STORIA DELLA COMUNICAZIONE

Siamo, è vero, in una situazione che non ha precedenti nella storia. Per l’abbondanza degli strumenti disponibili – e per un’ampiezza di diffusione che, almeno in parte, è accessibile dalla quasi totalità della popolazione. Ma in un allargamento apparentemente erga omnes ci sono profonde e significative disuguaglianze, come chiaramente rilevato dagli studi del Censis.In questo quadro complesso non è irrilevante cercare di capire per quale percorso, e con quale andamento, siamo arrivati alla situazione di oggi. E scoprire che alcune tendenze hanno evoluzioni veloci, altre molto più lente – e nessuna porta a un distacco totale rispetto al passato.

Un altro fatto, spesso trascurato, è che le nuove risorse di comunicazione si aggiungono a quelle esistenti, ma non le sostituiscono. Non siamo diventati afasici, alcuni millenni fa, quando abbiamo imparato a scrivere. Più recentemente la fotografia non ha eliminato la pittura, il cinema non ha sostituito il teatro, la televisione non ha soppresso il cinema, la musica riprodotta non ha fatto sparire i concerti – e così via. La diffusione dei mezzi elettronici ha aumentato, non diminuito, l’uso della carta stampata. Eccetera eccetera...Più che pensare a come un nuovo strumento può sostituire quelli precedenti, è interessante capire come si combinano – e come si evolvono interagendo fra loro.Un’opinione diffusa è che oggi tutto proceda in modo molto più veloce, che rispetto al passato i tempi siano continuamente e costantemente accelerati. Ma non è vero – o almeno non lo è in modo omogeneo e coerente.Ci sono situazioni, nel passato, in cui le evoluzioni delle risorse hanno richiesto secoli. Altre in cui fra l’invenzione di una risorsa tecnica e l’identificazione dei modi per usarla sono passati pochi decenni. Si notano fenomeni analoghi anche in sviluppi recenti.

L’evoluzione è sempre stata, ed è ancora oggi, disomogenea, discontinua e spesso imprevedibile.Si può discutere all’infinito su quanto la “sovrabbondanza” di informazione e comunicazione disponibile abbia aumentato o diminuito la nostra capacità di informarci e di comunicare. La risposta più semplice (e, credo, anche la più vera) è che dipende soprattutto da un singolo fattore, individuale e culturale: il desiderio e la capacità di ciascuno nel voler comunicare, saper ascoltare, saper distinguere e cercare le informazioni più interessanti.Alla comprensione di questi fenomeni (che non sono complessi solo oggi, ma lo sono sempre stati) può contribuire un po’ di analisi storica... che spero di essere riuscito a riassumere in queste pagine in modo Se ne parla poco. Lo si dà per scontato – o non lo si prende affatto in considerazione. Ma il “passaparola”, la rete infinita e difficilmente verificabile dei contatti personali, rimane uno dei più potenti ed efficaci strumenti di comunicazione e di informazione.

Non è concepibile alcuna cultura umana senza comunicazione. Si perdono nelle ombre remote della preistoria anche le origini dei sistemi di comunicazione a distanza – che fossero tamburi, segnali di fuoco o di fumo, gesti o suoni modulati come quelli che si scambiano anche altre specie animali.Ma una delle caratteristiche fondamentali del genere umano è la ricchezza e la complessità del suo linguaggio – che è e rimane fondamentalmente “lingua parlata”. Nel palese e vistoso dominio dei mass media siamo portati un po’ troppo facilmente a sottovalutare il profondo valore, e l’enorme potenza, del dialogo individuale.

Se questo è vero fin dalle origini della specie, un cambiamento importante c’è stato. E rispetto alla storia dell’umanità è molto recente. Nel diciannovesimo secolo ci sono state due innovazioni fondamentali. Il telegrafo (1844) e il telefono (1877) .In poco più di trent’anni (un tempo brevissimo nella storia) si sono create le premesse per dare alla comunicazione umana possibilità che prima non aveva mai conosciuto. Dallo spazio del villaggio o del quartiere si è passati a una dimensione che non è “globale” (estese parti del mondo sono chiuse, ancora oggi, da barriere tecniche, politiche o culturali) ma ha assunto dimensioni mai conosciute prima.

