L'ALFABETO CONSONANTICO-VOCALICO E
LE SCRITTURE DEL MONDO ANTICO
Un’introduzione al problema storico e linguistico dell’origine della
scrittura
(di Mario Menichetti)
premessa
La
presente ricerca si prefigge di analizzare quali possano essere state ed in
quale misura, le influenze esercitate dalle scritture in uso nell’oriente antico
ed in particolare in Egitto, nei confronti delle scritture alfabetiche CV [1]
adottate ab initio dalla Grecia e successivamente da
altre popolazioni dell’area mediterranea e non solo. In ultima analisi cercare
di rispondere al seguente quesito: la scrittura alfabetica CV deve considerarsi o meno la forma di
scrittura più completa rispetto ad altre, quella che maggiormente ha contribuito
a stimolare il genio inventivo dell’uomo nonché a lasciar miglior
traccia del suo pensiero? Lo studio riflette soltanto le scritture
dell’oriente antico in linea di massima identificabili con la vasta area della
mezzaluna fertile [2]
; vengono pertanto escluse le altre forme di scrittura quali
ad esempio gli ideogrammi cinesi, il sanscrito ecc. perché del tutto estranee al
processo evolutivo direttamente afferente alla ricerca. Onde agevolare il
lettore, i segni geroglifici sono riportati mediante traslitterazione in
caratteri latini secondo le regole del
Manuel de Codage del van den Berg.
1. sulla
origine della scrittura
Risulta
difficile poter stabilire una data, seppur approssimativa, della origine della
scrittura. I reperti più antichi definiti “scrittura” da noi conosciuti risultano essere gli
ideogrammi sumeri risalenti a circa 6000 anni orsono; esistono però iconografie
rupestri (cfr. le incisioni sahariane, della Valcamonica, Çhatal Hüyük ecc.),
databili anche a svariate migliaia di anni addietro [3]
, che si prestano a molteplici interpretazioni. La simbologia
utilizzata dall’uomo preistorico generalmente riflette immagini della vita
dell’epoca, animali, piante ecc. e
nel merito i paleografi considerano
la iconografia pre-sumera una semplice espressione dell’animo umano non
finalizzata al concetto che si ha
della scrittura, cioè il comunicare il proprio pensiero, le proprie idee per
mezzo di opportuni segni convenzionali da trasmettere al lettore. Tale
assioma deve essere accettato, dura lex sed lex, perché non esistono allo
stato prove contrarie, su base scientifica e non congetturale, di un
arretramento delle origini della scrittura. Come in precedenza accennato risulta
però difficile il poter stabilire, al di là di ogni ragionevole dubbio, se tutte
le iconografie preistoriche siano finalizzate al semplice scopo di rappresentazione
artistica di un qualcosa od anche, seppur in parte, esprimere idee coincidenti
con il valore semantico che noi attribuiamo alla scrittura. Un forte dubbio che
possano esistere delle forme di proto-scrittura od addirittura di pseudo
cripto-scrittura non può essere di certo dissipato. Si è certi solo di una cosa:
l’aritmetica è sorta allorché l’uomo, in epoche ben più antiche dei periodi anzi
descritti, incominciò a far di conto con le dita, ma questa non è scrittura
perché il computo digitale resta fine a se stesso non lasciando alcuna traccia
visiva. Poiché qualsiasi storia e
quindi anche quella della scrittura, è composta da una serie di anelli ognuno
generato dal precedente, dobbiamo collocare ob torto collo
convenzionalmente il primo anello della stessa all’epoca di sumer e di quella
civiltà.
2. sulla
evoluzione delle scritture sumere
La
scrittura logografica sumera, composta da una notevole quantità di morfemi [4]
, subì nel tempo un lento ma sensibile processo evolutivo,
passando dal sistema di scrittura logografica a logofonetica, processo
completatosi in epoca accadica. Man mano che i logogrammi perdevano la finalità
di rappresentazione grafica per acquisire la funzione di fonogrammi, i segni
assumevano veste anaiconica non avendo più gli stessi aderenza con la realtà
oggettiva delle immagini che un tempo rappresentavano. Questo processo
evolutivo, peraltro comune alla maggior parte delle antiche scritture, portò a delle modifiche di ordine
grafico molto rilevanti [5]
. I caratteri
cuneiformi, reddere rationem di questo lungo processo evolutivo, furono adottati in molte aree dell’oriente antico come
unico metodo di scrittura [6]
. Le popolazioni degli altopiani iranici, gli elamiti, gli
assiri, i cassiti ecc. pur avendo una propria lingua, furono per lo appunto,
accomunati dallo stesso sistema di scrittura, il cuneiforme realizzato su
tavolette di argilla mediante appositi cunei. C’è da segnalare altresì che l’accadico divenne per molto tempo la
lingua ufficiale nei rapporti internazionali sia commerciali e soprattutto diplomatici in tutta la
vasta area testé descritta [7]
. Al fine della
presente ricerca assume particolare importanza, per ciò che concerne il
cuneiforme, la scoperta avvenuta nel 1929 da parte di una missione archeologica
francese a Ras Shamra, Siria settentrionale (l’antica Ugarit), di una
particolare scrittura in caratteri cuneiformi ristretta esclusivamente a 30 segni o
lettere. Il cuneiforme Ugarit risale a periodi compresi tra il 1300 e 800 a.C.
