: COME CAMBIA LA STRUTTURA REFERENZIALE NELL'ETA' DELLA RETE

[INTESTAZIONE]

[Introduzione]

[Gli sviluppi della scrittura nella storia]

[La referenza tramite il segno]

[L'ipertestualità come spazio di scrittura]

[Gestire la conoscenza in Rete]

[BIBLIOGRAFIA]

CAPITOLO I: GLI SVILUPPI DELLA SCRITTURA NELLA STORIA

 

 

1.1 Influenza della scrittura sugli approcci cognitivi alla conoscenza.

 

Ancora a suoi albori, l'etnologia ha subito preso coscienza del profondo legame che unisce pensiero e scrittura. Testimonianza prima ne è certamente la riflessione di M. McLuhan in La galassia Gutenberg,(McLuan, 1962), ma anche opere divenute classiche come Oralità e Scrittura di Ong (Ong, 1982) o La rivoluzione inavvertita della Eisenstein (Eisenstein, 1979). La storia della scrittura, nei suoi vari approcci, come l'etnografia, l'archeologia ma anche la psicologia, la critica letteraria e la sociologia, ha avuto in questi ultimi decenni un crescente sviluppo, che si è applicato recentemente alla nuova rivoluzione innescata dall'apparire della scrittura elettronica prima, e di quella ipertestuale poi.

 

La forza di questa disciplina risiede nella sua capacità di delineare, attraverso la concreta osservazione della storia, se non forse le strutture cognitive umane, quanto meno l'uso che l'uomo ha appreso a fare di esse.

Scrivere significa rendere visibile il linguaggio. Il linguaggio non è una caratteristica unicamente umana, tutti gli animali, anche i più primitivi, comunicano tra loro tramite il comportamento, il verso o anche solo il passaggio di informazioni chimiche. Quando però l'uomo iniziò a tracciare significati rendendoli visibili, lentamente stabilì tra sé e le altre specie un solco incolmabile. 

La scrittura permette di fermare il linguaggio, di analizzarlo e di trasmetterlo nel tempo e nello spazio. Permette  cioè di ampliare la comunicazione, ma per comunicazione non dobbiamo intendere solo quella esterna, con altri individui, ma anche quella interna alla propria mente. Il discorso interno è legato al linguaggio e la possibilità di riguardare il proprio discorso permette certamente di raffinarlo e di stabilire tecniche nuove di correlazioni fra i suoi elementi costitutivi. In questo senso si può certamente dire con Jack Goody che la scrittura è una vera e propria tecnologia della mente (Goody, 1986). La scrittura si differenziò insomma da tutte le altre invenzioni perché andò a modificare le capacità cognitive di chi l'aveva inventata.

 

1.1.1 Scrivere nell'antichità.

 

La stretta correlazione tra scrittura ed approcci cognitivi umani è oggi da tutti accettata. Le implicazioni  osservate sulla storia della civiltà sono numerose ed investono gli ambiti più diversi. Naturalmente non è sempre facile dimostrare questi rapporti e meno si rimane nel generico più si corre il rischio di fare affermazioni  difficilmente dimostrabili.

 

La nascita dello stato gerarchico e strutturato non può avvenire se non data la possibilità di contabilizzare merci, tributi e funzioni pubbliche, e fa quindi risalire, almeno in parte,  il suo sviluppo a quello della scrittura (Goody, 1986). Steven Mithen, notando come già l'australopiteco possedesse i fondamenti biologici di cognizione per poter scrivere, sostiene che la scrittura si può sviluppare solo qualora si scelga di investire socialmente su di essa. Per mantenere le scuole degli scribi, ad esempio, è necessario che l'utilizzo della scrittura rechi vantaggi economicamente giustificabili questo alto onere. Mithen lega quindi inscindibilmente lo sviluppo della scrittura a quello dello stato, e viceversa (Mithen, 1999).

 

Anche il commercio è stato individuato come uno dei fattori socio economici più strettamente legati  alla scrittura. Denise Schmandt-Besserat mostra come sistemi di contabilità basati sul gettone, o comunque sulla raffigurazione fisica, e sempre in rapporto uno a uno, dell'oggetto, si siano evoluti in Mesopotamia prima in sistemi di impressione del gettone  su argilla, poi nel sistema di scrittura tramite stilo (Besserat, 1962). Ovviamente questo passaggio evidenzia una progressiva astrazione dell'oggetto che da rappresentato in miniatura passa al venir rappresentato tramite segno.