Naturalmente la comunicazione privata non è solo verbale. Da più di cinquemila anni si comunica anche con la parola scritta. Esistevano servizi postali organizzati nel settimo secolo a.C. in Egitto e in Mesopotamia, che più tardi si estesero nell’impero romano (nella stessa epoca c’erano sviluppi analoghi in Cina). Ma erano riservati alle autorità pubbliche.Oltre allo sviluppo della posta e del telegrafo, altre evoluzioni delle comunicazione scritta derivano dalla nascita della dattilografia nel 1874 e dei vari sistemi di fotocopiatura che seguirono all’invenzione della fotografia nel 1839. E poi, nella seconda metà del ventesimo secolo, la diffusione di telex e telefax (e della posta elettronica).

La stampa

Un fatto forse un po’ dimenticato è che l’Italia ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo della comunicazione stampata. Sono passati più di cinquecento anni da una delle rivoluzioni (o evoluzioni) fondamentali nella storia della comunicazione.

Metodi di stampa esistevano da secoli – ed erano usati, talvolta, anche per riprodurre testi scritti. Si stampava in “xilografia”, usando incisioni in legno, ma anche con caratteri mobili. Non solo in Cina, ma anche in Europa. Ma un cambiamento radicale era inevitabile – perché lo richiedeva la cultura rinascimentale e lo consentivano le risorse tecniche disponibili.

Fu Johann Gutenberg, nel 1450, a trovare la “convergenza” di diverse tecnologie che si erano sviluppate nella prima fase dell’era industriale, cioè nel quattordicesimo secolo. La metallurgia, che si era evoluta non solo per usi militari, fornì le basi per la fusione dei caratteri. Le tecnologie del torchio, nate dai mulini, offrirono le risorse per la stampa. L’evoluzione della chimica aveva portato a nuovi tipi di inchiostro. E la produzione della carta aveva avuto, specialmente a Fabriano, una notevole evoluzione, sia per “meccanizzazione” dei sistemi produttivi, sia per “costanza di qualità” del prodotto.

Un’intelligente combinazione di risorse diverse consentì a Gutenberg di consegnarci uno strumento che ha contribuito in modo molto rilevante all’evoluzione della cultura e della società umana.
(Vedi Le due facce della convergenza).

Ma il passo determinante, cioè la nascita dell’editoria, avvenne quarant’anni dopo a Venezia, per opera di Aldo Manuzio. Che era un umanista, non uno stampatore (si serviva della tipografia di Andrea Torresani da Asola). Non solo inventò un nuovo carattere, l’aldino, progenitore di tutti quelli moderni – e uno stile di impaginazione da cui ancora oggi possiamo imparare. Fu anche il primo a numerare le pagine per facilitare la lettura e la consultazione. Migliorò la leggibilità dei testi, con un uso più efficiente degli spazi e della punteggiatura. E sviluppò concetti fondamentali per la cultura editoriale, come la “redazione” dei libri e le “edizioni critiche” dei testi classici

In principio era il libro”. Ma la stampa periodica era già sviluppata nel Seicento – e nel Settecento esistevano i quotidiani. Ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”. La lettura era un privilegio di pochi. Solo nella seconda metà del ventesimo secolo si è arrivati a una situazione in cui “tutti” (o quasi) in Italia sanno leggere e scrivere.

Ma quanti leggono?  E che cosa?  Quanto c’è di vero nella diffusa opinione che “gli italiani non leggono”?  Molti studi (fra cui le ricerche del Censis) hanno dato risposte significative a questa domanda. Ma, prima di approfondire alcuni dati specifici su questo argomento, vediamo qual è l’evoluzione nel tempo – che segnala, nell’epoca in cui viviamo, una preoccupante mancanza di cambiamento.

