altre analoghe a Strasburgo dal 1609, a Basilea dal 1610, a Francoforte dal 1615. The Weekly News in Inghilterra nel 1622. I primi periodici in Francia nel 1631, in Italia (a Firenze) nel 1636. Il primo con un’impaginazione a colonne, quindi più simile a un giornale moderno, fu l’Oxford Gazette nel 1665.

Fu estesa e complessa la proliferazione di testate nel diciassettesimo secolo – e ancor più nel diciottesimo, quando intorno ad alcuni periodici si aggregarono importanti movimenti culturali.

Fin dall’inizio si scatenò il contrasto fra la libertà di stampa e la volontà del potere di controllarla. Ci furono parecchi esempi di “asservimento” di testate ai governi o ad altri centri di potere. E ci furono molteplici forme di censura e di limitazione della libertà di stampa. In alcuni casi con precisi divieti o controlli preventivi, in altri con forme meno esplicite, ma tuttavia forti, di repressione. Era cominciata così una vicenda che, con varie evoluzioni e mutamenti nella storia, al giorno d’oggi è tutt’altro che conclusa.

Fra le riviste “storiche” in Italia c’è il famoso Caffè dei fratelli Verri e di Cesare Beccaria, che ebbe vita breve (1764-65), ma rimase un pilastro nell’evoluzione della cultura illuminista. Altrettanto “effimeri ma importanti” furono l’Osservatore veneto di Gasparo Gozzi (1761-62) e la Frusta letteraria di Giuseppe Baretti (1763-65). Alcune riviste di rilevante impegno culturale esistevano già nel secolo precedente. Un Giornale de’ letterati usciva a Roma dal 1668. Testate analoghe nacquero a Venezia nel 1671, a Parma nel 1686 e a Modena nel 1692. Il Giornale de’ letterati d’Italia fu fondato da Apostolo Zeno, a Venezia, nel 1710.

Alla fine del Settecento ci furono le prime affermazioni formali della libertà di stampa. Fu sancita dal bill of rights della Virginia nel 1776 e poi dalla costituzione degli Stati Uniti nel 1789. In Inghilterra la censura fu abolita nel 1795. Con la rivoluzione francese si diffuse l’influenza politica dei giornali e si affermò il principio della libertà di stampa.

Come è noto, alcuni periodici ebbero un ruolo importante nel risorgimento italiano. La Giovane Italia di Mazzini circolava clandestinamente dal 1832 (era stampata a Marsiglia). Il Conciliatore, nato a Milano nel 1818, esprimeva con cautela idee liberali – e per questo fu soppresso dalla censura austriaca. Ebbero vita più lunga a Firenze l’Antologia di Giovan Pietro Vieusseux (1821-33) e a Milano il Politecnico di Carlo Cattaneo dal 1839.

L’idea di libertà di stampa, che si era diffusa anche in Italia dopo la rivoluzione francese e le conquiste napoleoniche, fu di nuovo repressa negli anni della restaurazione. Oltre alla forza militare e alle astuzie politiche di Cavour, un altro motivo di predominio piemontese nel risorgimento fu la maggiore libertà di stampa sancita da una legge promulgata a Torino nel 1848 – che divenne poi norma nazionale del regno d’Italia nel 1861.

Ebbero influenza anche fuori dal Piemonte testate torinesi. In particolare Il Risorgimento, diretto da Cesare Balbo e poi da Cavour, ma anche altre, come due quotidiani nati nel 1848: L’Opinione di Giacomo Durando e La Concordia di Lorenzo Valerio. Trovarono rifugio nel regno di Sardegna anche pubblicazioni di altra provenienza. Per esempio a Torino fu ospitato il Diritto, fondato nel 1854 da Cesare Correnti, Agostino Depretis e altri liberali, mentre a Genova dal 1852 usciva il mazziniano L’Italia del Popolo.

Nella seconda metà del diciannovesimo secolo, e poi nel ventesimo, si moltiplicarono non solo i quotidiani, ma ancor più i periodici, con una varietà e complessità che sarebbe impossibile riassumere nel breve spazio di questi appunti.

Una categoria particolare è quella dei “domenicali”, che in alcuni paesi (per esempio in Gran Bretagna) ottennero una larghissima diffusione. In Italia la Domenica del Corriere uscì per novant’anni, dal 1899 al 1989. Per tre o quattro generazioni di italiani fu un riferimento “unico nel suo genere”.

Altre testate “storiche” ebbero un ruolo culturale rilevante. Come La Tribuna Illustrata, nata nel 1890, o La Lettura, supplemento letterario del Corriere della Sera, che uscì dal 1901 fino all’inizio della seconda guerra mondiale. Ebbe vita breve Ominibus, nato nel 1937 e soppresso dal regime nel 1939.

La libertà di stampa, abolita durante il regime fascista e di fatto rinata dopo la fine della guerra, fu sancita di nuovo nel 1948 dalla costituzione della repubblica italiana (per una non irrilevante coincidenza, a cent’anni dalla legge piemontese da cui derivavano le norme precedenti al fascismo).

La ritrovata libertà, insieme al graduale sviluppo di un benessere economico più esteso, aprì molteplici spazi per la diffusione della stampa periodica. Allo sviluppo contribuì anche il fatto che, in conseguenza di una crescita del “potere d’acquisto”, cominciavano ad aumentare gli investimenti pubblicitari.

La mancanza di quotidiani “popolari“ in Italia lasciava uno spazio disponibile, che fu occupato dai “rotocalchi”. E naturalmente da una vasta e complessa proliferazione di testate “specialistiche”, dalla larga diffusione di riviste “femminili” a ogni sorta di settimanali o mensili dedicati a specifici argomenti o settori di pubblico.

La proliferazione fu tale che nel 1971 uscivano in Italia 326 riviste settimanali – più che in qualsiasi altro paese europeo. Il numero continua a oscillare, perché nascono molte nuove testate, ma c’è un’elevata mortalità. Nonostante queste turbolenze oggi in Italia ci sono circa 500 settimanali e 2000 mensili.

Per molti anni il periodico più diffuso in Italia fu Famiglia Cristiana, con il vantaggio di una catena di distribuzione privilegiata (le parrocchie) ma anche con una notevole “modernità” di contenuti rispetto alla tradizione della stampa cattolica. Ancora oggi è una delle testate di maggiore successo, con una diffusione di oltre 800.000 copie.

Con l’avvento della televisione, in tutto il mondo, ci fu una crisi di quelle testate periodiche che si basavano soprattutto sulle immagini. Il caso più clamoroso fu quello del settimanale “fotogiornalistico” americano Life, nato nel 1936, che fu chiuso, dopo varie vicissitudini, nel 1972. Un tentativo di riproporlo come mensile ebbe vita stentata dal 1978 al 2000. Mentre lo stesso gruppo editoriale continua con successo a pubblicare altre testate, di cui la più nota nel mondo è il newsmagazine Time. La rivista italiana Epoca, nata nel 1950 sul modello di Life, dopo vari inefficaci tentativi di “rilancio” ha cessato le pubblicazioni nel 1997.

 
Il gruppo che si chiamava Time Life cambiò poi il nome in Time Inc. e più tardi in Time Warner quando si fuse con una grande impresa cinematografica e televisiva.

Un curioso episodio fu l’aggiunta, e poi l’eliminazione, della sigla AOL dal nome del gruppo.  Vedi La scomparsa di “Aol”.
 

Anche altri periodici furono messi in difficoltà dalla “concorrenza” televisiva. Mentre, come nel resto del mondo, nacquero e si svilupparono le testate dedicate alla televisione. Per molti anni fu dominante il Radiocorriere, edito dalla Rai, che dalla radio aveva naturalmente esteso i suoi contenuti ai programmi televisivi. Ma poi prese il sopravvento una testata più “frivola” chiamata Sorrisi e canzoni – che con oltre 1.500.000 copie è il periodico più diffuso in Italia.

Due storici “rotocalchi” continuano a uscire con un’ampia diffusione. Oggi era nato nel 1945 e Gente nel 1957. Sono invece scomparse altre testate come L’Europeo, nato nel 1945, e Il Mondo, fondato da Mario Pannunzio nel 1949 (esiste ancora una rivista con quel nome, ma è diversa – si occupa di economia).

Nel settore dei newsmagazine durano da più di quarant’anni L’Espresso, fondato da Arrigo Benedetti nel 1955 (nel 1974 adottò un formato più simile a quello delle testate internazionali) e Panorama, che nel 1962 era stato proposto da Mondadori come edizione italiana di Time, ma aveva assunto quasi subito un’identità autonoma. Fra i “concorrenti” ci sono i supplementi settimanali dei quotidiani, di cui alcuni hanno una diffusione superiore a quella dei newsmagazine storici. Per esempio due che nacquero, ad alcuni mesi di distanza, nel 1987: Il Venerdì di Repubblica e Sette del Corriere della Sera.