Trattasi di un sistema estremamente rivoluzionario di scrittura perché ci si
trova di fronte ad un alfabeto consonantico, cioè un alfabeto formato solo da
consonanti, quindi una evoluzione profonda rispetto ai caratteri sillabici dell’accadico. Rammento che l’akkadico
si basava su di una moltitudine di caratteri costituiti da due tipi di segni,
morfemi e suoni. I caratteri Ugarit invece si fondavano sul sistema
rivoluzionario del rebus che è alla base delle scritture alfabetiche. In
sostanza pochi segni ripetitivi, in tal caso trenta, esprimenti i vari suoni
consonantici che opportunamente collegati tra loro rendevano il senso del
discorso senza ricorrere alle migliaia di segni delle altre scritture, quali
l’akkadico. Risulta altresì interessante rilevare il moderno ordine di
progressione delle lettere di questo alfabeto consonantico, ordine che è rimasto
pressoché inalterato nella scrittura alfabetica CV. La prima lettera è ‘a
(consonante debole corrispondente in larga misura alla A egizia, G1
della lista Gardiner), seguita da b, g, ch (come il ted.
ich) ecc. [8]
Il cosìdetto sillabario persiano antico si distacca
leggermente dall’Ugarit in quanto, pur possedendo caratteri alfabetici, molti segni
rappresentano dei suoni sillabici (es. du, ya, mu, mi, ha ecc.). Questo
sillabario risulta composto da 41 segni (36 segni fonetici e 5 determinativi o
tassigrammi) ed è l’unica scrittura cuneiforme esprimente una lingua
indo-europea. In ultima sintesi, per ciò che concerne la scrittura cuneiforme,
si può affermare, ai fini della presente indagine, che l’alfabeto Ugarit è una
tappa abbastanza significativa di avvicinamento alla scrittura alfabetica CV.
3. sul
sistema egizio delle scritture geroglifiche e jeratiche
I segni
geroglifici o logogrammi [9]
hanno una
caratteristica del tutto sui generis dovuta al fatto che le immagini
rappresentate, almeno ab initio, esprimono esclusivamente la lingua
egizia. Si può pertanto affermare che la scrittura egiziana antica
costituisce una vera e propria
“proiezione visiva” della lingua stessa. Il Breasted afferma: “L’uomo egizio
non possedette la terminologia per l’espressione di un sistema di pensiero
astratto, e nemmeno sviluppò la capacità di creare la necessaria terminologia,
come fece l’uomo greco. Egli pensava per immagini concrete” [10]
. I primi rinvenimenti di scrittura geroglifica risalgono alla
fine del IV millennio a.C., gli ultimi alla fine del IV secolo AD. In tutto
questo arco di tempo questi segni non hanno subito modifiche apprezzabili dal
punto di vista grafico. Ciò costituisce un record di longevità nella storia
della scrittura dell’uomo; nessuna scrittura al mondo ha resistito tanto tempo
senza subire sensibili modifiche di ordine grafico. Tale peculiarità deriva dal
fatto che questa forma di scrittura era utilizzata esclusivamente per finalità
sacre e pertanto, per la concezione cosmica che aveva quella civiltà [11]
ove tutto ciò che
apparteneva allo jeratico doveva restare immutabile sino alla fine dei
tempi, fece sì che tali scritture
restassero sempre pressoché prive di modifiche. Tale prerogativa comunque è in
realtà solo apparente, nel senso cioè che riflette solo l’aspetto grafico dei
segni. Al contrario nelle varie epoche storiche dell’Egitto faraonico e
post-faraonico si ebbero sensibili modifiche di ordine sintattico-grammaticale
costituite fondamentalmente dal passaggio seppur parziale dal sistema
logografico a logofonetico [12]
. La grande intuizione che ebbe lo Champollion, rispetto agli
altri studiosi del tempo, quali lo Young, Åkerblad ecc., fu proprio quella di
rendersi conto che nel contesto di uno scritto del medio-regno [13]
i segni aventi
funzione di ideogramma erano ben poca cosa rispetto ai segni aventi funzione di
fonogramma. Gli scribi erano soliti, onde evidenziare la funzione di ideogramma
rispetto ai segni aventi funzione di fonogramma, apporre il tratto diacritico |
sotto od accanto al segno. La caratteristica fondamentale delle scritture
geroglifiche e jeratiche [14]
si basa, per quanto in precedenza detto sul fatto che trattasi
di sistemi di scrittura logofonetica ove, per lo appunto, accanto ai segni
costituiti da pittogrammi con funzione di ideogramma, esistono segni con
funzione di fonogramma. Questi ultimi risultano costituiti esclusivamente da
consonanti, pertanto trattasi di
sistemi di scrittura consonantici al pari del semitico occidentale
(proto-cananeo e fenicio). Tale
meccanismo non ha consentito oggi la individuazione e relativa collocazione
corretta delle vocali nel contesto di uno scritto ed ha pertanto determinato la
impossibilità, da parte degli studiosi, di comprendere quale fosse la pronuncia
dell’egiziano del periodo faraonico. Se idealmente un egittologo volesse
dialogare con un egiziano antico lo potrebbe fare solo e soltanto per iscritto,
ma l’egiziano antico riuscirebbe a leggere un testo in scrittura geroglifica o
jeratica, collocando al posto giusto le vocali che non appaiono. Ciò in virtù di
particolari accorgimenti di ordine tecnico che consentono al lettore di
comprendere esattamente il senso delle parole [15]
. Tra le migliaia di segni che costituiscono il
firmamento di questa scrittura vi sono 24 segni, denominati unilitteri o
uniconsonantici, che evidenziano un solo suono consonantico. Questi segni, che
in larga guisa servono ad uso di complementi fonetici, sono il più antico
alfabeto (seppur consonantico), ad
oggi rinvenuto e quel che più conta, come si vedrà, lo stesso costituisce
certamente la base seppur non l’unica, della scrittura alfabetica CV. I segni in questione nel contesto della
lingua egiziana, risultano di estrema importanza ma, come accennato, per altre
finalità di ordine tecnico e non per l’uso di scrittura alfabetica [16]
. Da qui si può trarre un paradosso: gli egiziani furono i
primi ad inventare l’alfabeto ma non lo usarono mai con questa finalità a
noi nota.
4.
sull’influenza dell’Egitto sulle scritture alfabetiche CV
Un tipo di scrittura che ha certamente
influenzato l’alfabetica CV greca è la scrittura lineare B. Questo tipo
di scrittura derivato in larga misura
dalla lineare A
risulta a sua volta derivazione
di una proto-scrittura cretese di chiarissima derivazione egizia. La
lineare B è presente a
Cnosso tra il XV e XIII sec. a.C. e
certamente deve aver influenzato in una certa maniera la scrittura greca. Le
influenze esercitate dall’Egitto su Creta furono rilevanti e questo ci è confermato dalla cospicua
mole di materiale egizio rinvenuto nell’isola ed in particolare a Cnosso. La
evoluzione delle tre scritture in questione appare evidente confrontando i morfemi della proto-scrittura,
sensibilmente vicini alla scrittura geroglifica egizia, ripresi poi nel lineare
A che conserva ancora molto dei caratteri geroglifici (es.il segno egizio imAx [17]
risulta pressoché identico nel lineare A al pari di F2 e così via per diversi altri segni che
risultano per oltre metà derivati
dai geroglifici in forme più o meno marcate). Il lineare B non si discosta molto
dal lineare A. Trattasi di sistema
di scrittura alfabetica-sillabica.