 

I libri

Il libro non è nato con l’invenzione della stampa. C’erano libri e biblioteche cinquemila anni fa. Uno degli strumenti fondamentali dell’umanità “stanziale”, edificatrice di villaggi e di città, era la conservazione della parola scritta. Che fossero raccolte di documenti di coccio, rotoli di papiro o altri supporti di scrittura... erano libri.

Per chi, come me, si diverte con le etimologie – la parola “libro” ha origine dalle cortecce degli alberi – in particolare il papiro egiziano – da cui si ricavavano i “fogli” su cui scrivere. Derivano palesemente da “papiro” parole come paper in inglese o papier in francese e tedesco o papel in spagnolo. Una possibile origine della parola “carta” riporta a un altro antico metodo di scrittura, l’incisione su tavolette di cera. “Stampare”, ovviamente, deriva da vocaboli che significano “imprimere” e quindi ha un’origine analoga all’inglese print o al francese imprimer o al tedesco drucken.

Ma il libro come lo conosciamo oggi, fogli piegati, cuciti e rilegati, esiste da meno di duemila anni. Si diffuse fra il secondo e il quarto secolo d.C. Era di pergamena e si chiamava “codice” (mentre il “volume” era quello avvolto, cioè arrotolato).

La pergamena è più resistente del papiro, può essere piegata e cucita, permette di scrivere sui due lati, quindi è più adatta per i libri rilegati. La coesistenza del codex piegato e rilegato con il volumen arrotolato (o fogli distesi) continuò fino al dodicesimo secolo, quando l’uso del papiro fu definitivamente abbandonato

Pare che la carta fosse stata inventata in Cina duemila anni fa, come sostituto meno costoso della seta. Ma arrivò in Europa solo nel dodicesimo secolo – e fu largamente utilizzata trecento anni dopo, quando i libri stampati cominciarono a sostituire i manoscritti.

Fin dalle origini, non c’è mai stata un’epoca in cui i libri fossero solo “letteratura”. Le più antiche raccolte di testi scritti non erano quelle di poesia o narrativa (che rimasero per un po’ più di tempo affidate alla “tradizione orale”) ma di norme, leggi, documenti contabili o commerciali, contratti, rituali religiosi o di comportamento. O manuali tecnici e pratici di varie confraternite professionali. L’opinione diffusa fra gli editori di oggi, che i libri di più facile vendita siano i how to, cioè manuali (non sempre utili) su “come fare”... non è una novità. Ha radici nelle più antiche e remote origini dei libri o delle biblioteche.

I primi metodi di standardizzazione si realizzarono, dopo il Mille, con la nascita delle università, che richiedevano la produzione di libri e dispense in copie uguali, realizzate da botteghe organizzate di copisti. Nel Quattrocento c’erano imprese quasi “industriali” per la produzione in serie di manoscritti.

Ma naturalmente il grande sviluppo venne con l’uso della stampa. Si stima che la “tiratura” di un’opera pubblicata da Aldo Manuzio fosse di mille copie – e che il totale delle sue edizioni superasse le 120.000. La stampa si diffuse rapidamente in tutta Europa. Si calcola che nella seconda metà del Quattrocento si siano stampati 30 o 35 mila libri in 20 milioni di copie – più di quante ne potevano aver prodotto gli amanuensi in tutta la storia dell’umanità.Nel Cinquecento le copie divennero 200 milioni, le edizioni fra 150 e 200 mila. Di cui 45.000 in Germania, 26.000 in Inghilterra, 25.000 a Parigi, 15.000 a Venezia, eccetera. Lo sviluppo continuò a tal punto che nel 1680 Gottfried Leibniz si preoccupava di “un’orribile massa di libri che cresce incessantemente”.La diffusione dei libri è, ovviamente, aumentata con la crescita del numero di persone che sanno leggere e scrivere. Ma in Italia, anche se l’analfabetismo “totale” è quasi scomparso, ha una crescita stentata.