 

I gettoni furono probabilmente anche la forma embrionale di moneta, poiché spedendo tramite carovana delle merci, potevo permettere al destinatario di controllare l'effettiva corrispondenza del ricevuto confrontandola con una seri di gettoni. Il successivo evolversi della moneta, che rappresenta un rapporto, facilitò certamente l'astrazione del numero, come staccato dalle cose in sé stesse. Nelle società primitive, infatti, esistono sistemi di numerazione strettamente legati alle cose da calcolare o scambiare. Ogni cosa ha il suo personale sistema di numerazione, quasi che potesse esprimere un unico e personale rapporto. Il numero in sé non esiste ancora. Le stesse monete dell'antica Grecia erano sostanzialmente mezzi che esprimevano il sistema ponderale delle città che le emettevano, ed erano legate a quel sistema e a nessun altro. Tuttavia la moneta esprime rapporti in modo indipendente alla lingua con la quale li si nomini. Tutte le scritture fonetiche descrivono inizialmente i numeri tramite l'espressione sonora della lingua parlata, e non già attraverso simboli prestabiliti. La moneta si pone perciò come medio tra sistemi fonetici e sistemi numerali. Non a caso alcuni studiosi hanno notato che lo sviluppo dei sistemi monetari in Grecia va praticamente di pari passo con le ricerche matematiche portate avanti da Talete in poi (Herrenschmidt, 1999).

 

Sempre all'interno delle osservazioni che legano la scrittura alle capacità astrattive, lo sviluppo dell'alfabeto in Grecia, con la sua struttura basata sulla lettera, è stato visto legato alla filosofia atomistica di Democrito e allo sviluppo della filosofia in generale. L'alfabeto è del resto la massima evoluzione del sistema fonetico, e il sistema fonetico, che non indica significati tramite immagini o icone, ma attraverso il suono, è un fondamentale passo di astrazione. In effetti si viene così a indicare una cosa non più tramite una immagine, o comunque un segno individualmente legato alla cosa stessa,   come era per le scritture a ideogrammi, ma tramite la diversa composizione di strutture minime, quali i fonemi. Chiunque ora può leggere una lingua e pronunciarne il suono. Anche chi non capisse il significato di ciò che legge. Il fonema diventa una unità base, che composta  in vario modo, dà "infinite" combinazioni. Non è più necessario conoscere tutti gli elementi di una lingua per leggerla, basta conoscerne gli elementi strutturali, i fonemi, e le regole di composizione. I segni cessano di essere motivati da un rapporto di analogia con i referenti. Sono ora più chiaramente entità convenzionali e arbitrarie. Dall'iniziale uso fonetico dell'ideogramma si passerà alle sillabe e poi alle lettere, riducendo sempre il numero di elementi necessari all'articolazione della lingua. Ovviamente questa evoluzione nasce da esigenze pratiche di economia degli sforzi e delle risorse, ma altrettanto ovviamente impone usi diversi della mente e delle sue facoltà. Proprio Democrito, illustrando la sua filosofia, per spiegare cosa sia un atomo, utilizza la metafora della lettera alfabetica. E Aristotele, esponendo il pensiero di Leucippo e Democrito,  si esprime così:

 

[Secondo loro] una sola è la sostanza che  fa da sostrato […….] Le differenze (degli elementi) sono le cause di tutte le altre [Modificazioni]. Essi inoltre dicono che tre sono queste differenze: la figura, l'ordine, la posizione. […….] A differisce da N per la forma, AN da NA per l'ordine, mentre Z differisce da H per la posizione (Aristotele, 1993, 1 4, 985 b).

 

Anche Platone rifletterà sulla lingua. Nel Cratilo dimostra di aver coscienza dell'arbitrarietà del segno, dichiarando che i nomi in nulla imitano la natura delle cose. Viene quasi spontaneo chiedersi se la filosofia avrebbe avuto in Grecia lo sviluppo che ebbe, senza la conoscenza di un sistema linguistico alfabetico.

 

La stessa divisione tra significato e significante pare possibile solo una volta visualizzato il segno nella sua materialità. Ed è significativo il fatto che questa netta divisione non fu immediatamente chiara alla cultura umana. Basti pensare, in epoca antica, all'insistenza con la quale gli Stoici dovettero porre la materialità del segno, o, in epoca medioevale, alla condivisa teoria dei nomi come recanti in sé l'essenza del nominato, come espresso nelle Etymologiae di Isidoro di Siviglia.

