La nascita e la diffusione della scrittura hanno avuto un impatto culturale senza precedenti sulla civiltà, sul pensiero e sul modo in cui l'uomo percepisce e si rapporta al mondo. L'utilizzo della scrittura, infatti, e di quella alfabetica in particolare, istituisce una nuova forma mentis volta a modificare per sempre le pratiche degli uomini ad essa educati. Entro questo orizzonte, e non altrove, s'instaura lo sguardo logico e razionale con i suoi prodotti: la filosofia e successivamente la scienza.
Solo in una civiltà educata dalla pratica della scrittura fonetica può infatti porsi il problema del to on, di ciò che è: l'essere. Perché ciò che è, scritto e quindi decontestualizzato dai contesti "pratici" e dalle concrete pratiche di vita, elevato a concetto grazie al processo di astrazione insito nella scrittura alfabetica, è ormai divenuto oggetto autonomo di riflessione, del tutto separato dalle parole e dal linguaggio che lo evoca. Che l'essere e il pensiero siano tutt'uno deve allora essere ribadito, dev'essere affermato con forza, come Parmenide si prodiga di fare, perché il solco che si è scavato tra le parole e le cose non rende più evidente questa unità originaria.
Il problema della corrispondenza tra mondo e linguaggio rimane infatti del tutto enigmatico se non si mette a questione la soglia della scrittura, a partire dalla quale soltanto le parole e le cose emergono come entità distinte e difficilmente riconciliabili.
Parmenide pone l'essere e il pensare come identici ("E sì, perché in realtà il pensare fa tutt'uno con l'essere" recita uno dei suoi frammenti). Ma se vi è identità, vi è pure, come Gorgia avrà modo di notare, non identità, perché avendo nominato due entità distinte, già le ho differenziate. Se anzitutto possiamo distinguere essere e pensiero, in cosa allora essi si rivelano identici? In altri termini: come fanno le parole a dire le cose? Quale relazione lega il mondo nominato al linguaggio che nomina? Questa la domanda che, dopo Parmenide, attraverserà la storia della filosofia.
Già Platone, nel Sofista, dovrà fare i conti con Parmenide: infatti anche nel dire che l'essere è lo abbiamo nominato due volte; già questo giudizio contraddice l'unicità dell'essere e pone subito un insanabile contrasto tra essere e linguaggio, tra le parole e ciò che esse nominano.
Il tauton, l'identità tra essere e pensare posta da Parmenide si rivela allora sin dall'inizio tutt'altro che ovvia e assai problematica. I successivi sviluppi della filosofia non troveranno infatti una soluzione adeguata se, ancora nel XX secolo, Wittgenstein e Heidegger, pur seguendo strade assai diverse, torneranno a fare i conti col problema del rapporto tra mondo e linguaggio.
Ma qual è il luogo d'insorgenza di tale problema? Ovvero, quali sono le condizioni di possibilità per cui s'impone questa distinzione: di qua le parole, di là le cose? Per tentare di comprenderlo si dovrà retrocedere genealogicamente verso il luogo originario in cui questa distinzione non è ancora emersa e non è ancora possibile: quel luogo che Heidegger indica come "dire originario" .
Il "dire originario" (die Sage) di cui parla il secondo Heidegger ricorda la funzione manifestativa del linguaggio simbolico originario così come è trattata da Friedrich Creuzer in Dal simbolo al mito: "Nella mentalità arcaica chi parla anzitutto non è l'uomo, ma è la natura" scrive Creuzer, ponendo l'accento sul carattere rivelativo con cui il mondo si manifesta all'uomo nella parola originaria.
Nell'età arcaica il primo compito del sacerdote è quello di dare i nomi, di nominare gli dei, così indicandoli. E, come dice Creuzer, "questo mostrare e indicare costituì il primo aiuto che il più saggio offriva alla massa rozza ma in cerca di ammaestramento. Questi discorsi non erano dimostrazioni, e non potevano esserlo, né dottrine del divino secondo un sistema coerente".
Nel dire originario, dunque, non vi sono astrazioni concettuali, né discorsi argomentativi o dimostrativi, né enunciazioni a carattere apofantico. Queste operazioni, che caratterizzano il nostro modo di fruire e di "abitare" il linguaggio, possono infatti sorgere solo una volta che si sia instaurata una certa distanza tra l'uomo e ciò che viene detto e tra la parola e ciò che essa indica. Ma nel dire originario non vi è distanza, bensì vicinanza: il suo nominare è eminentemente simbolico, caratterizzato dall'unione-rivelazione di parola e cosa. Si tratta di un unico gesto che mentre dice anche mostra, e perciò rivela, ciò che è. Nel linguaggio orale arcaico le parole sono dunque eventi (come suggerisce il termine ebraico dabar, che significa insieme parola ed evento). Eventi dell'essente nella sua originaria manifestazione.
Soltanto con la pratica della scrittura s'instaurerà quella distanza a noi familiare tra il nome e ciò che esso nomina.
Affinchè le cose appaiano come enti "oggettivi" e "in sé", quindi separate dalle parole che le nominano, è necessario che esse acquisiscano i caratteri della permanenza e della stabilità, cioè che esse siano fruibili e riconoscibili universalmente e in maniera sempre identica.
Allo stesso modo, affinchè le parole acquisiscano una propria indipendenza rispetto alle cose, è necessario che si oggettivino e si rendano visibili come tali. Ma la parola-evento del dire originario non ha queste caratteristiche: essa non può infatti essere percepita come presenza stabile, in quanto la sua natura sonora la rende deperibile ed evanescente. Finchè restiamo nel campo dell'oralità, dei puri suoni, le parole non hanno una propria corporeità.
