STORIA DELLA COMUNICAZIONE di Laura Iannotta
Gli studiosi dei problemi
connessi alla sfera della comunicazione da McLuhan a Ong, da Innis ad Havelock
per fare soltanto alcuni nomi, hanno sottolineato unanimemente il fatto che i
media attraverso i quali gli uomini comunicano, influenzano la loro lingua, il
loro modo di pensare e anche, direttamente e indirettamente, le società in cui
essi vivono. Se volgiamo lo sguardo al passato prossimo e al passato remoto del
mondo della comunicazione vediamo che tre sono state le rivoluzioni più
importanti che si sono susseguite nel tempo, e cioè: la rivoluzione
chirografica (in seguito alla rivoluzione della scrittura avvenuta nel quarto
millennio a.C.), la rivoluzione gutenberghiana (in seguito all'invenzione della
stampa che ebbe luogo intorno alla metà del quindicesimo secolo) e la
rivoluzione elettrica ed elettronica (in seguito all'invenzione del telegrafo
e, successivamente, della radio, del cinema e della televisione). Alla luce
degli strumenti di comunicazione che sono stati di volta in volta utilizzati,
possiamo distinguere almeno quattro diversi tipi di cultura che si sono
succeduti nel corso degli ultimi sei millenni: la cultura orale (che fa uso,
per trasmettere le conoscenze, solo della parola parlata), la cultura
manoscritta o chirografica (che adopera quella tecnologia silenziosa della
parola che è la scrittura), la cultura tipografica (che fonda la trasmissione
del sapere sul libro a stampa) e, infine, la cultura dei media elettrici ed
elettronici (nella quale le informazioni vengono inviate, in modo sempre più
rapido e diluviale, attraverso mass media quali la televisione ed internet).
La conseguenza più vistosa di queste rivoluzioni è stata quella di far
circolare le informazioni ad una velocità sempre maggiore (oggi volano alla
velocità della luce) e a costi via via più bassi. Inoltre, le rivoluzioni in
questione si sono succedute nel tempo con ritmi sempre più raccorciati.
Infatti, mentre tra l'invenzione della scrittura e l'invenzione della stampa
sono passati cinquemila anni, tra l'invenzione della stampa e la rivoluzione
dei media elettrici non sono intercorsi neppure quattro secoli. Infine, pur tra
tante rivoluzioni nessun medium è stato ucciso all'ingresso dei nuovi, anche se
le sue funzioni sono state di volta in volta ridefinite diversamente.
In quale lingua Adamo ed
Eva si scambiavano tenerezze e promesse d'amore eterno? La stessa usata dal
Padreterno nello stilare il Regolamento dell'Eden, divieti inclusi? O quella
sibilante del serpente? Insomma, se il linguaggio è ciò che fonda l'uomo come
essere pensante (e parlante), quale lingua hanno parlato i primi esseri umani
prima della Babele linguistica attuale (per rimanere nella metafora biblica)?
Per molti, a partire da Sant'Agostino, non v'è dubbio possibile: la lingua
«santa» delle origini non può essere stata che l'ebraico, cioè la lingua nella
quale è stato scritto il Libro, la Bibbia, dettato - almeno in parte -
direttamente da Dio. E se non l'ebraico «moderno», quanto meno una lingua
progenitrice di tutte le lingue semitiche, ebraico, arabo, caldaico, ipotesi di
cui fu fervente sostenitore Ernest Renan, uno dei fondatori della filologia
comparata, una disciplina che nel secolo scorso ha introdotto con rigore
scientifico criteri evoluzionistici anche nello studio dei linguaggi.
Per tutto l'Ottocento è divampata la polemica tra linguisti, storici, filologi
su questa «Lingua delle Origini», frantumatasi poi negli attuali oltre
cinquemila linguaggi parlati nel mondo (che i filologi oggi suddividono in
trecento famiglie, a loro volta riducibili forse a poche unità capostipite,
diramazioni della originaria ursprache).