I mezzi “audiovisivi”

La comunicazione “audiovisiva” è antica quanto l’umanità. Non solo la comunicazione personale (gesti, suoni e parole) è intrinseca al concetto di “essere umano”, ma anche le comunicazione collettiva, dapprima del branco o tribù, poi di più ampie comunità, si è sempre attuata in forme organizzate di espressione basate sul suono, sull’immagine o su una combinazione delle due cose.Fin dalla preistoria si comunicava per suoni e per immagini. Si è evoluta nel tempo anche la comunicazione a distanza, con diversi usi del suono, dai tamburi alle campane – e vari generi di segnali visivi, coms segnali di fuoco o di fumo, bandiere, specchi, eccetera. C’erano forme antiche di “telegrafo”, come la catena di fuochi nella notte che permetteva a Giulio Cesare di comunicare con Roma dalle Gallie.

Forme complesse di comunicazione audio-visiva si erano sviluppate più di duemila anni fa nel teatro, con macchine, scenografie ed “effetti speciali” di notevole complessità. Anche l’uso della musica nel teatro (oltre che in varie cerimonie pubbliche) era abituale molto prima che nascesse il melodramma, cioè l’opera lirica come si è sviluppata negli ultimi trecento anni.Naturalmente molto è cambiato con le risorse moderne. Ma è bene ricordare che ci sono esperienze antiche su cui si basa l’uso di strumenti nuovi. Nessuna delle forme di comunicazione di cui ci serviamo è priva di radici nel passato delle culture umane.

Non sempre le risorse tecniche di cui oggi disponiamo sono usate bene. Quando la ricerca di “effetti” prende il sopravvento sui contenuti le tecnologie, invece di offrire un vantaggio, si trasformano in un danno. Questo non accade solo nel cinema, nella televisione o nell'internet, ma anche in molti altri casi

La radio

Le scoperte in campo elettrotecnico ed elettronico fatte tra la fine del 19° secolo e l'inizio del 20° secolo portarono alla costituzione dei primi apparecchi radiofonici ovviamente molto rudimentali e costosi. L'eccessiva onerosità dei costi e gestione rendevano l'apparecchio alla portata di poche e ricche persone. E' per questo che all'inizio la radio trova le sue applicazioni più salienti in campo militare e per esperimenti su larga scala. Significativo è l'esempio di utilizzo dell'apparecchio radiofonico per il salvataggio de naufraghi del TITANIC (1912).

Ma già dagli anni '20 i progressi in campo tecnologico associano la diffusione dell'apparecchio ad una fascia più ampia di popolazione Un’ ulteriore spinta alla diffusione della radio si ebbe durante la seconda guerra mondiale a causa dell'importanza che nel corso di essa venne ad assumere la radio, come strumento di attacco psicologico alle popolazioni nemiche,oltre all'informazione e propagazione tra le popolazioni amiche,in un momento in cui le operazioni belliche comprometteranno il funzionamento regolare di tutti gli altri mezzi. Ci possiamo rendere conto perciò che la comunicazione radio ha inciso in modo profondo, complesso, e multiforme nella storia del nostro secolo che ha subito una radicale trasformazione in ambito sociale.

Il cambiamento portato dalla radio fu una trasformazione profonda dei sistemi di comunicazione. Il concetto di broadcasting, di trasmissione estesa e immediata, non era mai stato pensabile, nella storia dell’umanità, su una scala così ampia.

È vero che le emittenti nacquero locali – e in buona parte ancora lo sono. La radio “di vicinanza” rimane una realtà importante. Ma già molti anni fa si potevano ascoltare, sulle “onde lunghe”, trasmissioni da luoghi remoti. Con la nascita della radio siamo entrati in quella realtà di comunicazione immediata e “globale” che rende quasi impossibile, per ci vive oggi, immaginare com’era il mondo quando non c’era alcuna risorsa di quel genere.

Non dobbiamo dimenticare che la radio si è sviluppata anche come strumento di comunicazione privata. La rete poco numerosa, ma estesa nel mondo, dei “radioamatori” ha avuto (e in parte ha ancora) un ruolo importante nei sistemi di comunicazione. E più tardi la citizen band si è diffusa con la creazione di comunità, come la proverbiale rete dei camionisti americani, che ha sviluppato un codice di comunicazione così particolare da far nascere dizionari della loro “lingua”. Le trasmissioni radio hanno trasformato profondamente il concetto di navigazione (nel mare, nell’aria e nello spazio). Insomma c’erano e ci sono, con strumenti radiofonici, attività di scambio e di dialogo paragonabili a quelle che si realizzano con la “posta elettronica” o con i telefoni cellulari.