Fra i tanti “generi” di periodici un ruolo non irrilevante, da molto tempo, è quello delle pubblicazioni satiriche. Che ebbero fortuna per secoli in tutto il mondo, ma oggi in Italia sono quasi estinte. E anche dei “fumetti” che in parte si rivolgono a un pubblico infantile, ma in altre varianti interessano di più agli adulti.

Le riviste americane di comics (oltre alle strip, cioè “strisce” di vignette pubblicate sui quotidiani) hanno diffuso i loro contenuti in molte parti del mondo, compresa l’Italia – con l’aggiunta di non pochi “prodotti nazionali”, come quelli che pubblicava lo storico Corriere dei Piccoli (uscì per la prima volta alla fine del 1908 e per quasi quarant’anni, dal 1917 al 1955, pubblicò la famosa serie Signor Bonaventura di “Sto”, cioè Sergio Tofano).

Molti personaggi dei “fumetti” sono nati nella carta stampata, ma alcuni derivano dal cinema. (Si chiamano cartoon – un termine che ovviamente deriva dai “cartoni animati” – anche serie di vignette pubblicate sui giornali che non hanno alcuna origine o derivazione cinematografica).

Un caso particolare è quello di Mickey Mouse, cioè Topolino. La rivista di quel nome, pubblicata da Nerbini nel 1931 e rilevata da Mondadori nel 1935, ebbe un esteso successo, che continua ancora oggi. A tal punto che parecchie storie di Topolino non furono importate dall’America, ma (con il consenso di Disney) ideate e realizzate in Italia.

Un genere di matrice italiana è quello delle storie romantiche “a fumetti”. Grand Hotel nacque nel 1946 e ottenne una larga diffusione. Arrivò rapidamente al milione di copie. Talvolta un’affermazione scherzosa chiarisce un fenomeno meglio di tante dissertazioni. Una cameriera intelligente e spiritosa a quell’epoca lo spiegò così: «La signora compra sempre Grand Hotel, lo legge tutto, e poi con disprezzo lo dà a me dicendo che è un giornale da serve».

Nel 1947 entrò in scena un temibile concorrente, Bolero Film, pubblicato da Mondadori. Si dice che fosse di Cesare Zavattini l’idea di usare fotografie invece di disegni. E così nacquero i “fotoromanzi” – che per molti anni ebbero un ruolo dominante fra i periodici italiani.

Trent’anni più tardi i fotoromanzi furono sostituiti nel predominio fra i “giornali per le serve letti dalle signore” (ma con una lettura non solo femminile) dai settimanali di pettegolezzo, in gran parte dedicati alle vicende private (vere o inventate) di personaggi resi noti dalla televisione.

Naturalmente la libertà di stampa comprende il diritto indiscutibile di diffondere, e di leggere, anche le cose più banali e superficiali. Ed è probabile che negli anni ’40 i “fotoromanzi” abbiano contribuito a diffondere la lettura. Ma nei decenni seguenti una crescente banalizzazione del “circolo vizioso” fra televisione e stampa ha indebolito tutto il sistema dell’informazione, rendendolo sempre più monotono e “autoreferenziale” (come è constatato anche nel più recente Rapporto Annuale del Censis).

In una parte del mondo giornalistico c’è coscienza di questo problema – ma quella che manca è una soluzione. (Vedi per esempio un consapevole, ma purtroppo inconcludente, dibattito fra Eugenio Scalfari e Umberto Eco su L’Espresso nell’ottobre 1999).

Oggi le edicole sono più che mai affollate di riviste di ogni specie, con continui tentativi di nuove proposte. Ma il numero di lettori non aumenta. Anzi sembra diminuire, come vediamo dall’analisi dei dati di tendenza.

 

Diffusione e lettura
di quotidiani e periodici
in Italia

È insensato affermare, come alcuni amano ripetere, che l’Italia è un paese solo televisivo e che “nessuno legge”. Tuttavia c’è un problema reale: da parecchi anni la diffusione della stampa non aumenta. Nel primo grafico vediamo il numero totale di copie diffuse in un anno.

 

Stampa – totale copie
numeri in milioni – fonte: Ads (per il 1977 dato Istat)

totale copie
 
Nota: il numero di testate controllato dall’Ads (accertamento diffusione stampa)
è inferiore alla quantità di pubblicazioni esistenti.
Ma le testate escluse hanno una diffusione limitata e perciò incidono poco sul totale.

 

Nel caso dei quotidiani, benché il numero delle testate sia aumentato, la quantità totale di copie diffuse è praticamente invariata rispetto a 25 anni fa. C’era stato un aumento negli anni ’80 – ma da dieci anni c’è un lento declino.

I periodici sembrano avere un leggero aumento nel periodo più recente, ma nonostante la moltiplicazione delle testate sono ancora sotto il livello del 1977. In leggera crescita, negli ultimi dieci anni, i mensili, ma con un tasso di sviluppo molto modesto.

In generale, malgrado i molteplici tentativi di sostegno e le continue iniziative promozionali, la stampa in Italia non riesce ad allargare la sua diffusione – che è storicamente bassa rispetto a quella di altri paesi di paragonabile situazione economica e culturale. Come vediamo in questo grafico (copie di quotidiani per 1000 abitanti in 14 paesi dell’Unione europea più gli Stati Uniti                          Quotidiani in 15 paesi
diffusione per 1000 abitanti – fonte: World Association of Newspapers

quotidiani

Secondo World Press Trends nel 2002 c’erano più di 6000 quotidiani con quasi 400 milioni di copie al giorno – di cui 1.469 con 55 milioni di copie negli Stati Uniti e 1.118 con 78 milioni di copie nell’Unione Europea. Nel resto del mondo più di 3.400 quotidiani con oltre 260 milioni di copie. Il numero di testate e la diffusione nel mondo continuano ad aumentare.

Se esaminiamo i dati di diffusione in Italia (copie diffuse per ciascun numero pubblicato) l’andamento nel tempo, naturalmente, è lo stesso che abbiamo visto nel grafico delle “copie totali”– ma il quadro offre alcune altre indicazioni.

 

 

 

                                                       Stampa – diffusione
                                                                     numeri in migliaia – fonte: Ads

diffusione

La stampa periodica sembra assestarsi su una diffusione non molto diversa, nel complesso, fra settimanali e mensili (ma suddivisa, per i mensili, su un maggior numero di testate). I mensili sembrano avere una maggiore crescita (oltre il 20 % negli ultimi dieci anni) mentre nello stesso periodo la diffusione dei settimanali è quasi invariata. Si tratta comunque di evoluzioni discontinue e di andamenti alquanto instabili.

I quotidiani hanno un declino lento, ma continuo. La loro diffusione complessiva è diminuita del 5 % rispetto al 1993 e del 15 % rispetto ai “livelli massimi” che avevano raggiunto negli anni ’80.

La linea grigia, nel caso dei quotidiani, è una stima approssimata della maggiore diffusione dovuta alle testate “gratuite” (che sono viste con ostilità da una parte dell’establishment editoriale e perciò non sono rilevate dai sistemi di verifica consorziati come l’Ads – e neppure dalle indagini sulla lettura come l’Audipress).

Come vediamo, hanno assunto una dimensione notevole, ma non sostituiscono gli altri quotidiani – né, almeno finora, sembrano avere un effetto di “trazione” che contribuisca a estendere la propensione alla lettura. Secondo i dati Istat (che non soffrono di problemi di “esclusione”) negli ultimi tre anni potrebbe esserci un leggero aumento (+ 2 %) della lettura “occasionale” di quotidiani, forse attribuibile ai “gratuiti”. Ma è in diminuzione il numero di lettori “abituali”.

Insomma, nonostante la quantità di copie stampate, i dati generali finora disponibili non sembrano dimostrare che questa “novità” abbia cambiato in modo rilevante la situazione complessiva della stampa quotidiana (e periodica) in Italia.

Ritorniamo all’andamento generale. Dopo aver esaminato i dati di diffusione, vediamo l’evoluzione del punto di vista della lettura. Le rilevazioni del numero di lettori sono, per loro natura, imprecise ed “esagerate” – e svolte con criteri non sempre direttamente paragonabili. Tuttavia sono significative le evoluzioni nel tempo.

 

Stampa – totale lettori
numeri in milioni – analisi Upa su dati Ispi-Isegi-Audipress

lettori

La lettura dei quotidiani sembra abbastanza stabile, con una progressiva, ma leggera diminuzione negli ultimi dieci anni. Mentre nello stesso periodo sono in più forte declino i periodici (con una leggera ripresa nel 2002-2003 la cui consistenza sarà verificabile solo nei periodi successivi).

Ma è necessario un approfondimento. In questo grafico abbiamo visto i dati di lettura “totali”. Cioè il numero di persone che dichiara di aver letto “talvolta” un quotidiano o un periodico. Il quadro assume un altro aspetto quando le risposte sono suddivise secondo la frequenza di lettura. Nel prossimo grafico vediamo, per i quotidiani, tre diverse serie di dati. Il numero di persone che dichiarano di aver letto un quotidiano negli ultimi 30 giorni, o negli ultimi 7, o in un “giorno medio”.