Es. i-je-re-ja
(sacerdotessa), si scrive con quattro segni due dei quali si avvicinano
molto alla ed uno
algreciinke-re-si-ja (cretese) si possono rilevare altri due segni su
quattro vicini alla grafia greca ecc. Uno degli elementi più significativi,
scaturenti dalla grande scoperta delle scritture lineari da parte del Ventris
(chamato lo Champollion del XX sec.) consiste proprio nell’aver messo in
evidenza la sensibile influenza che queste scritture, composte di ideogrammi e
simboli sillabici, hanno esercitato sul greco arcaico. Quanto al cosìdetto disco
di Phaistos, tuttora indecifrato,
appare marcata anche in tal caso la forte influenza dei caratteri
geroglifici egizi. Confrontando l’iconografia dei segni della proto-scrittura
cretese con il disco di Phaistos ci si rende conto infatti della notevole
somiglianza grafica dei vari segni e quindi in ultima analisi la certa
derivazione di questi dall’Egitto anche se, giova utile rammentare, non se ne
conosce il valore semantico degli stessi. L’altro e certamente più importante e
fondamentale vettore del sistema di scrittura CV acquisito dalla Grecia è
rappresentato dal sistema di scrittura fenicio, a sua volta derivato dal
proto-cananeo. Verso il 1700 a.C.
gli egiziani conquistarono la
regione del Sinai ricca di miniere di turchese ed importante punto d’incontro del
commercio. La presenza egizia fu molto rilevante e finì coll’influenzare la
lingua semitico-occidentale (proto-cananea) nonché il sistema di scrittura di
quelle popolazioni. Tale evento risulta di straordinaria importanza in quanto lo
stesso dette l’avvio alla creazione del sistema di scrittura alfabetica che in
epoche successive, come si dirà, approdò nell’Ellade. La grande genialità che
ebbero i cananei fu quella di acquisire dagli egizi alcuni segni in uso in
quella scrittura (forse 22-23) e di utilizzare gli stessi per esprimere la loro
lingua. Non più miriadi di segni, pittogrammi, ideogrammi ecc., bensì poco più
di venti segni che, col sistema del rebus, riuscivano a
fotografare in modo esauriente il pensiero dell’uomo. Il vantaggio era
enorme perché scrivere con poco più di venti segni rendeva lo scritto facilmente intellegibile ad
una quantità maggiore di lettori e certamente con minori complicazioni
interpretative. I segni in questione ricalcavano grammaticalmente il meccanismo
consonantico in uso nell’Egitto. Per quanto detto l’alfabeto proto-cananeo si
può definire un alfabeto consonantico al pari dell’ugaritico di
epoca successiva, ma realizzato quest’ultimo con i caratteri cuneiformi. Nel
merito giova precisare che le popolazioni sinaitiche presero in prestito
dagli egizi soltanto i segni-parola (logogrammi) e non la lingua.
Pertanto si determina il caso che un segno corrispondente ad un certo valore
fonetico in lingua egiziana venga
utilizzato in lingua cananea per esprimere fonemi differenti. Prendendo
in esame alcuni segni di
questo alfabeto si può rilevare quanto segue: il primo segno proto-cananeo
corrisponde al segno egizio kA
(E1) testa di bue con il suono di consonante debole ‘ [18]
; il segno egizio N (N35) acqua increspata
ha valore fonetico n mentre nella scrittura proto-cananea assume il valore di m; il
segno egizio h (O4) casa corrisponde al b cananeo =
baith (casa) divenuto poi il
beta greco; il segno
trilittero egizio sqr (Aa7)
corrisponde al g cananeo; il trilittero Z11 due tavole incrociate
con suono imi corrisponde al monoconsonantico t cananeo; D (I10) cobra = naja haje
ultima lettera dell’alfabeto egizio dal suono g come gelato assume valore di n in
proto-cananeo; M22 (od anche il simile M23) dal valore fonetico sw (pron. conv. su) viene preso in prestito in proto-cananeo
con suono ş pertanto uno dei pochi casi di segni in linea di massima
coincidenti nel valore fonetico. Abbastanza interessante, a mio avviso, è anche
il segno sqr Aa7 stuoia di papiro con significato di
colpire. Questo logogramma, nella versione in uso a partire dalla XVIII
Dinastia, risulta invertito nella posizione ed in questa appare identico al g
proto-cananeo. La scrittura
derivata della proto-cananea è la fenicia. I segni di questo alfabeto risultano
leggermente modificati nella veste grafica rispetto alla proto-cananea. Così ad
esempio l’aleph testa di bue assume un aspetto orizzontale e più lineare
[19]
; il baith
al contrario si trasforma in un triangolo
verticalizzato con una coda; il g
si capovolge divenendo poi il gamma greco. I fenici erano dei
marinai, gente dedita ai commerci
in tutta l’area del Mediterraneo ed in guisa notevole proprio nei confronti della dirimpettaia Grecia [20]
. I frequenti contatti con questa terra favorirono
l’introduzione dell’alfabeto fenicio nelle regioni dell’Ellade. A questo punto
si verificò un altro evento rilevante nella lenta e lunga marcia all’alfabeto in
uso nell’occidente. I greci trasformarono l’alfabeto consonantico
fenicio in alfabeto vocalico o CV per renderlo maggiormente
adattabile alla loro lingua più aperta del semitico occidentale [21]
. Ancor oggi è noto che le popolazioni arabe hanno una
vocalizzazione estremamente chiusa, gutturale ben diversa dagli idiomi indo-europei.