Dopo la nascita della televisione molti hanno immaginato che potesse esserci un declino della radio. Ma così non è. La radio mantiene un ruolo importante e un ascolto diffuso, che non è stato sostituito da altri sistemi di comunicazione – e nulla lascia prevedere che possa avere un indebolimento nei prossimi anni.

La radio e successivamente la TV con i moderni mass-media abbiano svolto una funzione fondamentale nello sviluppo culturale di quasi tutti i paesi del mondo sconvolgendo interamente tutti i tradizionali rapporti spazio-temporali rendendo veramente simultaneo il nostro mondo. Al presente radio e gli altri mass media sono strumenti monopolistici di formazione del consenso popolare e di condizionamento dell' opinione pubblica di cui nessun governo saprebbe fare a meno. Infine dall' economia l'impulso allo sviluppo della comunicazione di massa e' venuto soprattutto attraverso il canale rappresentato dai contenuti e dai finanziamenti della pubblicità.

La televisione

All’inizio la televisione ebbe uno sviluppo discontinuo. C’erano stati esperimenti di trasmissione “elettromeccanica” di immagini nel 1884. Il tubo catodico era stato inventato nel 1897. La televisione esisteva come tecnologia sperimentale nel 1925 – a colori nel 1929. Le prime trasmissioni televisive avvennero in Gran Bretagna nel 1936 e negli Stati Uniti nel 1939. Ma la televisione cominciò a diffondersi dopo la seconda guerra mondiale. Molti, all’inizio, credevano che non sarebbe stata più di un giocattolo snobistico per pochi.

Dopo cinque anni di trasmissioni sperimentali, un regolare servizio televisivo cominciò in Italia nel 1954. Nello stesso anno si realizzò il primo collegamento in eurovisione.

Le prime trasmissioni a colori avvennero nel 1953, ma cominciarono a diffondersi nel 1960 (in Italia “divieti” politici impedirono la televisione a colori fino al 1977).

Il primo videoregistratore fu realizzato dalla Ampex nel 1956. Nel 1970 la Sony propose il sistema U-matic, tuttora dominante nel settore professionale. Nel 1975 lanciò il Betamax, che ebbe un successo iniziale, ma fu poi sostituito dal Vhs, nato nel 1976. Il “caso Betamax” è diventato proverbiale come esempio di sconfitta di una tecnologia di qualità superiore per affermazione commerciale di una meno valida.

I videoregistratori sono largamente diffusi nelle famiglie italiane, ma poco usati. Occasionalmente per vedere cassette, raramente per registrare. Il quadro potrà forse cambiare con la diffusione dei DVD (chiamati all’origine digital video disk proprio perché la loro maggiore capacità permette la riproduzione di un film) o con altre tecnologie che si potranno sviluppare. Ma quelle eventuali evoluzioni sono, ovviamente, imprevedibili.

La situazione della televisione in Italia, come tutti sappiamo, è cambiata più di vent’anni fa. Nel 1976 una sentenza della Corte costituzionale, dopo ventidue anni di incontrastato dominio della televisione pubblica, dichiarò incostituzionale il monopolio.

Il risultato fu una mancanza di norme chiare, che non impedì lo sviluppo di reti nazionali private, ma ne perse il controllo.

La situazione di “duopolio” risultante è quella che conosciamo, con tutte le conseguenze su cui si continua a discutere. Compreso il predominio di un “generalismo” appiattito che non favorisce lo sviluppo di qualità più precise e più adatte alle esigenze di un pubblico molto meno “omogeneo” di come lo si immagina secondo i cliché della “cultura di massa”.