 

 

 

Lettori di quotidiani
numeri in milioni – analisi Upa su dati Ispi-Isegi-Audipress

lettori

Il numero di lettori “occasionali” sembra in leggero aumento, ma non così la lettura abituale. I lettori in un “giorno medio” erano aumentati fino al 1990, ma da allora sono diminuiti del 10 %.

Nel prossimo grafico vediamo un confronto fra quotidiani e periodici in base alla lettura di un “numero medio”.

 

Lettori di quotidiani e periodici
numeri in milioni – analisi Upa su dati Ispi-Isegi-Audipress

lettori

Abbiamo già visto la lenta, ma continua, diminuzione di lettura dei quotidiani Risulta più accentuata nel caso dei periodici. Negli ultimi cinque anni sembra migliorare la situazione dei mensili, mentre continua il declino dei settimanali, con una diminuzione del 20 % rispetto al 1991.

Il confronto fra i dati di diffusione e quelli di lettura sembra indicare che, specialmente nel caso dei periodici, può crescere il numero di testate lette dalle stesse persone, mentre non c’è un corrispondente aumento del numero di lettori. Anche nel mondo della carta stampata si conferma lo stesso fenomeno che conosciamo nel quadro generale della comunicazione: il divario fra i più “abbienti”, con una gamma più ricca di risorse, e i “poveri” con un orizzonte di lettura molto più stretto.

Lo sviluppo di nuovi mezzi di comunicazione e di informazione, da alcuni entusiasticamente invocata come una travolgente ondata di cambiamento, da altri temuta come un pericolo di “morte della carta stampata”, non ha un influsso rilevante su questa situazione. Come risulta dalle analisi del Censis e da altri studi, i nuovi sistemi non sostituiscono quelli preesistenti. Le persone più “ricche” di informazione aggiungono i nuovi strumenti alla loro gamma di risorse, mentre fra i “poveri” la diffusione del telefono cellulare non modifica le altre abitudini.

Questo fatto è confermato anche dai confronti internazionali. I paesi con alti indici di lettura dei giornali e dei libri hanno anche un uso più intenso dei “nuovi” sistemi. Per esempio una penetrazione dell’internet superiore alla nostra – e una diffusione un po’ meno maniacale, ma comunque estesa, della telefonia mobile.

Insomma la situazione della stampa in Italia rimane debole – e non solo non riesce a crescere, ma tende a indebolirsi. Per motivi che non dipendono dalla “concorrenza” di altre risorse, ma semmai, al contrario, da un’eccessiva “omogeneizzazione” e omologazione ai sistemi culturali dominanti. Questo è uno degli argomenti su cui gli studi del Censis offrono importanti elementi di approfondimento e di meditazione.

I mezzi “audiovisivi”

La comunicazione “audiovisiva” è antica quanto l’umanità. Non solo la comunicazione personale (gesti, suoni e parole) è intrinseca al concetto di “essere umano”, ma anche le comunicazione collettiva, dapprima del branco o tribù, poi di più ampie comunità, si è sempre attuata in forme organizzate di espressione basate sul suono, sull’immagine o su una combinazione delle due cose.

Fin dalla preistoria si comunicava per suoni e per immagini. Si è evoluta nel tempo anche la comunicazione a distanza, con diversi usi del suono, dai tamburi alle campane – e vari generi di segnali visivi, coms segnali di fuoco o di fumo, bandiere, specchi, eccetera. C’erano forme antiche di “telegrafo”, come la catena di fuochi nella notte che permetteva a Giulio Cesare di comunicare con Roma dalle Gallie.

Forme complesse di comunicazione audio-visiva si erano sviluppate più di duemila anni fa nel teatro, con macchine, scenografie ed “effetti speciali” di notevole complessità. Anche l’uso della musica nel teatro (oltre che in varie cerimonie pubbliche) era abituale molto prima che nascesse il melodramma, cioè l’opera lirica come si è sviluppata negli ultimi trecento anni.

Naturalmente molto è cambiato con le risorse moderne. Ma è bene ricordare che ci sono esperienze antiche su cui si basa l’uso di strumenti nuovi. Nessuna delle forme di comunicazione di cui ci serviamo è priva di radici nel passato delle culture umane.

Non sempre le risorse tecniche di cui oggi disponiamo sono usate bene. Quando la ricerca di “effetti” prende il sopravvento sui contenuti le tecnologie, invece di offrire un vantaggio, si trasformano in un danno. Questo non accade solo nel cinema, nella televisione o nell'internet, ma anche in molti altri casi. Vedi, per esempio, Il morbo di powerpoint.

Nelle pagine seguenti vediamo l’evoluzione specifica, dalle origini a oggi, della radio e della televisione.

La radio

Dobbiamo ricordare, anche a questo proposito, che il telegrafo esisteva dal 1844 e il telefono dal 1877. La possibilità di trasmettere con le “onde hertziane” era nota da quando l’aveva dimostrata Rudolph Hertz nel 1888. Guglielmo Marconi aveva fatto i primi esperimenti di trasmissione a distanza nel 1895 e ottenuto un collegamento fra l’Inghilterra e la Francia nel 1897. Nel 1901 realizzò la prima trasmissione transoceanica, che apriva la via alle comunicazioni su scala “globale”.

Ma si trattava di telegrafo in codice “digitale” (alfabeto Morse) – e non era broadcasting, comunicazione diffusa. Né Marconi né altri in quel periodo avevano immaginato che potesse nascere qualcosa come la radio.
(Vedi La nascita della radio e l’evoluzione turbolenta).

Le “radiodiffusioni” sono un concetto completamente diverso dal “telegrafo senza fili”. Si svilupparono vent’anni più tardi. Dopo gli esperimenti fra il 1906 e il 1916, la prima emittente radiofonica nacque nel 1920 negli Stati Uniti. Negli anni seguenti la radio si diffuse in Europa (in Italia nel 1924).

I sistemi di “audioregistrazione” nacquero molto prima della radio. Nel 1877 (lo stesso anno in cui nacque il telefono) Thomas Edison aveva brevettato il “fonografo”, un registratore a cilindro pensato inizialmente come strumento per la voce (cioè un “dittafono”) – ma si capì quasi subito che poteva essere usato per anche per la musica. Il primo grammofono a disco fu realizzato da Emile Berliner in Germania nel 1887. La prima applicazione “commerciale” fu un disco di brani cantati da Enrico Caruso registrato a Milano nel 1902.

La “discografia” ebbe una crescente diffusione il tutto il ventesimo secolo, favorita anche dalle trasmissioni di musica per radio. Dal 1948 cominciò a diffondersi la riproduzione dei suoni (in particolare della musica) su nastro magnetico – e dal 1979 quella “digitale” su supporti ottici (i cosiddetti compact disk). E da quando esiste l’internet, ma più intensamente dal 2000, c’è la diffusione diretta della musica registrata, con tutte le polemiche che ne derivano per il contrasto fra il “diritto d’autore” e la “libertà di copiare”. Ma molti musicisti dicono che era migliore la qualità delle incisioni su vinile...

Il cambiamento portato dalla radio fu una trasformazione profonda dei sistemi di comunicazione. Il concetto di broadcasting, di trasmissione estesa e immediata, non era mai stato pensabile, nella storia dell’umanità, su una scala così ampia.

È vero che le emittenti nacquero locali – e in buona parte ancora lo sono. La radio “di vicinanza” rimane una realtà importante. Ma già molti anni fa si potevano ascoltare, sulle “onde lunghe”, trasmissioni da luoghi remoti. Con la nascita della radio siamo entrati in quella realtà di comunicazione immediata e “globale” che rende quasi impossibile, per ci vive oggi, immaginare com’era il mondo quando non c’era alcuna risorsa di quel genere.

Non dobbiamo dimenticare che la radio si è sviluppata anche come strumento di comunicazione privata. La rete poco numerosa, ma estesa nel mondo, dei “radioamatori” ha avuto (e in parte ha ancora) un ruolo importante nei sistemi di comunicazione. E più tardi la citizen band si è diffusa con la creazione di comunità, come la proverbiale rete dei camionisti americani, che ha sviluppato un codice di comunicazione così particolare da far nascere dizionari della loro “lingua”. Le trasmissioni radio hanno trasformato profondamente il concetto di navigazione (nel mare, nell’aria e nello spazio). Insomma c’erano e ci sono, con strumenti radiofonici, attività di scambio e di dialogo paragonabili a quelle che si realizzano con la “posta elettronica” o con i telefoni cellulari.

Dopo la nascita della televisione molti hanno immaginato che potesse esserci un declino della radio. Ma così non è. La radio mantiene un ruolo importante e un ascolto diffuso, che non è stato sostituito da altri sistemi di comunicazione – e nulla lascia prevedere che possa avere un indebolimento nei prossimi anni.