Renan era tra i sostenitori della originarietà dell'ebraico, come prima lingua
dell'uomo, contro l'opinione di altri illustri filologi, come il grande
glottologo e mitologo Max Müller, che aveva raccolto l'eredità di William
Jones, il giovane studioso inglese che il 1786 aveva scoperto l'affinità tra
sanscrito, latino e greco, tutte discendenti da una primordiale lingua
indoeuropea, oggi perduta e che secondo Müller sarebbe stata la capostipite non
solo delle attuali lingue occidentali, ma di tutti i linguaggi umani. La
polemica, alla quale non rimase estraneo neppure Hegel, divise in diversi
partiti il mondo dei filologi, (al punto che qualcuno arrivò a proporre, sulla
base delle proprio ricerche, che la lingua delle origini fosse stata
un'antenata dello svedese o del fiammingo...) anche perché coinvolgeva la
storia delle religioni (secondo Müller «la storia delle religioni è in un certo
senso una storia del linguaggio»). Tanto che alla fine dell'Ottocento la
Società francese di linguistica, che a quell'epoca dominava questo
specialistico campo di ricerche, mise al bando la questione statuendo nel
secondo articolo del suo regolamento, che «non sarà ammessa alcuna
comunicazione che abbia a oggetto l'origine del linguaggio», nella convinzione
che si trattasse di un campo così astrattamente speculativo da non consentire
nessun serio approccio scientifico verificabile. Una vicenda
splendidamente narrata da Maurice Olender (Maître de Conferences della parigina
École des hautes études en sciences sociales) in un libretto (Les langues du
Paradis. Aryens et
Sémites: un couple providentiel) chissà perché mai tradotto in italiano.
Ma oggi il problema della origine delle lingue si ripropone sotto altre vesti,
grazie alla poderosa spinta delle scoperte genetiche di Luca Cavalli Sforza e
dei suoi collaboratori italiani e dell'Università di Stanford, che non solo
hanno consentito la ricostruzione - sulla base dei mitocondri e anche dei geni
nucleari - dell'albero genealogico dei geni delle attuali popolazioni umane e
delle loro migrazioni, a partire dal ceppo comune che si affacciò fuori
dall'Africa circa centomila anni or sono, ma anche hanno reso possibile dimostrare
che la diaspora nel pianeta del nostro patrimonio genetico è sovrapponibile,
quasi ovunque con impressionante precisione, alla diffusione dei linguaggi. Che
insomma tutte le lingue attualmente parlate sul pianeta possono venir fatte
risalire al linguaggio di quella (presumibilmente piccola) tribù di Homo
Sapiens che centomila anni or sono cominciò a diffondersi per la Terra,
soppiantando ovunque (grazie forse a una superiorità intellettuale cui
probabilmente non era estraneo il linguaggio) gli altri discendenti
dell'antenato comune, l'Homo Erectus, che un milione di anni prima avevano
intrapreso la loro colonizzazione delle terre emerse, ivi compresi i primi
europei (i Neandertal). Una tesi ripresa da un famoso linguista americano in un
libro pubblicato in questi giorni da Adelphi (Merritt Ruhlen - L'origine delle
lingue - pagine 302, lire 60.000), questa volta principalmente sulla base del
metodo di comparazione linguistica, fonetica e semantica, che ha consentito non
solo di semplificare enormemente la intricata geografia delle lingue attuali e
passate - in primis quelle documentabili storicamente (la prima scrittura
risale ai Sumeri, circa cinquemila anni or sono) - ma anche di avanzare ipotesi
sensate sulle loro evoluzioni, parentele e discendenze fino a tracciare
ipoteticamente la loro nascita da gruppi di radici attribuibili alle prime
sorgenti dei linguaggi. Una impresa affascinante e avventurosa, che si giova
delle attuali conoscenza sia delle leggi fonetiche che presiedono alla
trasformazione di quegli «atomi» della lingua che sono i fonemi di cui la
nostra specie è capace (a tal proposito, è illuminante per il profano il
Manuale di fonetica di Albano Leoni e Pietro Maturi, edito tempo fa dalla Nuova
Italia), determinando così il «viaggio» fonetico e semantico dei termini di
ogni lingua e in un certo senso la sua storia. Che è sempre una storia
intrecciata alla vicenda umana, al rapporto dei gruppi umani della diaspora
planetaria tra loro (vicende di emigrazioni, fusioni, conquiste e conflitti),
con l'ambiente, con le catastrofi che hanno segnato il corso dei millenni, con
la crescita delle tecniche e dell'adattamento alle più diverse nicchie
ecologiche e principalmente con lo sviluppo e il potenziamento del più prezioso
strumento di cui la nostra specie è venuta in possesso, la mente, che a sua
vita ci ha resi capaci di raffinare e complicare anche la capacità linguistica.