Questa corporeità è invece data in dotazione alla parola dalla scrittura. E' la scrittura a far apparire letteralmente le parole, rendendole visibili ed esperibili come se si trattasse di oggetti. La scrittura infatti oggettiva la parola orale nella materialità del testo scritto e, iscrivendola su un supporto stabile, le dà un corpo e un'identità indipendente.
Nello stesso tempo la scrittura, come ha notato Husserl nell'Origine delle geometria, rende pienamente "oggettive" le cose nominate che, attraverso la permanenza e la stabilità del testo scritto, diventano fruibili in modo sempre identico non solo dalla comunità di uomini che le nominano e che le scrivono ma, idealmente, da tutte le comunità a venire. Solo così le cose diventano propriamente "universali", dotate di un'esistenza oggettiva e indiscutibile.
E' la scrittura, allora, la soglia originaria a partire dalla quale linguaggio e realtà si separano e si co-istituiscono come unità contrapposte.
La questione del tauton parmenideo, dell'identità tra pensiero ed essere, trova dunque la propria radice e le proprie condizioni di possibilità nella rivoluzione culturale inaugurata dalla scrittura che "sostanzializza" le parole e le separa dalle cose.
Ma la separazione originaria operata dalla scrittura non istituisce ancora l'oggettività pura e "ideale" (nel senso accordato da Husserl al termine) così come verrà pensata successivamente dalla filosofia greca. Nell'orizzonte aperto dalle prime pratiche chirografiche non vi sono ancora enti "in sé", astratti dai concreti contesti di vita, il cui nome risulta puramente convenzionale. Un tale salto di astrazione sarà reso possibile soltanto dalla pratica di scrittura alfabetica.
Prima dell'alfabeto la parola era esperita ancora in modo "patico": i pittogrammi e i geroglifici erano segni pregni di significati "cosmologici", di-segni che manifestavano le cose stesse mostrandole nel loro emergere raffigurativo. Le prime pratiche chirografiche non miravano dunque ad una comunicazione puramente convenzionale, ma erano inserite in più ampi orizzonti di senso, legati alla sacralità della vita e al rapporto degli uomini con gli dei. Linguaggio e scrittura non erano mezzi volti alla "comunicazione", bensì modi di esperire e di frequentare il mondo, eventi di partecipazione del mondo.
Anche nei sistemi di scrittura consonantici, come quello ebraico, l'uomo, dovendo inserire le vocali nell'atto di lettura, partecipava ancora paticamente alla creazione del senso. "Aggiungere al testo vocali e alito era come diventare colui che presta a Dio la propria voce, nella quale si rinnova la presenza divina" scrive Clarisse Herrenschmidt in L'invenzione della scrittura. Anche negli alfabeti consonantici, dunque, la scrittura non era mera "comunicazione" nè una "rappresentazione" autosussistente e conchiusa della realtà, come noi la viviamo oggi.
Con l'introduzione delle vocali, l'alfabeto greco diventa, per così dire, del tutto "indipendente" (scrittura delle cose "in sé", cioè svincolate dai contesti patici di mondo): non solo il lettore non deve "aggiungere" o "dedurre" alcunchè, ma può anche leggere senza comprendere (può ad esempio leggere parole il cui significato gli è sconosciuto). La partecipazione del lettore non è più richiesta, il testo ormai autosussiste indipendentemente dai contesti empirici e dalle pratiche di vita in cui è fruito. Prima, negli altri sistemi di scrittura, l'uomo non aveva mai di fronte a sé un testo autonomo ("in sé"), bensì un testo che prendeva senso se rianimato dal lettore e inscritto nel rapporto vivente, cosmologico e sacrale Dio-Uomo, quindi un testo irriducibile ad unità astratte. Gli Ebrei, ad esempio, per inserire le vocali giuste in una parola, dovevano dedurre il senso di quella parola dal senso complessivo del testo, dal discorso che in esso fluiva unidirezionalmente senza possibilità di analisi e scomposizione (possibilità che solo la scrittura fonetica permette, riproducendo i suoni a prescindere dal contenuto - in questo senso, potremmo dire, essa è la prima scrittura profana).
La scrittura fonetica, come ha notato anche Foucault, si distingue inoltre dall'ideogramma proprio per l'astrazione insita nel raddoppiamento che separa la parola scritta dal suo significato. Il segno, perdendo le sue caratteristiche raffigurative ed ostensive, viene ora colto in modo indipendente rispetto al significato che esso va a costituire nel rapporto con gli altri segni. La lettera alfabetica diviene così unità segnica astratta puramente convenzionale (dal momento che, presa di per sé, non è significante). Rispetto ai sistemi di scrittura sillabici e consonantici, invece, la unità fonetiche sono atomi indipendenti in cui la costituzione del senso è data unicamente dalla loro combinazione. I Greci, col loro alfabeto, fanno allora esperienza di un mondo (il mondo trascritto in puri fonemi slegati da un più ampio contesto di senso) che si compone di singole unità astratte. Ciò permette al lettore greco una serie di operazioni "analitiche" e di "astrazioni" letteralmente "inaudite" (cioè mai udite dalla voce del mythos, quella voce che, prima della scrittura, raccontava il mondo). Non è un caso che la filosofia (quel pensiero che utilizza i "concetti" e procede per "astrazioni") nasca proprio in Grecia, dopo l'introduzione dell'alfabeto.