 

Perfino il rapporto col sentimento dell'amore, sentimento profondamente spontaneo e quotidiano, è stato visto legato agli usi di espressione linguistica. Le società primitive hanno col sentimento dell'amore un rapporto più sensuale e meno idealizzato. Fenomeni culturali come l'amor cortese non sarebbero stati possibili senza la possibilità di esprimere in forma visiva il proprio sentimento, di spezzettarlo, rileggerlo,  meditarlo. Di idealizzarlo, in una parola (Goody, 1986).

 

1.1.2 Scrivere nell'era moderna.

 

Nel XII secolo, e nei successivi, assistiamo in Europa  ad una rinnovata vivacità della vita civile e culturale. Crescono i commerci e le città, fioriscono le scuole, tutti si sentono chiamati all'impegno contro l'infedele e si bandiscono le crociate.   Tra i vari elementi che caratterizzano questo nuovo impulso della civiltà è stato con chiarezza registrato l'aumento dell'attività culturale. Aumentano i libri scritti e le persone che scrivono, grosso incremento ebbe soprattutto l'attività dei laici. L'incontro con la civiltà araba fu determinante per questo sviluppo, sia perché trasmise nuove tecniche, come la carta, sia perché obbligò il mondo cristiano a un  confronto, sia per la riscoperta che causò dei classici greci.

Riflettendo sugli eventi del XII sec. Ivan Illich (Illich, 1993) osserva come si possa ipotizzare una forte correlazione tra il nuovo concetto di io emergente e la nuova pagina del codice medievale.

 

Bernardo di Chiaravalle che predica la crociata chiama la gente, a tutti i livelli della gerarchia feudale, a lasciare la mentalità comune del villaggio, nella quale l'identità nasce dal modo in cui gli altri ti chiamano e considerano, per scoprire il proprio io nella solitudine del lungo cammino (Illich, 1993, 22).

 

Pellegrini e crociati, muratori e meccanici ambulanti, mendicanti e ladri di reliquie, menestrelli e studenti itineranti, tutti sono in cammino, verso la fine del XII secolo (Illich, 1993, 23).

 

Non si tratta certo di una scoperta dell'io. Nemmeno si può descrivere questa come l'epoca della sua affermazione, ma secondo Illich è proprio qui che muove i suoi primi passi la concezione moderna di persona, per la quale oggi ognuno di noi si sente, nei confronti degli altri, come circondato da una frontiera.

 

Non è casuale, nota Illich, che in questi stessi anni si faccia strada in Europa un nuovo tipo di libro, un nuovo tipo di pagina, un nuovo concetto di lettura. Tutti i contenuti sono suddivisi per paragrafi, i titoli dei paragrafi anticipano il contenuto di ogni porzione di testo, ogni volume possiede ora il suo indice. Il nuovo testo è funzionale alle università, che si sviluppano e ingrandiscono, permette di trovare rapidamente l'informazione necessaria, di isolare la specifica quaestio dibattuta.

 

Questo è in netto contrasto con quello che era stata la cultura nel basso medioevo. Conoscere significava far propria la narrazione di salvezza, la narrazione biblica. Farla propria significava declamarla, annunciarla. La lettura silenziosa ancora non esisteva, sempre si leggeva pronunciando,  leggere era un fatto vocale. Fino al VII sec. nemmeno esistevano gli spazi fra le lettere. La comprensione delle frasi richiedeva che fosse tratta fuori dall'intero dispiegarsi sonoro della frase stessa (Leroi-Gourhan, 1977). Il testo, che non possedeva indici alfabetici o paragrafi, difficilmente poteva essere letto, se non come un'unica sequenza. Il libro, come lo conosciamo oggi, nasce insomma secondo Illich non con la stampa, ma qualche secolo prima, negli anni della scolastica.

 

Nel XVI sec. l'invenzione della stampa comportò una meccanizzazione del processo di produzione del libro. La pagina, una volta costruita, veniva riprodotta identica migliaia di volte. Il libro divenne così un oggetto sempre più chiaro e nitido, ben delineato e finito. Ne acquistò in tutto questo il concetto di autore, inteso come autorità che definisce un pensiero, si affermò il concetto di opera, intesa come unità testuale chiusa, stabilita nel tempo una volta per sempre e completamente auto sufficiente.