La
scrittura appare parallelamente in Mesopotamia e nella valle del Nilo intorno
alla fine del quarto millennio a.C..
Questa grande conquista dello spirito umano raggiunge l’Occidente molto più
tardi. Sarà l’isola di Creta, vero e proprio ponte lanciato tra l’Oriente
mesopotamico, la valle del Nilo e l’Europa, ad accogliere le prime
testimonianze scritte del cosiddetto Vecchio Continente.
Verso la fine del terzo millennio a.C. nascono nella terra di Minosse vaste
strutture architettoniche che comprendono stanze di rappresentanza, officine,
stalle e magazzini.
L’apparizione di queste costruzioni, che convenzionalmente sono chiamate
“Palazzi”, segna un mutamento radicale dell’economia minoica.
I Palazzi costruiti nel cuore delle zone più fertili diventano infatti il punto
di riferimento per l’insieme delle popolazioni che lavorano le terre, fanno
pascolare le greggi o trasformano i prodotti legati ai possedimenti del signore
del Palazzo.
Così l’insieme della produzione di una determinata area viene consegnata al
Palazzo, sistemata nei magazzini e ridistribuita a coloro che lavorano per
conto del “sovrano”. Appare così nella vecchia Creta minoica quella economia
palaziale che ricorda fortemente le situazioni orientali, in particolare
mesopotamiche.
Il Palazzo ha quindi una funzione economica in quanto controlla e si fa
consegnare la produzione di un’intera regione.
A questa funzione economica è ovviamente associata una funzione politica. E’
fin troppo chiaro che colui che è capace di farsi consegnare l’intera
produzione di una vasta area geografica esercita de facto un’autorità su coloro
che vivono su quell’area. La funzione amministrativa diventa necessaria in
quanto appare indispensabile la presenza di uno strumento capace di aiutare la
memoria a ricordare l’insieme delle operazioni legate alla consegna ai
magazzini ed alla distribuzione dai magazzini stessi dei prodotti agricoli o artigianali.
La scrittura contabile fa quindi la sua apparizione nella Creta protopalaziale.
La funzione religiosa è infine la quarta ed ultima funzione di queste strutture
palaziali: all’interno di ogni costruzione sono attestati ambienti legati al
culto, segno che il signore interviene nella vita religiosa dello Stato
nascente.
Le grandi rivoluzioni non sono mai repentine. La più grande della Storia
dell’umanità quella che non è stata cancellata dalla caduta di alcun muro, la
rivoluzione neolitica, ha visto l’uomo trasformarsi da cacciatore e
raccoglitore in allevatore ed agricoltore ed è durata vari millenni. Tant’è
stato il tempo necessario alla scelta ed alla sperimentazione dei semi e dei
cereali che avrebbero sfamato i primi agricoltori della Storia.
Così l’invenzione della scrittura si è fatta per tappe. I ritrovamenti fatti
dalla missione archeologica dell’Università di Napoli Federico II che opera a
Creta da 18 anni, ci consentono di ripercorrere alcune delle tappe che hanno
portato all’invenzione della prima scrittura europea. Scavando nella valle di
Amari, a Monastiraki, ad Ovest del mitico Monte Ida, laddove Zeus strappato
dalla madre Rhea alla voracità del padre Cronos sarebbe stato allevato dalla
capra Amaltea, abbiamo portato alla luce importanti resti di un vasto complesso
protopalaziale distrutto da un violento terremoto seguito da incendio intorno
al 1750 a.C..
In una piccola sala d’archivio, sono state scoperte varie centinaia di sigilli.
Questi documenti servivano a chiudere dei vasi, dei panieri, delle porte ed
erano stati plasmati, mentre la loro argilla era ancora molle, sull’orlo, il
collo o il coperchio dei recipienti, in modo che non si potesse prelevare nulla
dal loro contenuto a meno di rompere la cretula di argilla che ne assicurava la
chiusura.
Perché radunare queste cretule all’interno di una sala d’archivio? La risposta
s’impone: per consentire in qualunque momento ai responsabili dei magazzini del
palazzo di ripercorrere le operazioni contabili di cui queste cretule rendevano
conto.