Questo grafico mostra l’andamento degli abbonamenti alla radio dalle origini delle radiodiffusioni in Italia fino a quando quel genere di imposizione è scomparso.

 

Abbonamenti alla radio in Italia
numeri in migliaia – fonte: Istat

radio

Negli anni fra l’inizio delle trasmissioni radiofoniche e la seconda guerra mondiale la diffusione della radio stava crescendo, ma con una penetrazione non molto estesa rispetto alla popolazione. Nel 1940 c’erano 1.300.000 abbonamenti alla radio in Italia, con una crescita che tendeva ad accelerare. Durante la guerra l’ascolto della radio era ovviamente aumentato – la diminuzione degli abbonamenti è da attribuire alla difficoltà di “adempiere” al pagamento del canone o a disattenzione per quei “doveri” burocratici in situazioni difficili e preoccupanti.

Uno sviluppo più forte si è avuto nel dopoguerra, per effetto di un crescente benessere e di una nuova situazione culturale. La minor crescita, e poi diminuzione, che segue alla nascita della televisione non è dovuta a un “abbandono” della radio, ma semplicemente al fatto che l’abbonamento radiofonico veniva “compreso” in quello televisivo.

Ovviamente è cambiato il modo di ascoltare la radio, ma (come risulta anche dai recenti studi del Censis) questo rimane uno dei mezzi di informazione (e di svago) più diffusi.

Nel prossimo grafico vediamo una curva “inventata” e del tutto arbitraria, ma coerente con la realtà dei fatti, che proietta lo sviluppo della radio in Italia oltre la fase di declino degli abbonamenti.

 

Diffusione della radio in Italia
numeri in migliaia – proiezione su dati Istat

radio

Il tracciato “immaginario” sembra indicare anche per la radio, come per la televisione, il raggiungimento di una “soglia” oltre la quale il numero di ascoltatori si stabilizza e non può più crescere. Ma non è necessariamente così. Mentre la televisione raggiunge la quasi totalità delle persone, la radio ha una penetrazione elevata ma non “universale”. È probabile che rimanga, come dimensione complessiva, più o meno stabile, ma non si può escludere che nuove proposte, nuovi contenuti o una maggiore specializzazione possano creare ulteriori possibilità di crescita.

Anche se non si realizzasse un aumento del (già molto elevato) numero totale di persone che ascoltano la radio, ci sono ancora larghi spazi per aumentare la selettività e la varietà delle proposte e così offrire a pubblici diversi, come alle esigenze individuali delle persone, una più ricca scelta di proposte e di servizi. Mentre la televisione fatica a uscire dalla monotonia “generalista”, la radio è per sua natura un mezzo di ascolto prevalentemente individuale – e può più facilmente offrire contenuti “tagliati su misura” per una grande varietà di esigenze e di gusti.

La televisione

All’inizio la televisione ebbe uno sviluppo discontinuo. C’erano stati esperimenti di trasmissione “elettromeccanica” di immagini nel 1884. Il tubo catodico era stato inventato nel 1897. La televisione esisteva come tecnologia sperimentale nel 1925 – a colori nel 1929. Le prime trasmissioni televisive avvennero in Gran Bretagna nel 1936 e negli Stati Uniti nel 1939. Ma la televisione cominciò a diffondersi dopo la seconda guerra mondiale. Molti, all’inizio, credevano che non sarebbe stata più di un giocattolo snobistico per pochi.

Dopo cinque anni di trasmissioni sperimentali, un regolare servizio televisivo cominciò in Italia nel 1954. Nello stesso anno si realizzò il primo collegamento in eurovisione.

Le prime trasmissioni a colori avvennero nel 1953, ma cominciarono a diffondersi nel 1960 (in Italia “divieti” politici impedirono la televisione a colori fino al 1977).

Il primo videoregistratore fu realizzato dalla Ampex nel 1956. Nel 1970 la Sony propose il sistema U-matic, tuttora dominante nel settore professionale. Nel 1975 lanciò il Betamax, che ebbe un successo iniziale, ma fu poi sostituito dal Vhs, nato nel 1976. Il “caso Betamax” è diventato proverbiale come esempio di sconfitta di una tecnologia di qualità superiore per affermazione commerciale di una meno valida.

I videoregistratori sono largamente diffusi nelle famiglie italiane, ma poco usati. Occasionalmente per vedere cassette, raramente per registrare. Il quadro potrà forse cambiare con la diffusione dei DVD (chiamati all’origine digital video disk proprio perché la loro maggiore capacità permette la riproduzione di un film) o con altre tecnologie che si potranno sviluppare. Ma quelle eventuali evoluzioni sono, ovviamente, imprevedibili.

La situazione della televisione in Italia, come tutti sappiamo, è cambiata più di vent’anni fa. Nel 1976 una sentenza della Corte costituzionale, dopo ventidue anni di incontrastato dominio della televisione pubblica, dichiarò incostituzionale il monopolio.

Uno sconcertante errore dell’intera classe politica (di ogni tendenza e partito) portò al tentativo di mantenere il controllo della Rai sulle trasmissioni nazionali e di favorire una dispersione di piccole emittenti locali. Il risultato fu una mancanza di norme chiare, che non impedì lo sviluppo di reti nazionali private, ma ne perse il controllo.

La situazione di “duopolio” risultante è quella che conosciamo, con tutte le conseguenze su cui si continua a discutere. Compreso il predominio di un “generalismo” appiattito che non favorisce lo sviluppo di qualità più precise e più adatte alle esigenze di un pubblico molto meno “omogeneo” di come lo si immagina secondo i cliché della “cultura di massa”.

Sembra che le evoluzioni debbano essere tutte affidate alle “nuove tecnologie”, come satellite, cavo, “piattaforma digitale” eccetera. Su questo tema ritornerò poco più avanti. Intanto vediamo quale è stato lo sviluppo dimensionale della televisione in Italia. Il prossimo grafico mostra la crescita degli abbonamenti dal 1954 al 2002.

 

Abbonamenti alla televisione in Italia
numeri in migliaia – fonte: Istat

televisione

È abbastanza sorprendente constatare che c’è stata una crescita anche negli ultimi due decenni del secolo scorso – solo in parte attribuibile all’aumento delle “unità abitative” (cioè del numero di famiglie piccole o di persone che vivono da sole). Una leggera accelerazione a metà degli anni ’80 può essere attribuita alla più ampia scelta di programmi derivante dallo sviluppo delle emittenti commerciali (ma è molto modesta rispetto all’andamento generale). Dalla metà degli anni ’90 si è arrivati a una soglia sostanzialmente insuperabile perché rappresenta la quasi totalità della popolazione.

L’Italia non è, come qualcuno potrebbe immaginare, la nazione più “televisiva” del mondo – né dell’Europa. Questo è il numero di televisori, in proporzione al numero di famiglie, in 14 paesi dell’Unione Europea più gli Stati Uniti.

 

Televisori in 15 paesi
Televisori a colori per 100 famiglie – fonte: The Economist

televisione

Come è noto ed evidente la penetrazione della televisione è quasi totale in tutti i paesi che non soffrono di gravi restrizioni. La differenza non sta nel numero di televisori – e neppure nel numero di persone che guardano, più o meno spesso, la televisione. Sta nel genere, qualità e varietà dei programmi, nel modo in cui si guarda e si “fruisce”, nella maggiore o minore ricchezza della gamma di strumenti utilizzata.

Sono molto più estese, purtroppo, in Italia quelle categorie di persone che alla televisione aggiungono poche altre risorse. Insomma quella larga parte (circa metà) della popolazione italiana che soffre di scarsità non è “ricca” di televisione, ma “povera” di altri strumenti di informazione e comunicazione.

 

 

“Nuovi” sistemi?

In Italia non si è mai sviluppata la televisione “via cavo”, che in altri paesi ha avuto una larga diffusione. I motivi sono vari, ma il principale è uno. Quando stava per aprirsi la possibilità della diffusione “via cavo” in Italia, fu scelto invece di “liberalizzare” le trasmissioni “via etere”. Un’improvvisa crescita del numero di canali disponibili distolse l’attenzione dalle possibilità che avrebbe offerto lo sviluppo di aree “cablate” (che in altri paesi sono state, parecchi anni fa, anche il primo strumento di accesso alle trasmissioni satellitari). Anche nella ricezione delle trasmissioni dai satelliti l’Italia è in forte ritardo. Ora la situazione si sa evolvendo, ma ovviamente è troppo presto per poter fare ipotesi o previsioni su come si svilupperà nei prossimi anni.

La televisione a cinquecento o mille canali è ormai da tempo una concreta possibilità tecnica. Se si realizzasse permetterebbe un cambiamento radicale dei comportamenti. Ognuno potrebbe scegliere il programma che vuole, all’ora che preferisce. Ma la televisione “generalista” è radicata nelle abitudini (più di chi produce la televisione che di chi la guarda). Produrre e organizzare i contenuti necessari per una televisione più selettiva, che offra a ciascuno una larga libertà di scelta, è un’impresa molto impegnativa. Ciò che la tecnologia permetterebbe di realizzare in tempi brevi probabilmente si farà attendere ancora per parecchi anni.