Così dei segni consonantici fenici diventarono vocali: l’aleph semitico
diventa l’alfa greco; il monolittero egizio r (D21) bocca umana
corr. al suono consonantico debole ‘ nel proto-cananeo e fenicio
diventerà omicron ; l’h
(corrispondente al segno egizio A28 acquisito dal proto-cananeo e poi
successivamente trasformato in una specie di pettine nel carattere fenicio)
diventerà l’epsilon greco. In conclusione si possono riassumere le
seguenti tappe salienti relative alla evoluzione della scrittura che hanno
portato alla creazione
dell’alfabeto usato oggi in occidente: a) senso di progressione dell’alfabeto
ereditato dal cuneiforme Ugarit; b) acquisizione nel greco arcaico di alcuni
segni presumibilmente dalla lineare B cretese (segni di chiara derivazione
egizia attraverso la lineare A e la proto-cretese); c) presa in prestito di alcuni segni egizi e creazione di una
scrittura alfabetica consonantica da parte delle popolazioni proto-cananee; d)
evoluzione grafica dell’alfabeto proto-cananeo nell’alfabeto consonantico
fenicio; e) presa in prestito da parte delle popolazioni della Grecia
dell’alfabeto fenicio con introduzione dei suoni vocalici ergo evoluzione
in Grecia dell’alfabeto che da consonantico diventa consonantico-vocalico.
5. sul
processo evolutivo delle scritture
La
scrittura geroglifica ha una peculiarità che la rende diversa dalle altre
antiche scritture. La sua funzione era riservata esclusivamente alla sfera della
sacralità. Gli egizi appellavano questa scrittura mdw-nTr (pron. conv.
megiu-necer) cioè “parola di dio”, “verbo divino”. Partendo da tale
assioma appare oltremodo comprensibile che i testi in geroglifico
risultino fortemente intrisi di trascendenza. Ho sempre considerato le scritture
geroglifiche come delle icone ove l’immagine dorata deve mostrare i
valori dello spirito, l’irreale. Analoga considerazione, seppur in guisa
minore, la si può formulare per le
scritture derivate jeratica e demotica. Scritture che, seppur d’ uso comune
[22]
, pur tuttavia hanno costantemente rispecchiato una società fortemente permeata da
immobilismo, da una concezione della vita del tutto particolare almeno fino al periodo tolemaico, allorché
iniziò la forte influenza dell’ellenismo. La scrittura egizia risulta
sostanzialmente povera, cioè
esprimente un linguaggio essenziale ridotto ad una concettualità
semplice e lineare. Nulla di lontanamente paragonabile alla complessità del
pensiero espresso dai greci con l’utilizzo delle scritture alfabetiche CV.
La stessa grammatica di
questa lingua denota sovente un forte senso di staticità. Ad esempio nella
costruzione del verbo, elemento dinamico denotante un’azione da parte del
soggetto, si rileva
fondamentalmente un carattere statico dell’espressione. I valori dinamici
significativi del verbo risultano relegati entro il valore semantico dei singoli
lemmi. Giova rammentare che tutta la società egizia, dal sovrano al più umile
dei servitori, era ampiamente dominata dal così detto ordine primordiale della
dea Maat, la dea della giustizia, dell’ordine delle cose, oserei dire del
tutto. Ogni cosa, ogni evento era in sostanza predeterminato in una specie
di mondo delle idee di reminiscenza platonica. Il destino non era dettato
dalla casualità, bensì da un perfetto equilibrio, da una intelaiatura già
concepita e governata dalla dea Maat sin dalle origini. Nessuno poteva
opporsi a quest’ordine cosmico. Anche se una battaglia si fosse risolta in una
disfatta militare, i vinti superstiti avrebbero accettato serenamente l’evento
apparentemente negativo e questo perché rientrava nell’ordine delle cose e
soprattutto perché ciascuno era
conscio che alla fine dei tempi, l’Egitto avrebbe sempre trionfato su tutto e
tutti. Una weltanschauung così concepita, enormemente distante non solo
dal nostro mondo ma anche dal mondo greco maggiormente volto alla ricerca
ed alla speculazione filosofica, chiarisce le cause di tale
immobilismo, la staticità di una società che aveva alla base di tutto una spiritualità fortissima, tutta
proiettata all’aldilà. Ma se ciò corrisponde a verità in virtù di che cosa
l’Egitto ha primeggiato in maniera rilevantissima in tanti settori, dalla
matematica, all’ingegneria, astronomia ecc. forse più di qualsiasi altra
civiltà? I greci mostrarono sempre
atteggiamento reverenziale per questa civiltà definendosi sovente figli di
questa, la così detta interpretatio graeca oggetto di critica da parte
degli idealisti tedeschi [23]
. Il motivo di tale direi dicotomia sta nel fatto che
la ricerca sul piano scientifico e direi anche artistico era esclusivamente
indirizzata alla conoscenza di quest’ordine perfetto delle cose, in ultima
analisi alla conoscenza del divino [24]
. Quindi una ricerca oserei dire passiva, al contrario
del mondo greco ove esisteva lo
stimolo della ricerca, della speculazione al fine supremo del progresso
dell’uomo. La speculazione filosofica sorse in Grecia proprio in virtù di tali presupposti
anche se, ad onor del vero, la stessa si basò ab initio sul mito e la visione cosmica dell’Egitto [25]
. Sulla base di queste considerazioni, peraltro essenziali per
ben comprendere la problematica di che trattasi, si può capire il perché le scritture
geroglifiche si basarono su migliaia di segni rappresentanti il mondo nelle
molteplici configurazioni. Gli egizi erano certamente ben consapevoli che
avrebbero potuto risolvere il problema della lingua con i soli 24 segni
monolitteri costituenti l’alfabeto consonantico unitamente ad altri pochi segni.
Non lo fecero perché questa metodologia avrebbe fortemente penalizzato l’aspetto
estetico certamente preminente, tenuto conto delle particolari finalità di
questa scrittura. La scrittura doveva esprimere in modo accurato e preciso, il
mondo nelle molteplici configurazioni, in ultima ratio l’Egitto stesso.