Colui che prelevava due, cinque, dieci razioni alimentari di grano o olio in un
magazzino, lasciava al funzionario preposto al locale una cretula che, fino
alla prossima operazione di prelievo, veniva applicata sul coperchio del vaso e
questa cretula conteneva, naturalmente, due, cinque o dieci impronte di
sigilli. In questo modo il funzionario palaziale sapeva, attraverso
l’identificazione dell’impronta del sigillo, chi era l’ultima persona ad aver
beneficiato di un ritiro di razioni alimentari perché il sigillo aveva, nella
società minoica ed anche in molte altre società antiche, la stessa funzione
delle nostre carte di identità o dei nostri passaporti. Inoltre, grazie al
numero di impronte stampate nell’argilla, questo stesso funzionario sapeva
quante razioni alimentari erano state prelevate dalla persona che aveva
effettuato l’ultima operazione di prelievo.
Il sistema burocratico inventato dagli amministratori dei primi palazzi minoici
per controllare la gestione dei magazzini palaziali è forse efficace ma anche
complicato, impreciso ed incompleto.
E’ complicato perché ogni cretula corrisponde ad una sola operazione contabile.
Inoltre, non ci informa affatto sulla natura dei prodotti prelevati nei
magazzini palaziali. Infine nulla traspare del contesto particolare collegato
con ognuna di queste distribuzioni di prodotti. La consultazione di una cretula
non ci dice niente circa le ragioni per cui tale individuo può pretendere una,
due o venti razioni alimentari. Gli amministratori minoici dovranno quindi perfezionare
questo strumento per far fronte allo sviluppo crescente dell’economia ed alle
sue esigenze, soprattutto quelle connesse con lo sviluppo delle relazioni
internazionali.
Nello stesso periodo, parallelamente al sistema di controllo inaugurato dalle
cretule di argilla appena descritte, gli amministratori dei palazzi
modelleranno tavolette che conterranno cifre, logogrammi, ovvero segni
ideografici in grado di rappresentare prodotti agricoli o artigianali, animali
o anche individui, ed infine segni portatori di valori fonetici.
Questi ultimi raggruppati in parole consentiranno di spiegare le circostanze
nelle quali le registrazioni intervengono. Nasce così la scrittura, strumento
capace di trasmettere nel tempo e nello spazio un messaggio univoco.
La nascita della scrittura è dovuta alle esigenze di carattere economico
dettate dalle nuove condizioni politiche provocate dall’apparizione di un
sistema palaziale basato sulla gestione globale, a livello di consegna e di
redistribuzione, dei beni dello Stato.
Così di tutte le terre d’Europa, l’isola di Creta è stata la prima ad
accogliere la scrittura, questo strumento meraviglioso che consente all’uomo di
lanciare nel grande fiume del tempo un messaggio che potrà diventare eterno.
Nel 1959, André Malraux celebrando il salvataggio dei monumenti dell’Alto
Egitto strappati alla acque del Nilo dopo la costruzione della grande diga di
Assuan, scriveva: “Vi è un solo atto sul quale non prevale né la negligenza
delle costellazioni, né l’eterno mormorio dei fiumi. E’ l’atto con il quale
l’uomo strappa qualcosa alla morte”.
Questo atto lo hanno compiuto gli scribi minoici strappando all’oblio e alla
morte il pensiero dei primi amministratori della nostra Storia e aprendo una
strada che l’occidente ed il mondo non finiranno di percorrere.
L'affascinante storia della
comunicazione tra gli uomini va dai graffiti delle caverne ai siti del web.
Sulle pareti delle grotte della preistoria si inizia il prodigioso scambio del
pensiero. I gesti, il disegno, la parola, la scrittura, la stampa, la radio, la
televisione e Internet, sono le pietre miliari del comunicare. La evoluzione
umana è speculare a quella dello scambio del pensiero.
I
mondi virtuali compressi nel cranio degli uomini si integrano, si espandono con
ritmi prima millenari, poi centenari e infine da tempo reale. Il linguaggio
dovette apparire ai nostri lontani antenati come dono divino. Tant'è che gli si
attribuì un significato trascendentale: la parola, il berbo, la scrittura,
consentirono di materializzare la rappresentazione semantica del mondo del
pensiero.
L'avvento
della scrittura apparve sacro e fu divinizzato. L'invenzione della stampa segna
il grande balzo verso la diffusione della conoscenza. Illuminismo,
enciclopedia, rivoluzione francese, scoperta dell'elettricità, del telefono,
della radio, prima rivoluzione industriale, seconda rivoluzione industriale,
conquista del fuoco nucleare, conquista dello spazio e della luna, lettura del
DNA, realizzazione del computer, il web (ragnatela), contraggono
asintoticamente la frequenza del battito del tempo.