Il telefono

Il telefono è nato nel 1877. Sembra che davvero un italiano, Antonio Meucci, avesse inventato un apparecchio di quel genere.. Ma la soluzione che si diffuse fu quella di Alexander Graham Bell, da cui prese il nome la Bell Telephone Company, la prima grande impresa telefonica della storia.

Per molti anni il nuovo strumento rimase il privilegio di pochi. Solo dopo la prima guerra mondiale la situazione cominciò a cambiare . Ma non molti avevano il telefono. Vediamo l’andamento in Italia in questo grafico.

 

 

 

 

Telefoni in Italia
Numeri in migliaia – fonte: Istat

telefono

 

Fino al 1950 la diffusione del telefono era molto limitata. Era considerato normale, per otto decimi della popolazione, usare il telefono solo occasionalmente, da un “posto pubblico”, o da una cabina, o dal luogo di lavoro (se e quando era consentito). Anche dieci o venti anni dopo la maggior parte delle famiglie italiane non aveva il telefono in casa.Nel 1925 c’erano 130.000 telefoni in Italia. Arrivarono a 500.000 nel 1940, a un milione nel 1951. Anche negli anni della crescita economica la diffusione del telefono non aumentava molto velocemente. Solo nel 1967 si superarono i 5 milioni, nel 1976 i 10, nel 1988 i 20 milioni di linee fisse, mentre stavano cominciando a diffondersi, anche se in numeri ancora piccoli, i telefoni cellulari. Nonostante questa crescita l’Italia è ancora arretrata. Il prossimo grafico riguarda la densità della telefonia “fissa” in otto paesi europei più Stati Uniti e Giappone

                                                                    Telefoni in 10 paesi
L                                                                          inee telefoniche fisse per 100 abitanti – fonte: European ICT Observatory 2003

telefono

Vediamo che l’Italia è poco al di sopra della media europea. Dalle statistiche dell’Economist risulta che c’è una densità superiore alla nostra non solo in Olanda, Finlandia e Belgio, ma anche in Grecia – e in alcuni paesi dell’Asia, come Hong Kong, Taiwan e la Corea del nord.

Ma, come sappiamo, la situazione è cambiata in seguito all’improvvisa passione degli italiani per il cellulare. L’evoluzione più recente è riassunta in questo grafico.

 

Telefoni in Italia
Numeri in migliaia – fonte: Istat

cellulari

La telefonia mobile fu inventata nel 1947, ma i primi “cellulari” nacquero nel 1979 e furono messi in commercio nel 1983. Dieci anni più tardi cominciò una crescita più veloce, che ebbe una forte accelerazione fra il 1997 e il 1999, particolarmente in Italia. Il numero di telefoni cellulari ha superato quello delle linee “residenziali” nel 1998 e il totale delle linee “fisse” nel 2000. La curva di crescita ora si sta assestando, perché ci si avvicina a una soglia di “saturazione”.

In un mercato che ha raggiunto rapidamente la “maturità”, e perciò tende naturalmente ad appiattirsi, c’è un’ossessiva proliferazione di proposte che tentano di trasformare il telefono portatile in uno strumento con un’infinità di funzioni, dalla comunicazione video alla fotografia e a sistemi che “imitano” l’internet. È ovviamente impossibile prevedere quali e quante di queste possibili applicazioni saranno mode di breve durata, si stabilizzeranno come “nicchie” di limitata diffusione o entreranno più largamente nella gamma di strumenti di comunicazione e informazione.

Se è vero che un’epidemia di “cellulite” si è diffusa in Italia con particolare rapidità, ciò non significa che il nostro sia il paese con la più alta penetrazione dei telefoni cellulari. Secondo l’Economist c’è una densità maggiore nel Lussemburgo, a Taiwan e a Hong Kong. Ma, come vediamo da questo grafico, c’è ancora una differenza fra l’Italia e la maggior parte degli altri paesi. I dati sono direttamente confrontabili con quelli del grafico analogo sulla telefonia “fissa”.

 

Telefoni cellulari in 10 paesi
Telefoni cellulari per 100 abitanti – fonte: European ICT Observatory 2003

telefono

Le differenze si stanno progressivamente attenuando, perché anche negli altri paesi l’uso della telefonia mobile sta crescendo, anche se con un andamento meno improvviso di quello che si è verificato negli anni scorsi in Italia. In tutti i paesi qui considerati, fuorché negli Stati Uniti, il numero di cellulari ha superato quello delle linee fisse.

Sembra confermato, da alcune ricerche, che in Italia l’uso dei telefoni cellulari sia più spesso “ludico” o “frivolo” che altrove. Ma non è il caso di esagerare con la rilevanza di queste differenze, né immaginare che gli italiani (o i cittadini di altri paesi) siano “tutti uguali” e abbiano comportamenti omogenei. Le fasi di “innamoramento” di nuove tecnologie, specialmente quando sono percepite come “giocattoli”, tendono a esaurirsi – e possono crollare con la stessa velocità e imprevedibilità con cui sono cresciute. Si arriva, presto o tardi, a una “banalizzazione”. Disporre di risorse che sembravano sorprendenti diventa routine.

Per quanto riguarda la diffusione complessiva, inizialmente c’era stata una particolare accelerazione in Italia, ma ora anche dove la telefonia mobile cresceva meno rapidamente sta arrivando a una penetrazione elevata. E per quanto riguarda le abitudini e le modalità d’uso è probabile che nel medio-lungo periodo le differenze tendano ad attenuarsi fra i paesi con un più simile livello di sviluppo.

La distinzione fra telefonia “mobile” e “fissa” potrebbe, un giorno, tendere a sparire. Se e quando sarà adottato un nuovo metodo, per cui il numero telefonico sarà personale e indipendente dal tipo di connessione, diventerà possibile un sistema seamless di telefonia in cui il tipo di connessione non sarà più separato. (Vedi Quando le cuciture saranno invisibili). Dal punto di vista tecnico la cosa è fattibile da parecchio tempo, ma ci sono ovviamente ostacoli politici, normativi, organizzativi e tariffari. Una tendenza “naturale” all’abbassamento delle tariffe, basato sulla forte riduzione dei costi, è palesemente ostacolata dal desiderio delle compagnie telefoniche di tenere alti i prezzi, o addirittura di aumentarli, come sono riuscite a fare approfittando della rapida diffusione dei telefoni cellulari.

Gli strumenti elettronici

Sappiamo che l’elettronica è presente in quasi ogni aspetto della nostra vita. Oggi funzionano con sistemi elettronici i telefoni, le automobili, molti elettrodomestici, un’infinità di oggetti e aggeggi apparentemente banali. Anche la stampa dei giornali e dei libri è prodotta in elettronica.

Ma qui si tratta di esaminare la storia e la situazione attuale di due strumenti “relativamente nuovi” che sono entrati nella nostra “dotazione” di informazione e comunicazione: il personal computere l’internet.

(Per maggiori dettagli sulle origini del computer e delle reti elettroniche di comunicazione vedi la “cronologia” in appendice all’edizione online di L’umanità dell’internet).

                                                                       Il computer

Le macchine da calcolo esistono da millenni. Come l’abaco, che in mani esperte non è un banale “pallottoliere”. Un tecnico o uno scienziato può fare, con un “regolo” manuale, calcoli di sorprendente complessità. E stiamo ancora cercando di capire come gli architetti antichi riuscissero a calcolare con raffinata precisione le strutture degli edifici.

Anche i calcolatori di oggi hanno origini meno recenti di quanto comunemente si immagina. È solo un’ipotesi che fra i disegni di Leonardo da Vinci ci fosse qualcosa che somigliava a un calcolatore. Ma è un fatto che l’utilità del sistema binario per le macchine da calcolo fu definita da Gottfried Leibnitz nel 1701. Leibniz aveva anche progettato un calcolatore meccanico il cui prototipo era stato realizzato nel 1671. Prima di lui Wilhelm Schickard aveva ideato un calcolatore a orologeria nel 1623 e Blaise Pascal una macchina da calcolo (ricordata come “la pascalina”) nel 1642.

Per un secolo questi sviluppi rimasero nella mente e nei laboratori di filosofi e scienziati. Una macchina basata sul prototipo di Leibnitz fu realizzata nel 1775. Ci furono altri sviluppi alla fine del Settecento. Ma la prima calcolatrice “messa in commercio” (in un numero limitato di esemplari) fu l’“aritmometro” di Charles de Colmar nel 1823.

Il “progenitore” dei computer di oggi fu la difference engine progettata da Charles Babbage a Cambridge nel 1823 – con diversi successivi sviluppi fra il 1834 e il 1847. Ma solo nel 1853 furono realizzate le prime applicazioni pratiche, che ebbero scarsissima diffusione.