Come accennato in altra sede le scritture dell’antico Egitto esprimono concetti
basati su elementi concreti, non traspare mai nelle stesse l’espressione
di un sistema di pensiero astratto. In proposito giova sottolineare che
il contenuto dei geroglifici, fortemente intriso di jeraticità, di sacralità è
pur sempre connotato da una esposizione dei fatti tangibile, lineare, del
tutto scevra da una concettualità astratta. La causa di tale caratteristica è in
parte certamente dovuta, per la struttura morfologica, alla scarsa adattabilità
di queste scritture ad esprimere pensieri, concetti non basati su elementi
tangibili. Ma la causa principale io credo va cercata nel particolare
comportamento della casta sacerdotale egizia. I sacerdoti, mandatari in
terra del dio Thoth, il dio della sapienza, della scrittura, erano i depositari
del sapere in senso lato. La casta sacerdotale era gelosa di tale
esclusiva e cercò sempre di impedire la trasmissione di tale sapere al popolo ed ancor più
agli stranieri. I sacerdoti basarono le loro conoscenze essenzialmente sulla
trasmissione orale, vero fulcro del sapere, lasciando alla
scrittura il compito oserei dire marginale di trasmettere ai terzi gli aspetti esteriori, formali delle
cose. Sulla base di tali considerazioni, a mio avviso, risulta difficile il
poter stabilire se l’uomo egiziano non sia stato incline, né tantomeno abbia
cercato di sviluppare un sistema di pensiero astratto, come afferma il Breasted,
od al contrario, come sarei propenso a ritenere, questi concetti restarono solo
appannaggio dei sapienti ergo la casta sacerdotale. Ben diversa la
valutazione per le altre scritture dell’oriente antico quali soprattutto la sumera e la cuneiforme. In linea di
massima la maggior parte dei copiosi reperti rinvenuti inerenti tali scritture
ci hanno mostrato finalità pratiche come documentazioni di atti giuridici
o strumenti contabili. In Grecia l’introduzione della scrittura fenicia ab
inizio fu accolta dalla classe dei sapienti con un certo scetticismo,
Socrate docet. Lo stesso Platone espresse inizialmente alcune perplessità in
proposito sostenendo che l’uso inveterato della scrittura avrebbe finito per
indebolire la memoria degli uomini; comunque in epoca successiva
pare che il divino plato ebbe a cambiar opinione. La scrittura fenicia non si prestava molto alla lingua greca [26]
, per cui così
come avvenne per i segni egizi ed il proto-cananeo [27]
, i greci realizzarono quel processo di vocalizzazione
sostituendo, a loro uso e consumo, alcuni segni consonantici fenici direi
“ignoti” alla lingua greca, trasformandoli in vocali [28]
. Altra innovazione importante che fu introdotta dai greci fu
il cambiamento del senso di lettura della scrittura fenicia che era sinistrorsa,
divenendo dapprima bustrofedica e poi definitivamente destrorsa. C’è da
rimarcare in proposito l’unica carenza a cui si presta tale tipo di scrittura:
la numerazione. Non esistendo lo zero nella stessa, l’espressione numerica è
rimasta sempre macchinosa e complicata sia in Grecia che a Roma. Com’è noto
questo problema fu risolto allorché gli arabi, con l’introduzione dello zero e
dell’analisi matematica su base diversa, resero fattibile un sistema di
numerazione nuovo basato sui numeri cosìdetti arabi . Tale sistema è oggi
praticamente usato in tutto il mondo perché adattabile a qualsiasi tipo di
linguaggio. [29]
Il nuovo alfabeto, introdotto intorno all’VIII sec. a.C., certamente riuscì a migliorare
sensibilmente le esigenze della
lingua greca. Occorre tener conto che nessuna logica può svilupparsi e
conseguentemente nessuna scienza può progredire senza uno studio dell’arte di
esprimersi. Tale ricerca scaturisce
da un idoneo approfondimento della grammatica, della funzione delle parole e
tutto ciò non può che materializzarsi se non utilizzando il sistema di scrittura
più idoneo ad una certo linguaggio. L’innovazione di che trattasi agevolò ed incrementò di molto l’uso
della scrittura in tutti i settori e quindi anche nel campo scientifico e
letterario. Prova ne è che l’inizio
del “miracolo greco” risale proprio a quei periodi. Contrariamente a quanto
ipotizzarono gli
scettici, la possibilità di lasciar traccia dell’operato
dell’uomo finì per far sviluppare in miglior guisa quella serie intercambiabile
di anelli che costituiscono non solo la storia di per se stessa, ma anche e soprattutto il progresso
dell’uomo. Pertanto si può ben definire una grande rivoluzione, una grande
svolta di vastissime proporzioni [30]
. La scrittura alfabetica CV è stata da quell’epoca direi la
scrittura dell’occidente, del cristianesimo, essa ha fotografato tutta la
storia di circa tre millenni, ha testimoniato da prima attrice tutte le
invenzioni ed il relativo progresso che ha caratterizzato l’occidente medesimo.
Forse oggi, alla soglia del III millennio, ci troviamo di fronte a radicali
cambiamenti nei sistemi di comunicazione dell’uomo; l’informatica, internet ed
altre forme innovative che certamente direi a breve scadenza avremo (il
progresso tecnologico aumenta certamente in forma esponenziale) io credo
finiranno per rendere obsoleta qualsiasi forma di scrittura da noi conosciuta.
Si tratta
di analizzare un altro importante aspetto della problematica connessa alle
scritture CV e cioè quale sia il grado di adattabilità di questo tipo di
scrittura nei confronti degli altri linguaggi appartenenti a ceppi diversi
dall’indo-europeo. In sostanza valutare se il grande, direi insostituibile e
determinante apporto fornito da questo tipo di scrittura alle lingue
dell’occidente possa essere estensibile sic et simpliciter ad altri
idiomi. Preliminarmente ritengo opportuno puntualizzare che la scrittura
alfabetica CV è stata introdotta in epoche più o meno recenti in diverse parti
del mondo con motivazioni estranee alle vere esigenze della lingua. Nel
particolare mi riferisco a tutti gli idiomi dell’Africa sub-sahariana che in
epoca recente hanno adottato i
caratteri latini per esprimere i loro linguaggi. E’ noto che l’introduzione dei caratteri latini
nell’Africa nera fu praticamente imposta dal colonialismo delle potenze del tempo (Francia, Inghilterra ecc.).