Siamo
nell'Era del WEB o dell'Informazione. Manca un solo anello: il teletrasporto
della materia. Anche la materia è informazione, fatta di particelle atomiche e
sub-atomiche aggregate secondo determinate informazioni. La radio e la
televisione consentono di comunicare in tempo reale. Il web è di più: una
immensa teleconferenza interattiva resa possibile dall'integrazione computer e
reti di comunicazioni: la telematica.
Gli
altri Media diffondono informazioni, prevalentemente, dall'alto verso il basso.
Maniera di comunicare verticistica e niente affatto democratica. Internet,
consentendo la interattività immediata, è forma di comunicazione orizzontale e
democratica. Il web dilata a dismisura la sfera della capacità d'azione
individuale e collettiva attraverso una compenetrazione di spazi conoscitivi e
di aree transazionali - e, quindi di incontri e scontri - che generano nuove
opportunità di confronto di realtà e di situazioni.
A
questo spazio globale d'interazione corrisponde purtroppo l'esclusione dei
nuovi analfabeti e il sorgere di fronti di avversione che vedono
nell'amplificarsi delle possibilità delle circolazione delle idee e della
conoscenza una minaccia alla conservazione dello status quo. La metamorfosi del
comunicare già crea nuove specie socio-politiche di insiemi e di seguiti che
addensano forme nuove di democrazia diretta e inediti schemi di condizionamento
mediatico delle folle.
E'
ovvio prevedere che questa rivoluzione copernicana della comunicazione
condizionerà gli aspetti pubblici e privati del nostro vivere. E' altresì
evidente che il governo degli eventi richiede un'armonica sintesi dei valori
vecchi e nuovi tra l'esasperato progressismo e il miope conservatorismo.
L’evoluzione della
scrittura in un sistema funzionale, caratterizzato da segni semplici, non più
per definire parole o sillabe, bensì lettere dell’alfabeto che
consentivano l’abbinamento di un segno ad un suono ed una composizione
estremamente duttile di parole, si scontra con la permanenza nel Terzo
Millennio del sistema ideografico cinese o giapponese ed è anche storia di
lingue perdute o scritture indecifrabili, che conducono inesorabilmente
fino ai giorni nostri ed agli strumenti del linguaggio introdotti dalle
tecnologie emergenti, fino ad internet ed oltre. Un’indagine
suscettibile di dotte disquisizioni - o talvolta solo
abili affabulazioni - sui diversi risvolti paleografici, storiografici,
semantici e semiologici della materia trattata al convegno. La sintesi sul
grande balzo dalla protoscrittura agli scenari affascinanti - ma
anche inquietanti - dischiusi da internet e dalle sue potenziali
evoluzioni ed implicazioni è stata compiuta da Derrick de
Kerckhove, docente dell’Univesità di Toronto, che ha riproposto una
domanda non nuova ma che pare insieme ineludibile ed
enigmatica all’alba del Millennio prossimo venturo: ci troviamo alla
fine della storia o all’inizio di un nuovo Rinascimento? Dal mito di
Prometeo, al rapporto fra alfabeto e funzioni degli emisferi
cerebrali, alla connessione fra linguaggio ed elettricità che, a partire
dal telegrafo ha accelerato la velocità della comunicazione, fino ad una
rete globale di impulsi istantanei. La mente “collettiva” prodotta dal mezzo
televisivo può diventare, attraverso i network, una mente “connettiva” che
realizzi un “iperpensiero”: la molteplicità delle sue possibili
applicazioni, ha concluso de Kerckhove, non deve far dimenticare
il pericolo, contemplato da Godart nel suo intervento, di una perdita
dell’esperienza umana, che non è compiuta, né irreversibile. Un
patrimonio culturale - aveva affermato con enfasi Godart - che deve
essere difeso e conservato
BIBLIOGRAFIA
-
www.vivienna.it
La comunicazione:la storia e la pratica
cenni di storia della comunicazione
del prof. Massimo Baldini
le parole più antiche di babele
di Franco Prattico
da la Repubblica
La nascita della scrittura in europa
di Louise Godart
Dai
graffiti al web
di Giuseppe Brindisi
Alle
origini della comunicazione
di Valerio Soffiantini
dal convegno internazionale di esperti a Milano