 
Una di quelle macchine fu acquistata nel 1858 dall’osservatorio astronomico Dudley di Albany, New York – ma non usata seriamente (il direttore dell’osservatorio fu licenziato per quella spesa stravagante). Un’altra, comprata dal governo britannico, funzionò efficacemente e a lungo. Risultò altrettanto funzionante il modello sperimentale di una difference engine di Babbage costruito al British Museum nel 1989.
 

Nel 1848 George Boole definì i modelli algebrici che aprirono la strada alla realizzazione di elaboratori a calcolo binario novant’anni più tardi (si parla ancora oggi di “formule booleane”). Nel 1885 fu prodotta in serie una calcolatrice più compatta del precedente “aritmometro”. Nel 1889 fu inventata la prima calcolatrice stampante. Ma la produzione industriale di macchine da calcolo meccaniche cominciò nel 1892.

Un esempio curioso della discontinuità con cui si evolvono le tecnologie è il caso delle schede perforate. Erano usate nell’industria tessile, con i telai Jacquard, dal 1803 – e ce n’erano altri utilizzi, per esempio nella riproduzione meccanica della musica. Ma la prima applicazione alle macchine da calcolo avvenne nel 1890 quando, grazie a questa innovazione, il censimento americano, che nel 1880 aveva richiesto sette anni di elaborazione, fu completato in sei mesi.

Lee De Forest aveva realizzato la valvola elettronica nel 1906, ma il primo computer a valvole fu costruito nel 1939.

Nel 1935 nacque l’Ibm 601 – una macchina a schede perforate in grado di fare una moltiplicazione in un secondo. Nel 1937 Alan Turing a Cambridge sviluppò un progetto di computer, che fu realizzato negli Stati Uniti. La “macchina di Turing” è ancora oggi un punto di riferimento per valutare l’efficienza di un elaboratore.

Quello che è considerato “il primo calcolatore logico programmabile” pienamente funzionante fu una gigantesca macchina a valvole costruita in Inghilterra nel 1943 per motivi militari, chiamata “Colossus”. La sua funzione era decifrare i codici delle comunicazioni cifrate dell’apparato militare tedesco. Si dice che la risultante capacità di intelligence abbia accelerato di due anni la fine della guerra. L’esistenza di quella macchina fu tenuta segreta fino agli anni ’70.

Un altro “progenitore” dei computer elettronici era Emac, un’enorme macchina costruita nel 1946 (aveva 18.000 valvole e occupava uno spazio di 180 metri quadri). Poco più tardi, nel 1948, con l’invenzione del transistor si apriva la strada alla “miniaturizzazione”. Nel 1949 Edvac (electronic discrete variable computer) fu il primo a nastro magnetico. Il primo di produzione industriale fu l’Univac della Remington Rand nel 1951. Si stima che nel mondo, nel 1953, ci fossero cento computer.

Nel 1957 l’Ibm realizzò il sistema Ramac (random access method of accounting and control) che è considerato il progenitore dei hard disk. Era formato da 50 dischi di 60 cm. di diametro e aveva una capacità di cinque megabyte. Costava, in leasing, 35.000 dollari all’anno. L’ipotesi di una larga diffusione del computer sembrava ancora molto lontana.

Nel 1971 nacque il primo “microchip”. Il processore 4004, lanciato nel novembre di quell’anno, è il “progenitore” dei microprocessori di oggi. Qualche anno più tardi la Intel ha riconosciuto che l’autore di quel progetto era un ingegnere italiano, Federico Faggin. Nel 1975 fu prodotto il Cray 1, il primo “super computer”, che divenne l’unità di misura per le successive generazioni di macchine (a metà degli anni ’90 si superarono i mille “cray”).

A San Francisco nel 1968 Douglas Englebert dello Stanford Research Institute aveva presentato un sistema con tastiera, mouse e interfaccia “a finestre” (il mouse era stato inventato da Englebert nel 1964). Era nato così il personal computer, che tuttavia cominciò a diffondersi solo alla fine degli anni ’70.

Ciò che gli studiosi avevano capito da molto tempo si è progressivamente tradotto in pratica, man mano che le applicazioni concrete dimostravano come il computer non sia solo una macchia da calcolo. Per esempio le tecniche di scrittura erano nate da un altro percorso. Le prime macchine dattilografiche esistevano nel 1874 (ma solo nel ventesimo secolo hanno avuto una larga diffusione). Si sono poi evolute fino al word processing, che è stato definito come funzione della dattilografia nel 1960 – mentre il primo word processor per computer commercialmente diffuso è nato nel 1979.

Per altri percorsi si sono sviluppati i sistemi di duplicazione, fino alle fotocopiatrici e alle stampanti. E così il telex, il telefax e la posta elettronica. In un personal computer di oggi le capacità di calcolo sono solo una delle tante funzioni.

Sembra che sia tutta una storia molto recente. E infatti è vero che il computer è entrato nella vita quotidiana delle persone da circa vent’anni – e solo alla fine del ventesimo secolo ha raggiunto una diffusione paragonabile a quella di altri “elettrodomestici”. Ma è il frutto di un processo durato tre secoli, con un’evoluzione discontinua, che ha quasi sempre smentito, in un senso o nell’altro, le previsioni. Con lunghi rallentamenti o con inaspettate accelerazioni.

Questa intrinseca turbolenza è forse la caratteristica più importante dell’evoluzione tecnologica. Per capirne il senso, e individuarne i possibili sviluppi, è molto più utile studiare le situazioni culturali e i comportamenti umani che basarsi sulle tecnologie.

Intorno al 1980, quando ancora non si immaginava una diffusione estesa di computer per uso personale, cominciò a svilupparsi la convinzione che stavamo entrando in una nuova era. Dopo il nomadismo delle origini, i millenni della cultura e dell’economia agricola, e poi la rivoluzione industriale, era venuta, si diceva, l’era dell’informazione. Il che, in gran parte, è vero. Ma non ha, finora, raggiunto quegli sviluppi, umani e culturali, che era ragionevole immaginare, ma che nella realtà delle cose faticano a realizzarsi.

Per esempio Jean-Jacques Servan-Schreiber in Le Défi Mondial (1980) scriveva: «Nell’età post-industriale la “finitezza” di sempre, che ci opprimeva e ci imponeva la sua legge, si infrange. A portata degli uomini si trova finalmente la risorsa infinita, l’unica: l’informazione, la conoscenza, l’intelligenza». Non era, e non è, un sogno o un’utopia. È una possibilità reale. Se finora non si è realizzata non dipende dalle macchine e dalle risorse di comunicazione, ma dal nostro modo di essere e di pensare.

La disponibilità e la diffusione delle risorse continuano a crescere. Ci sono discordanze nei dati di varie fonti sulle vendite di personal computer in Italia, ma è credibile che fossero più che raddoppiate nel 2000 rispetto al 1995 e quadruplicate dal 1991. Non è chiaro se fra il 2001 e il 2003 ci sia stata una diminuzione o un rallentamento della crescita. Questo fenomeno (che si è verificato anche nel resto del mondo) non è dovuto solo a un cedimento economico e alle ridotte intenzioni di investimento da parte delle imprese. Riflette anche la (tardiva) percezione del fatto che non è utile sostituire macchine ben funzionanti con altre più “moderne”, ma non per questo più efficienti.

 
La cosiddetta “orgia tecnologica”, cioè la rincorsa dell’innovazione tecnica senza adeguato processo né chiara definizione di utilità, ha prodotto non solo enormi sprechi, ma anche diminuzioni di efficienza.

(Vedi Il paradosso delle tecnologie e La leggenda di Moore).
 

Comunque la diffusione e l’uso del computer continuano a crescere. C’è anche un notevole aumento del numero di persone che usano un personal computer in casa, come vediamo in questo grafico.

                                                        Personal computer in Italia
                                                Persone che usano un PC in casa – numeri in migliaia – fonte: Federcomin

computer

Da altre fonti risulta che un andamento analogo è continuato nel 2003. La crescita è forte e non dà segni di rallentamento (né di accelerazione – ma spesso uno sviluppo “senza sbalzi” è più solido di quelli che mostrano brusche e instabili variazioni).

Per quanto riguarda un confronto internazionale, ci sono forti discordanze fra diverse fonti. Ma secondo le statistiche dell’Unione Europea sembra che l’Italia non sia più in una posizione molto “arretrata” da questo punto di vista. Nel prossimo grafico vediamo la diffusione di personal computer in 14 paesi dell’Unione più gli Stati Uniti.

 

Personal computer in 15 paesi
PC per 1000 abitanti – fonte: Eurostat

computer

La penetrazione, che continua a crescere anche nelle aree più avanzate (tipicamente, oltre agli Stati Uniti, la Scandinavia e il Benelux), conferma che c’è ancora un ampio spazio di sviluppo prima di arrivare a una fase di “maturità”. Ma quella parte l’Italia che dispone di adeguate risorse culturali si è avvicinata ai più progrediti livelli europei.