Si tenga altresì presente che i vari idiomi dell’Africa erano dialetti tramandati oralmente e pertanto non
supportati da idonei sistemi di scrittura. Analoga considerazione va fatta per
altri linguaggi, quali l’indo-cinese e l’indonesiano, ove l’adozione dei
caratteri latini risale ai periodi di dominazione francese nel primo caso e
olandese nel secondo. Resta difficile il poter stabilire, e nel merito esprimo
forti riserve, se tali forme imposte di scrittura abbiano realmente
costituito la miglior soluzione al problema per ciascun determinato linguaggio.
Fatta questa premessa bisogna considerare un fattore fondamentale: una scrittura
si sviluppa, prende una certa strada, in base alle esigenze della lingua
della popolazione che la usa. La scrittura alfabetica CV si è sviluppata in
occidente ed ha certamente contribuito al suo progresso essenzialmente perché
quasi tutte le lingue del ceppo indo-europeo si prestavano ottimamente a tale
sistema. Le lingue latine, slave e
germaniche appartenenti al ramo giapetico degli idiomi sono lingue
flessive al pari del sanscrito e naturalmente della lingua greca [31]
. Ora sia le lingue camitiche dell’epoca ma soprattutto le
semitiche antiche e contemporanee sono lingue che, pur essendo flessive al pari
delle indoeuropee, presentano delle strutture morfologiche profondamente
diverse. Le lingue semitiche attuali (ebraico ed arabo) ad esempio hanno per
caratteristica che ciascun vocabolo è formato da tre consonanti che possono
modificarsi inserendo vocali a seconda della categoria grammaticale e delle
funzioni morfologiche [32]
. Un sistema
alfabetico CV per le lingue semitiche diventerebbe poco adatto a quel sistema di
linguaggio. Analoga considerazione potrebbe essere estesa ad altre lingue e
scritture quali la cinese e la giapponese. Un esempio chiarificatore, a conferma
di quanto affermato, lo
abbiamo proprio se prendiamo in esame i collegamenti che sono esistiti tra la lingua e la scrittura di questi
due paesi asiatici. La scrittura giapponese ab origine prese in prestito
gli ideogrammi cinesi. Tale tipo di scrittura mal si adattava comunque per esprimere
la lingua giapponese antica (la yamato) essendo questa lingua agglutinante al
contrario della cinese che era
isolante. Dall’interazione tra la lingua yamato e la scrittura cinese nacque la
scrittura kojiki o tentai kanbun, tipo di scrittura che meglio si prestava
all’espressione della lingua giapponese. Diverso è il caso delle lingue
agglutinanti (ugro-finniche e turche) più adatte all’uso dell’alfabeto CV [33]
. Analogo discorso potrebbe essere azzardabile all’inverso per le lingue parlate
negli altopiani iranici e zone circostanti. In queste ampie aree dell’Asia gli
arabi imposero la loro scrittura. A mio avviso per queste zone geografiche di
lingua ed etnia indo-europea (gli iranici, i tagikki ecc.) forse la scrittura
alfabetica CV, per le considerazioni anzi esposte, sarebbe stata più adatta della scrittura
araba. Ma in tal caso ci si è trovati innanzi ad una vera e propria imposizione
di matrice religioso-politica. Per ciò che concerne l’antico Egitto, la scrittura geroglifica, essendo
finalizzata alla sacralità
ed al monumentale e pertanto non esprimente la lingua di uso
corrente, resta a mio avviso, esclusa da una concreta valutazione al
riguardo. Diversa al contrario è
l’analisi della scrittura copta e demotica. La scrittura copta sorse nell’Egitto
cristiano per finalità essenzialmente religiose ed il suo utilizzo restò, almeno
inizialmente, ristretto a tale finalità. Non era possibile ammettere nella
liturgia sacra cristiana la scrittura demotica espressione della religione,
delle tradizioni di un Egitto
pagano. I greci ideatori della scrittura copta, derivata dalla alfabetica greca
CV, furono costretti, al fine di
rendere utilizzabile tale scrittura ai dialetti dell’epoca, inserire nell’alfabeto copto ben sette
lettere di chiara derivazione egizia, fonemi indispensabili onde poter esprimere
le varie tonalità della lingua [34]
. E’ mio convincimento che la scrittura copta dovette
incontrare difficoltà iniziali dovute al fatto che tale sistema mal si adattava
alla morfologia della lingua locale. In proposito giova rammentare che nei primi secoli
dell’era cristiana la popolazione delle campagne, non ellenizzata [35]
, continuò ad usare fin verso il V secolo la scrittura
demotica, essendo la scrittura copta, come in precedenza accennato, relegata
esclusivamente o quasi alle funzioni liturgiche. La scrittura copta, a mio
avviso come detto, forzatamente introdotta per usi diversi da esigenze
linguistiche, mal rispecchiò la lingua del tempo ed è questa una delle cause, io
credo, che all’indomani della invasione araba dell’Egitto, la portò al rapido
dissolvimento [36]
. La struttura morfologica della scrittura araba era
certamente molto più affine alle scritture in uso nell’antico Egitto,
appartenendo entrambi i linguaggi ad un unico grande ceppo il camitico-semitico.