Domenico Scavetta nota come la concezione della separazione tra anima e corpo, profonda nella nostra cultura, fu espressa da Cartesio proprio in quel secolo (Scavetta, 1992, 60).

La scrittura che é nell'uso un assegnare materia (significante) a un'entità (significato), rafforzata nell'astrazione dalla standardizzazione a cui porta il processo meccanico, non poteva non influenzare la nostra visione della realtà.

1.1.3 Scrivere nell'era globale.

 

Così, indubbiamente, anche la nostra epoca  si mostra legata alle modalità di scrittura e di lettura che produce.

Quello che si annuncia come il millennio della globalizzazione e della connessione,  è pure il millennio dell'ipertestualità, di internet e della così detta infosfera: la rete globale di informazione. Approfondiremo nei successivi capitoli queste tematiche.

 

1.2 Cosa si può intendere per scrittura.

 

Queste prime considerazioni, che più avanti verranno sviluppate meglio, ci permettono già di definire con quali scopi intendiamo affrontare la storia della scrittura e in che senso definiamo questo termine. Silvio Curto, paletnologo, definisce così la scrittura:

 

Scrivere é l'esprimere concetti o suoni con elementi visibili predisposti in una serie, mobili e composti secondo norme determinate (Curto, 1989).

 

Leroi-Gourhan:

 

La scrittura é un processo di liberazione della memoria fondato sulla capacità di fissare il pensiero in simboli materiali (Leroi-Gourha, 1977).

 

Cooper:

 

La scrittura è un sistema di segni che permette di trascrivere il linguaggio e non un qualsiasi sistema di significazione (Cooper, 1983).

 

Si capisce, in virtù di queste definizione come, negli studi paletnologici, si consideri la scrittura in quanto tecnica materiale. E in questo senso vanno quindi le ricerche, individuando e analizzando i supporti tecnici di trascrizione del linguaggio. Questo è perfettamente coerente con il lavoro degli archeologi o degli studiosi delle civiltà antiche. Essi hanno in effetti l'esigenza di definire con chiarezza il loro campo di ricerca, per poter restringere l'oggetto della loro indagine. Quello che invece noi ci proponiamo è di riflettere sull'ipertestualità, per capire come possa essere usata al meglio e cosa effettivamente cambi nelle modalità di lettura e scrittura. Capire la scrittura in generale ci servirà a capire meglio i fondamenti dell'ipertestualità. Rivolgendo lo sguardo alla storia dello scrivere, vorremmo cogliere la natura più profonda di questa attività umana, le esigenze che la suscitano e quelle che essa può soddisfare. Ci chiediamo insomma cosa faccia l'uomo con la scrittura.  Se sapremo dare una buona risposta a questa domanda potremo probabilmente anche capire meglio cosa porti di nuovo l'ipertesto e le strutture reticolari nelle modalità di lettura e di scrittura.  

 

In questo senso non si può di certo ignorare lo stretto rapporto che intercorre tra scrivere e pensare. Scrivendo ci si avvale sempre di capacità mentali e il supporto, sia tecnico che di struttura logica di divisione del testo, che adoperiamo per scrivere inevitabilmente influisce sul tipo di funzioni cognitive attivate, sulle abitudini di strutturazione del pensiero e, probabilmente, sul nostro intendere il significato del reale.

Il termine "scrittura" non possiamo quindi che intenderlo nel modo più ampio possibile. Non definiremo lo scrivere fermandoci a osservare unicamente le tecniche di trascrizione dei segni, come intendono gli archeologi.

 

Dovremo tener conto certamente che la scrittura comporta in primo luogo un'associazione tra un elemento materiale e uno stato mentale. Anche parlare significa associare elementi materiali, i suoni, a concetti. Anche l'arte è un modo di esprimere stati mentali, cioè il rapporto di un soggetto alla realtà che lo circonda, tramite simboli.

Ma c'è di più. Non si può ignorare che, all'interno della nostra stessa mente, quando memorizziamo qualcosa, associamo concetti tra loro. Questo è quello che fa il rapsodo quando associa a ogni eroe certe caratteristiche, certe situazioni che potrà poi riprendere in ogni momento della sua narrazione. In modo ancora più sviluppato gli oratori antichi scrivevano nella loro mente grazie all'arte degli edifici mentali. Tutti noi comunque, nella comprensione di un testo, durante la sua lettura, non possiamo fare a meno di risvegliare associazioni interne che ci paiono significative alla costruzione di un senso. Non è possibile scrivere o leggere senza attivare la nostra capacità di riferire concetti tra loro. Sempre i singoli elementi, per essere considerati sensati, vanno contestualizzati.