Ci stiamo avviando verso la situazione in cui, almeno nelle famiglie più “ricche” dal punto di vista dell’informazione e della comunicazione, il computer diventa un “elettrodomestico” di “normale dotazione”. Il problema, che resta ancora largamente da approfondire, è come viene usato. La domanda, cui non è facile rispondere, è se serve a scoprire nuove possibilità espressive e ad allargare gli orizzonti culturali – o se è solo, come accade in molti casi, “un altro modo di fare le stesse cose”.

                                                           L’internet

Era inevitabile che lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e dei sistemi di comunicazione portasse a qualcosa di simile all’internet. Strutture di dialogo e scambio in rete si sono sviluppate, indipendentemente l’una dall’altra, prima che il protocollo TCP/IP (cioè inter-net) diventasse la risorsa di base su cui i diversi sistemi si appoggiano.

Le origini concettuali si possono far risalire alla metà dell’Ottocento. Quando, per esempio, Ada Byron (figlia del poeta – nota come Lady Lovelace) si era interessata agli esperimenti di Charles Babbage con la difference engine, intuendo che lo sviluppo poteva portare non solo a “macchine calcolatrici”, ma anche a strumenti di informazione e comunicazione.

 
Di questi esperimenti abbiamo già parlato a proposito di computer

The Difference Engine è anche il titolo di un romanzo di fantascienza, scritto da William Gibson e Bruce Sterling nel 1990, in cui si immaginava che nell’Ottocento in Inghilterra si fosse diffuso non solo l’uso dei computer, ma anche qualcosa di simile all’internet, in base al lavoro di Charles Babbage e Lady Lovelace. Il libro, purtroppo, è mediocre, ma l’ipotesi è interessante.
 

Ma passarono più di cent’anni prima che ci fossero sviluppi reali.

Un progetto specifico era stato proposto nel 1945. In un articolo sull’Atlantic Monthly Vannevar Bush (vicepresidente del MIT e uno degli scienziati dell’Office of Scientific Research organizzato dal presidente Roosevelt) proponeva un sistema capace di costituire una rete mondiale di condivisione della conoscenza. Lo chiamava Memex. Il progetto non fu realizzato, ma contribuì a ispirare gli sviluppi che presero forma vent’anni più tardi.

Nel 1958 fu costituita l’Advanced Research Project Agency, per iniziativa del presidente Eisenhower e del suo ministro della difesa Neil McElroy (che non era un militare, ma un civile: veniva dalla Procter & Gamble).

Nel 1964 una proposta pubblicata da Paul Baran (Rand) delineava i princìpi di quell’idea di networking che vent’anni più tardi prese il nome di internet.

Nel 1965 Ted Nelson inventò il termine hypertext per definire un linguaggio che permetta una gestione articolata nei contenuti (un concetto che era già stato definito vent’anni prima nel progetto Memex). Nelson aveva sviluppato anche le basi tecnologiche per un progetto che chiamò Xanadu, simile al Memex. Ma anche questo, per il momento, non fu realizzato.

L’idea di networking era “nell’aria”. Era evidente che qualcuno, presto o tardi, l’avrebbe messa in pratica. Il primo esperimento basato sui principi Rand fu realizzato nel 1968 dal National Physics Laboratory in Gran Bretagna. Intanto negli Stati Uniti nasceva il Network Working Group.

Ma l’iniziativa più concreta fu quella dell’Advanced Research Project Agency, che dal 1965 stava studiando le possibilità del networking e nel 1969 lanciò il progetto ArpaNet.

 
Dal fatto che Arpa era un’agenzia del ministero della difesa si è dedotta la diffusa, ma in gran parte sbagliata, convinzione che il progetto di networking avesse obiettivi prevalentemente militari.
Vedi l’internet non è militare.
 

Fu stabilito il primo collegamento con quattro istituti universitari: l’UCLA a Los Angeles, l’UCSB a Santa Barbara, lo Stanford Institute e l’Università dello Utah. Si definì il primo protocollo di collegamento (NCPNetwork Control Protocol).

Nel 1971 nacque un nuovo sistema di “posta elettronica” – quello che oggi conosciamo come e-mail. Ray Tomlinson definì il programma per lo scambio di messaggi in rete. Nel 1972 fu adottato l’uso del segno @ (at) che in italiano è stato poi chiamato “chioccioletta”. Nello stesso anno fu costituito l’Inter Networking Group per definire gli standard della comunicazione in rete – e si cominciò lo sviluppo di quello che poi divenne il protocollo TCP/IP. C’erano 27 computer collegati all’ArpaNet.

Nel 1973 ci furono i primi collegamenti internazionali dell’ArpaNet con l’University College di Londra e con Norsar in Norvegia. Nel 1974 nacquero Telnet (il primo sistema che permette a chi ha un accesso a un servizio nella rete di collegarsi con un altro) e il protocollo FTP (File Transfer Protocol) che è ancora oggi largamente in uso.

Nel 1976 fu definito il protocollo UUCP (Unix to Unix copy) su cui dal 1979 si è basato lo sviluppo, indipendente dall’internet, dei newsgroup Usenet. (Dal 1986 è stato progressivamente adottato in Usenet il nuovo protocollo NNTPnetrwork news transfer protocol – ma la natura dei newsgroup rimane sostanzialmente invariata). Nel 1977 Dennis Hayes inventò il modem.

Nel 1981 c’erano 200 host collegati all’ArpaNet – mentre nasceva BitNet (because it’s there network) che si sviluppò indipendentemente e solo alcuni anni dopo confluì nell’internet. Nel 1982 si stabilì (con il Cnuce a Pisa) il primo collegamento in Italia al sistema di reti che poco più tardi prese il nome di internet.

Nel 1983 fu adottato il protocollo TCP/IP e cominciò la diffusione dell’internet, che dal 1984 fu posta sotto il controllo della National Science Foundation. Nel 1984 fu anche messo a punto il sistema DNS (Domain Name System) su cui si basano gli indirizzi i rete – come quelli della “posta elettronica” e poi, dieci anni più tardi, quelli dei “siti web”.

Il primo BBS (bulletin board system) era nato nel 1972. Negli anni successivi cominciarono a collegarsi fra loro. Agli inizi degli anni ’80 si aprirono i primi BBS in Italia. Nel 1984 si realizzò, separatamente dall’internet, la loro rete internazionale di collegamento (dieci anni più tardi c’erano decine di migliaia di BBS negli Stati Uniti, duemila in Italia).

C’erano, in quel periodo, sistemi separati di networking che operavano indipendentemente l’uno dall’altro. I newsgroup Usenet. Le reti dei BBS che si collegavano in echomail (il più diffuso sistema internazionale, Fidonet, nacque nel 1986). Reti aziendali, nelle imprese internazionali, che usavano sistemi diversi. Mentre l’internet era usata quasi esclusivamente dalla comunità accademica in alcune università scientifiche (in particolare quelle di fisica).

I criteri della netiquette, cioè del corretto comportamento online, che circolavano in rete già negli anni ’70, cominciarono nel 1985 ad avere una definizione formale. Nel 1985 si svilupparono le prime mailing list, cioè aree di dialogo e dibattito basate sull’e-mail.

Nel 1988 nacque IRC (international relay chat). Varie situazioni di chat, cioè di dialogo “in tempo reale”, esistevano anche prima, ma non avevano quella possibilità di “interconnessione” che si realizzò con IRC – e poi anche con altri sistemi, come ICQ (I seek you) dal 1996.

Nel 1988 fu identificato il primo worm o “virus replicante” capace di riprodursi e diffondersi attraverso “allegati” ai messaggi online. Nello stesso anno John Walker, fondatore di Autodesk, acquistò da Ted Nelson i diritti della tecnologia Xanadu e investì circa cinque milioni di dollari nello sviluppo. Ma l’anno dopo abbandonò il progetto perché venne a sapere che qualcun altro era più avanti di lui.

Nel 1989 Tim Berners-Lee al Cern di Ginevra sviluppò l’idea e le soluzioni pratiche da cui è nato il sistema world wide web. Totalmente aperto e gratuito, come le tecnologie e le applicazioni su cui si basa l’internet. Molti oggi confondono internet e web, ma non sono la stessa cosa. L’internet è la base su cui si appoggiano le risorse del linguaggio HTML (Hyper-Text Markup Language) che è la struttura del sistema web.

Nel 1991 Philip Zimmerman mise in distribuzione la prima versione di PGP (Pretty Good Privacy) che si affermò come il più diffuso sistema di crittografia. Nello stesso anno nacque Gopher, il primo sistema di “navigazione” nell’internet, cui poi si aggiunse Veronica (ma caddero in disuso quando l’ambiente web prese il sopravvento). Sistemi di ricerca in rete, meno facili degli attuali search engine, ma di non irrilevante efficienza, si basavano su FTP (file transfer protocol).