Per quanto accennato la scrittura CV, a mio avviso, non può essere definita la miglior forma
di scrittura adattabile ad un qualsiasi linguaggio. La caratteristica di questa
scrittura si presta, come visto, per determinati linguaggi, come ad esempio i
linguaggi flessivi dell’occidente e agglutinanti in genere (gli idiomi
appartenenti alla grande famiglia turanica). Sulla base di queste
considerazioni si può affermare che ad un certo linguaggio dovrebbe
corrispondere quella forma di scrittura più adatta allo stesso. A sostegno di
quanto detto pongo in evidenza il fatto che l’Islām per circa otto secoli, dal
VII al XV-XVI dell’era Cristiana, durante i secoli bui permeati dalla
scolastica, dall’oscurantismo dogmatico contrario alla logica [37]
e sino alla rinascenza, ha dominato il mondo culturale e
scientifico dando un apporto determinante in molti settori dello scibile umano e
dove l’asse portante, il vettore di tale sapere, è stato costituito
proprio dalla scrittura araba. Comunque al di là di tali considerazioni, solo in
apparenza restrittive, la incommensurabile importanza delle scritture
alfabetiche CV di fronte alla storia, pone le stesse direi in una condizione
forse unica rispetto a tutte le altre forme di scrittura. Queste scritture
infatti non solo hanno rappresentato l’immagine della nostra civiltà sin
dalla antichità classica ad oggi, ma
hanno altresì fornito un importante contributo, come parte attiva e
stimolante nel linguaggio, a questo processo evolutivo senza pari nella
storia dell’uomo.
Allen,
J.P. : Middle Egyptian,
Bernal,
M.: Atena Nera “le radici afroasiatiche della civiltà classica”, ed. Est
1997;
Bowman,
A.K.: L’Egitto dopo i Faraoni, ed. Giunti – Firenze 1997;
Garbini,
G. : La questione dell’alfabeto dall’opera “I Fenici” – Bompiani 1988;
Gardiner,
A.H.: Egyptian Grammar, Griffith Institute – Oxford 1994 ;
Moscati,
S. & Pallottino, M.:
Rapporti tra Greci, Fenici, Etruschi ed altre popolazioni italiche alla luce
delle nuove scoperte, Roma 1966;
Obenga, T.: La philosophie Africaine de la période pharaonique,
L’Harmattan – Paris 1990.
[1]
Si usa il
simbolo CV per indicare la scrittura alfabetica provvista sia di vocali (V) che
consonanti (C) in contrapposizione ai sistemi di scrittura consonantica
alfabetica e sillabica alfabetica.
[2]
Termine
coniato dal Breasted agli inizi del secolo scorso per identificare quella vasta
area geografica costituita ad est dall’alluvio mesopotamico, ad ovest dalla
valle del Nilo ed a nord a guisa di saldatura dalla Siria, Libano e Palestina
(il Ténéré egizio).
[3]
Le incisioni
rupestri più antiche risalirebbero, secondo molti autori, a 25-30 mila anni.
[4]
Termine qui
inteso come unità base in un linguaggio recante uno specifico significato.
[5]
I caratteri
cuneiformi (sistema di scrittura logofonetico basato prevalentemente su
meccanismi sillabici) risultano essere delle lineette inintellegibili perché
segni convenzionali collegati a dei suoni e pertanto del tutto difformi dalle
immagini, seppur grossolane della iconografia sumera.
[6]
Il
Rawlinson nel XIX sec. riuscì a
decifrare la famosa roccia di Behistun nella piana di Kermanshah in Iran scritta
in persiano, elamita, babilonese/neo-assiro, catalogate come Classe I, II, III. Tre lingue diverse che
esaltavano le gesta di Dario (Darjawush), per un solo tipo di scrittura il
cuneiforme.
[7]
Anche gli
egizi nei loro rapporti diplomatici
si servirono della lingua akkadica
utilizzando naturalmente i caratteri cuneiformi. Rammento le famose
tavolette di Amarna, in lingua akkadica, rinvenute nel 1887 ad Akhetaton (el
Amarna) inerenti un carteggio diplomatico tra Amenophi III, Amenophi IV
(Akhenaton) con Burnaburiash II re di Babilonia, Suppiluliumas (l’eg.
Sapalulu) re degli Ittiti e Tushratta re del Mitanni.
[8]
Ipotesi
interessante quella formulata dal noto orientalista Alessandro Bausani secondo la quale la progressione delle
lettere dell’alfabeto fenicio, che
riprende sostanzialmente la progressione dell’ugaritico, raffigurerebbe una
specie di calendario lunare ove alep, tet, ‘ayn e taw
rappresenterebbero, nell’ordine, l’equinozio di autunno, il solstizio
d’inverno, l’equinozio di primavera ed il solstizio d’estate.
[9]
Il logogramma
o lessigramma od anche
segno parola nelle scritture geroglifiche è rappresentato dal pittogramma
che può assumere valenza iconica
(ideogramma) od anaiconica (fonogramma).
[10]
James H. Breasted: The philosophy of
a Memphite priest “Zeitschrift für ägyptische Sprache und Altertumskunde”
pagg. 39-54 ed. 1901.
[11]
Il cosìdetto
ordine primordiale della dea Maat..
[12]
Il logogramma,
pur conservando un’iconografia inalterata, esprime un valore semantico
anaiconico.
[13]
Il Medio Regno
è il periodo classico della lingua egiziana antica, quello di maggior
studio.
[14]
Lo jeratico,
chiamato altresì corsivo, derivato dai geroglifici ma dal tratto grafico
più approssimativo, direi più rozzo rispetto alla ineguagliabile raffinatezza
delle scritture geroglifiche, era in sostanza la scrittura alternativa per gli
usi quotidiani, epistolari in genere.
[15]
Poiché i
logogrammi sono numerosissimi (la così detta scrittura tolemaica li fa
ascendere addirittura a circa 5000), lo scriba collocava accanto ai segni
bi-tri-consonantici i complementi fonetici ed i determinativi (tassigrammi) atti a non
generare confusione in fase interpretativa degli stessi.
[16]
I segni
monolitteri furono utilizzati in genere
come alfabeto soltanto per individuare nomi stranieri di località,
sovrani ecc. Proprio questa prerogativa aprì le porte a Young e Champollion
nella decifrazione di Tolemeo e
Cleopatra contenuti nella famosa
stele di Rosetta. Entrambi i sovrani erano, com’è noto, di stirpe greca (epoca
tolemaica).
[17]
Nel caso in
esame trattasi del segno F39 della lista Gardiner.
[18]
In
egiziano antico la consonante
debole A (G1) corrisponde all’avvoltoio egiziano (neophron
percnopterus) con valore fonetico pressoché identico all’aleph cananeo (א
ebraico e أ arabo).
[19]
Le due
corna del segno oramai
orizzontali nel fenicio diventeranno le due appendici dell’alfa greco.