 

Questa cosa ci dice che in un certo senso scrivere non sia altro che costituire una forma di organizzazione logica delle informazioni. Per quanto un supporto materiale influenzi profondamente le possibilità di realizzare un certo tipo di organizzazione logica, piuttosto che un altro, ricordare come la mente entri comunque e sempre in gioco in qualsiasi tipo concreto di lettura, ci ricorda come in definitiva esista una preminenza dell'aspetto logico su quello materiale. Un supporto materiale realizza insomma richieste di organizzazione logica, ovviamente le realizza in base alle possibilità tecniche e culturali che un'epoca possiede, ovviamente il supporto, costituendo l'approccio alla conoscenza che gli uomini di un'epoca hanno, influenza le loro modalità di conoscenza, in questo rapporto dialettico esiste tuttavia una preminenza dello spazio logico su quello materiale. 

In questo senso si potrebbe addirittura dire che scrivere non sia altro che collegare fra loro concetti. Nel senso che la tecnica della scrittura non è che una delle tante modalità con la quale l'uomo ha tentato di dare sfogo alla sua naturale ricerca di esplicitare, con la massima ampiezza, i legami possibili tra tutti i concetti presenti nella sua mente, nel tentativo di dare unità al reale. Questo pare sostenere David Bolter ne Lo spazio dello scrivere  (Bolter, 1991).

 

In realtà la questione è molto complessa. Dire che la scrittura sia essenzialmente, nella sua ragione più intima, un associare concetti, collegandoli fra loro come fossero collegamenti ipertestuali, significa secondo noi fare una serie implicita di affermazioni sulla natura della mente e del pensiero. Il rischio è che  definendo la scrittura in questo modo ampio la si agganci troppo al pensiero. Dicendo quasi che lo scrivere, e in particolare il modo ipertestuale di scrivere, rappresenti la naturale modalità d'espressione del pensiero.

L'ipotesi di questo stretto legame fra scrittura e pensiero, non è affatto da scartare. Essa parrebbe sostenere che i meccanismi di scrittura, nel loro naturale evolversi e raffinarsi, non possano che tendere verso quei meccanismi più profondi che li generarono: verso le strutture del pensiero. Tale ipotesi, per quanto suggestiva mette in gioco molte nozioni difficili da chiarire. Per poter davvero aderire all'idea che la storia dello scrivere non sia altro che un raffinarsi delle capacità di esplicitare gli infiniti collegamenti che uniscono i concetti, come a prima vista indicherebbe il sorgere dell'ipertestualità, si dovrebbero chiarire molti eterni problemi della storia del pensiero umano. Si dovrebbe definire cosa sia realmente un significato, cosa sia la mente e fino a che punto essa conosca la realtà direttamente, o solo la rappresenti, dando la massima coerenza ai dati che può raccogliere.

Ovviamente non intendiamo affrontare qui queste questioni. Tuttavia è giusto che si rilevi il sotteso legame che questi problemi hanno col nostro discorso.

 

Per riassumere si può dire che indagheremo la scrittura come tecnica in senso lato, sia materiale che mentale, riconoscendo l'indubitabile rilevanza di questi due aspetti. Poiché l'oggetto che ci proponiamo di osservare, la scrittura in generale e quella ipertestuale più particolarmente, é implicato a molte questioni diverse, che appartengono alla sfera sociale come a quella tecnica come a quella mentale, ci pare opportuno mantenere lo sguardo molto aperto, per non rischiare che un elemento sfugga, semplicemente perché non previsto dalla direzione di ricerca.

 

Fin da subito tuttavia teniamo a mostrare la forte preminenza di due fattori: quello materiale-tecnico e quello logico-mentale. Entrambi, si vedrà, determinano le modalità di lettura e di scrittura, strutturando l'approccio cognitivo di questa attività. Spesso il primo limita e informa il secondo. Nella scrittura digitale, che molti hanno visto sfociare per un processo necessario in quella ipertestuale, l'influenza del supporto materiale pare annullarsi, lasciando pieno campo a quello logico, che può ora strutturarsi senza restrizioni ma solo in base alle conformità della nostra mente. Ed in definitiva è questa considerazione che più ci interessa analizzare in questo lavoro