 
La sigla “Veronica” sta per Very Easy Rodent-Oriented Net-wide Index to Computerized Archives – dove rodent è un riferimento a gopher, che è una specie di talpa.
 

Il sistema web si diffuse gradualmente nella prima metà degli anni ’90. Nel 1993 Marc Andreessen rese disponibile in rete Mosaic (il primo browser) e un anno più tardi, insieme a Jim Clark, sviluppò Netscape. Nello stesso anno nacque Allweb, il primo “motore di ricerca” web.

Nel 1993 uscì il primo quotidiano online – il San Jose Mercury News. Il primo italiano fu L’Unione Sarda nel 1994, seguita da Il Manifesto nel 1995, La Repubblica e Il Sole 24 Ore nel 1996, La Stampa e il Corriere della Sera nel 1998.

I primi accessi all’internet “aperti a tutti” in Italia divennero disponibili alla fine del 1994. La rete cominciò a avere una diffusione “popolare” negli Stati Uniti nel 1997. In Italia ci fu una forte crescita delle connessioni a partire dal 1998.

Nel 1983 c’erano 500 host internet nel mondo. Più di mille nel 1964, 5000 nel 1986, 100.000 nel 1989, un milione nel 1992, quasi cinque milioni nel 1994, più di dieci milioni alla fine del 1995 (di cui tre milioni in Europa e 150.000 in Italia). Si diffuse in quel periodo la percezione che si trattasse di una crescita “esponenziale”. Ma non è vero, come risulta da tutte le verifiche negli anni seguenti.

 

Oggi ci sono 230 milioni di host internet nel mondo, 34 milioni in Europa, più di cinque milioni in Italia. Le percentuali di crescita, naturalmente, diminuiscono con l’aumentare della quantità, ma non si può definire “lento” sviluppo di un sistema che cresce del 36 % in un anno.

Il problema non è la quantità totale dell’attività in rete, ma il modo squilibrato in cui è diffusa. La cosiddetta “globalità” è un mito. Per l’accumulo di diversi fattori (economici, culturali, politici – e anche di repressione e censura) nove decimi dell’umanità sono ancora esclusi dalla comunicazione in rete.

Per quanto riguarda l’Italia, c’è stato un cambiamento fra il 1999 e il 2000. Dopo molti anni in cui la nostra presenza online rimaneva a un livello basso rispetto al resto del mondo, la crescita in Italia ora è più veloce della media internazionale.

Un quadro diverso risulta dai dati sul numero di persone online. Questo genere di statistiche è poco attendibile, per le caratteristiche delle metodologie di ricerca e per la varietà di criteri con cui viene definito il concetto di “utente” internet. Ancora meno affidabili sono i confronti internazionali. C’era chi immaginava che otto anni fa ci fosse un miliardo di persone nel mondo collegate alla rete. Qualcuno cita ancora quel dato bizzarro come se fosse vero. Ma oggi le ipotesi più “ottimistiche” sono intorno ai 600 milioni (una valutazione più realistica è circa la metà).

Vent’anni fa c’erano persone in Italia che si collegavano a sistemi di networking (si trattava, in gran parte, di reti diverse dall’internet). Ma erano poche decine di migliaia. La diffusione della rete (come anche nel resto del mondo) ha cominciato a estendersi dopo che, nel 1994, si erano resi disponibili accessi all’internet aperti “a tutti”. C’è stata un’accelerazione della crescita fra il 1998 e il 2000, ma poi è rallentata.

Dalle origini dei collegamenti all’internet fino al 1999 era prevalente, in Italia, l’uso della rete dal luogo di lavoro. Ma dal 2000 è maggiore la crescita dell’uso “domestico”. C’è stato un recente afflusso di giovani, mentre rimane scarsa la diffusione della rete fra le persone di età più avanzata. (A questo proposito vedi I “giovani” e la comunicazione e I “vecchi” e la comunicazione).

C’è un’evoluzione positiva per quanto riguarda la presenza femminile. Mentre era “tradizionale” che la rete fosse prevalentemente usata dagli uomini, oggi anche in Italia la percentuale di donne online è in continuo aumento e tende ad avvicinarsi alla “parità”.

Le differenze per categorie sociali ed economiche sono in progressiva diminuzione. C’è un evidente allargamento verso i livelli “medi” – mentre rimangono sacrificate, come è purtroppo ovvio, quelle categorie “basse” che soffrono, in generale, di una scarsità di risorse di informazione e di comunicazione.

Il concetto di digital divide, di cui molto si parla senza darne alcuna chiara definizione, è sostanzialmente sbagliato. Il problema esiste, ma è culturale, non tecnico. (Vedi La divisione è culturale, non “digitale”).

Un rallentamento dell’afflusso di persone online (non solo in Italia) è dovuto a una varietà di fattori. Delusioni rispetto a promesse esagerate, disagio per varie forme di invasività (e anche per rischi di varia specie la cui pericolosità è spesso descritta nei mass media in modo “sensazionalistico”).

I problemi, tuttavia, ci sono davvero. Non solo la proliferazione dei virus (se ne conoscono più di 80.000) favorita dalle debolezze tecniche dei software più diffusi, ma anche l’esagerata diffusione dello spam, di fastidiose invasività e di truffe di varia specie. (Vedi Spam e scam).

Ha fatto notevoli danni l’estesa diffusione di notizie sul “fallimento dell’internet” – basate sullo sgonfiamento di “bolle speculative“ che nulla hanno a che fare con lo sviluppo della rete. (Vedi La “crisi” che non c’è).

Non è stata meno dannosa l’eccessiva insistenza sulla inesistente necessità di usare macchine complesse e costose – o collegamenti “superveloci” che per il 99 per cento delle persone (e imprese) che usano la rete sono inutili, se non nocive. (Vedi Quei grandi tubi pieni di nulla).

Intanto aumenta il numero di persone che hanno una buona pratica della rete. E l’esperienza continuamente conferma che le risorse più importanti online sono i dialoghi personali e il “passaparola”. Il cerchio si chiude. La più moderna delle risorse è strutturalmente simile alla più antica.

 
Questo non è un dettaglio. Uno dei valori fondamentali delle “reti telematiche” (cioè oggi principalmente l’internet) è la “riscoperta” di forma di comunicazione che non sono mai scomparse, ma sembravano disperse e schiacciate in un mondo dominato dai mass media.
Vedi I valori antichi della nuova comunicazione.
 
            Che cos’altro può essere all’orizzonte?

Sullo sviluppo delle “nuove tecnologie” ci sono molti più discorsi (e polemiche) che fatti. Ci sono, finora, solo tre rilevanti nuovi sviluppi. La diffusione della telefonia mobile e, meno velocemente, del computer e dell’internet. Per il resto la situazione è statica e si continuano a constatare situazioni che non sono sostanzialmente cambiate da alcuni decenni.

Le possibilità offerte dalle tecnologie sono così tante che una sola cosa è certa: fra le molteplici evoluzioni immaginabili solo alcune si realizzeranno. E lo faranno, molto probabilmente, in modo diverso da come oggi si immagina o si prevede.

La storia ci insegna chiaramente che fra la possibilità teorica, o anche la disponibilità pratica, di una risorsa e la sua diffusione il percorso è discontinuo. Talvolta veloce, ma spesso più lenta di quanto sarebbe “tecnicamente possibile”.

L’importante è capire che l’informazione e la comunicazione non sono tecnologie. Sono esigenze umane. Possono, secondo il caso, essere una risorsa o un problema. E prima di pensare a quali altre meraviglie (o incubi?) potrà riservarci il futuro è fondamentale approfondire il modo in cui i sistemi disponibili sono usati – e come potrebbero essere meglio adattati alle esigenze umane.

 

Il personal computer, specialmente con l’uso delle tecnologie oggi più diffuse, è una delle macchine meno efficienti, affidabili e funzionali che siano mai esistite. L’internet è una risorsa sostanzialmente solida, e di non difficile uso, ma anche sulla rete si sono accumulati problemi e difficoltà derivanti dalla farraginosa inadeguatezza delle tecnologie di accesso che si sono inutilmente e fastidiosamente sovrapposte a soluzioni molto più semplici ed efficienti.
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Da quando, più di vent’anni fa, si è cominciato a capire che la “qualità della vita” non è esclusivamente un fatto economico, è diventato evidente che fra i fattori di povertà e ricchezza vanno considerate anche la quantità e la qualità di informazione. Nonostante la “globalizzazione” dei sistemi una larga parte dell’umanità è ancora tenuta in condizioni di grave ignoranza o condizionamento culturale. E anche nei paesi apparentemente più evoluti, come l’Italia, ci sono aree preoccupanti di privazione o limitazione.

Come mettono in evidenza gli studi del Censis, c’è chi soffre di scarsità di informazione e di comunicazione – e chi ne ha troppa. I due fenomeni non sono separati, ma si mescolano e si fondono in un quadro complesso.