[20]
I fenici
appellavano la Grecia col termine semitico ‘rep che significa occidente.
Da questa parola nasce il termine Europa per designare l’intiero continente
appendice dell’Asia.
[21]
Giova
rammentare che i contatti tra l’Egitto e
le regioni ad est del Sinai durante il II millennio a.C. furono rilevanti e
duraturi; ciò determinò una discreta penetrazione della lingua egizia in
quelle regioni e viceversa, per cui molti vocaboli egizi e semitico
occidentali hanno identica radice.
Di conseguenza i frequenti contatti dei fenici col mondo greco, oltre alla
scrittura, finirono per far
introdurre tra quelle popolazioni indo-europee molte parole di radice
camitico-semitica. Il Bernal addirittura parla di un 25% di origine semitica ed
un 25% di origine egizia. Al di là di tali percentuali, a mio avviso forse
esagerate, personalmente ho riscontrato ad oggi circa cento vocaboli acquisiti
dalla Grecia e dai latini di certa o probabile derivazione egizia.
[22]
La scrittura
jeratica fino ad epoca saidica fu scrittura per usi comuni; onde
renderne più rapita la stesura fu
appunto caratterizzata dalla unione dei segni tra di loro. Dal VII sec. a.C.,
con l’introduzione della demotica (appellata altresì nell’ottocento scrittura
encoriale), la jeratica finì per essere relegata per finalità pressoché analoghe alla
geroglifica.
[23]
Il Winckelmann
e la Scuola di Göttingen prima, gli idealisti ed i romantici poi furono i
fautori di un vero e proprio movimento di ellenomania. La Grecia era
figlia di nessuno se non della sua grandezza. Prima scintilla dell’arianesimo che degenerò poi
nell’antisionismo e nel razzismo. Unica critica che l’intellighenzia
germanica addebitò alla Grecia fu proprio la interpretatio greca,
cioè la descrizione “platonica”
e “pitagorica” che Plutarco ci dà della religione egizia, in sostanza la
convinzione del mondo greco di considerarsi figli della sapienza dell’Egitto.
Per gli idealisti tedeschi ciò era intollerabile, perché avrebbe
significato riconoscersi culturalmente discendenti da popolazioni
camitico-semitiche.
[24]
Questo
concetto di spiritualità, di
universalità fu acquisito dal Bruno, seppur in chiave
eliocentrica. Il filosofo nolano fu certamente il pensatore del
rinascimento – erroneamente definito dallo Yates mago ermetico – più
vicino ai principi della religione egizia, ove l’Ars Mathematica e la
Magia ne costituivano
parte integrante.
[25]
Difficile
poter disconoscere che i concetti di νόος (la mente così come si manifesta nel
pensiero e nella percezione) e λόγος (la parola, il verbo) non abbiano origine
da principi contenuti nella
cosìdetta Teologia menfita (cfr. J. Breasted, op. ib.) di epoca ben
anteriore ai filosofi greci.
[26]
Si rammenta
che il greco arcaico nel II millennio a.C. già utilizzò i segni lineare A e B
(miscuglio di ideogrammi e segni sillabici) che meglio rispondevano alle
esigenze di tale lingua.
[27]
In tal caso,
come visto, i segni seppur intercambiati tra di loro restarono comunque sempre consonantici.
[28]
Giova
rammentare per maggior precisione che
nel concreto i
suoni vocalici furono presi in prestito da alcuni segni consonantici
estrapolati dall’aramaico,
scrittura questa derivata dalla fenicia.
[29]
I numeri arabi
sono logogrammi, infatti ciascun numero è espresso da un determinato segno. Es.
il numero sette, che nella numerazione romana è espresso da tre segni
(VII) può essere letto, in
alternativa alle lettere alfabetiche s-e-t-t-e (cinque lettere), utilizzando i
numeri arabi mediante il segno 7. Chiunque legga quel segno, a qualsiasi lingua appartenga, sa che
possiede quel determinato significato.
[30]
E’ appena il
caso di rammentare che la scrittura greca si diffuse poi in altre regioni dando
luogo a diversi sistemi di scritture alfabetiche, dal copto all’etrusco, al latino, al georgiano, armeno,
cirillico ecc.
[31]
Non tutte le
lingue indo-europee sono flessive o affissanti, l’inglese ad esempio è
lingua isolante.
[32]
L’alfabeto
arabo, ad esempio, evidenzia soltanto le cosìdette vocali lunghe omettendo le
brevi.
[33]
Nelle regioni
dell’Asia centrale ex sovietica di lingua turca (Uzbekhistan, Kazakhstan,
Turkmenistan ecc.) la diffusione dei caratteri cirillici, od anche
l’introduzione dei caratteri latini in Turchia promossi dalla riforma Ata-Türk,
deve appunto essere vista in modo positivo proprio in virtù della tipologia di
questi idiomi.
[34]
Si parla di
scrittura copta e lingua copta. Per lingua si intendono convenzionalmente e forse in modo
improprio, i dialetti in uso nell’Egitto romano e cristiano. Questi dialetti
erano il saidico (il più diffuso,
usato nella zona di Tebe), il boairico
parlato nella zona del Delta (questo dialetto nella scrittura copta fu
utilizzato nella liturgia copto-cristiana), il Fayumico nell’oasi del Fayum,
l’Akhmimico (dalla città di Akhmin), il meso-khemico nelle aree centrali ed
infine il licopolitano o sub-akhmimico nell’alto Egitto e nel Kush
settentrionale.
[35]
Nelle grandi
città, come Alessandria, la popolazione era cosmopolita per la forte presenza di
greci immigrati ed ebrei. Costoro, unitamente agli indigeni ellenizzati, usavano
direttamente il greco sia parlato che scritto.
[36]
Seppur ancora
utilizzata, in taluni casi, fin verso il XV sec. la sua fase si può dire risolta ancor
prima del mille.
[37]
Non credo di
azzardare eccessivamente nel sostenere che la cosìdetta rinascenza carolingia, l’epoca di
Gerberto, può riassumersi soltanto
nella grande opera di memorizzazione ai posteri del grande patrimonio
lasciatoci dall’età classica.