In Italia non si è mai sviluppata la televisione “via cavo”, che in altri paesi ha avuto una larga diffusione. I motivi sono vari, ma il principale è uno. Quando stava per aprirsi la possibilità della diffusione “via cavo” in Italia, fu scelto invece di “liberalizzare” le trasmissioni “via etere”. Un’improvvisa crescita del numero di canali disponibili distolse l’attenzione dalle possibilità che avrebbe offerto lo sviluppo di aree “cablate” (che in altri paesi sono state, parecchi anni fa, anche il primo strumento di accesso alle trasmissioni satellitari). Anche nella ricezione delle trasmissioni dai satelliti l’Italia è in forte ritardo. Ora la situazione si sa evolvendo, ma ovviamente è troppo presto per poter fare ipotesi o previsioni su come si svilupperà nei prossimi anni.

La televisione a cinquecento o mille canali è ormai da tempo una concreta possibilità tecnica. Se si realizzasse permetterebbe un cambiamento radicale dei comportamenti. Ognuno potrebbe scegliere il programma che vuole, all’ora che preferisce. Ma la televisione “generalista” è radicata nelle abitudini (più di chi produce la televisione che di chi la guarda). Produrre e organizzare i contenuti necessari per una televisione più selettiva, che offra a ciascuno una larga libertà di scelta, è un’impresa molto impegnativa. Ciò che la tecnologia permetterebbe di realizzare in tempi brevi probabilmente si farà attendere ancora per parecchi anni.

Sappiamo che l’elettronica è presente in quasi ogni aspetto della nostra vita. Oggi funzionano con sistemi elettronici i telefoni, le automobili, molti elettrodomestici, un’infinità di oggetti e aggeggi apparentemente banali. Anche la stampa dei giornali e dei libri è prodotta in elettronica.

Ma qui si tratta di esaminare la storia e la situazione attuale di due strumenti “relativamente nuovi” che sono entrati nella nostra “dotazione” di informazione e comunicazione: il personal computere l’internet.

Il computer

Le macchine da calcolo esistono da millenni. Come l’abaco, che in mani esperte non è un banale “pallottoliere”. Un tecnico o uno scienziato può fare, con un “regolo” manuale, calcoli di sorprendente complessità. E stiamo ancora cercando di capire come gli architetti antichi riuscissero a calcolare con raffinata precisione le strutture degli edifici.

Anche i calcolatori di oggi hanno origini meno recenti di quanto comunemente si immagina. È solo un’ipotesi che fra i disegni di Leonardo da Vinci ci fosse qualcosa che somigliava a un calcolatore. Ma è un fatto che l’utilità del sistema binario per le macchine da calcolo fu definita da Gottfried Leibnitz nel 1701. Leibniz aveva anche progettato un calcolatore meccanico il cui prototipo era stato realizzato nel 1671. Prima di lui Wilhelm Schickard aveva ideato un calcolatore a orologeria nel 1623 e Blaise Pascal una macchina da calcolo (ricordata come “la pascalina”) nel 1642.

Per un secolo questi sviluppi rimasero nella mente e nei laboratori di filosofi e scienziati. Una macchina basata sul prototipo di Leibnitz fu realizzata nel 1775. Ci furono altri sviluppi alla fine del Settecento. Ma la prima calcolatrice “messa in commercio” (in un numero limitato di esemplari) fu l’“aritmometro” di Charles de Colmar nel 1823.

Il “progenitore” dei computer di oggi fu la difference engine progettata da Charles Babbage a Cambridge nel 1823 – con diversi successivi sviluppi fra il 1834 e il 1847. Ma solo nel 1853 furono realizzate le prime applicazioni pratiche, che ebbero scarsissima diffusione.

Nel 1848 George Boole definì i modelli algebrici che aprirono la strada alla realizzazione di elaboratori a calcolo binario novant’anni più tardi (si parla ancora oggi di “formule booleane”). Nel 1885 fu prodotta in serie una calcolatrice più compatta del precedente “aritmometro”. Nel 1889 fu inventata la prima calcolatrice stampante. Ma la produzione industriale di macchine da calcolo meccaniche cominciò nel 1892.

Quello che è considerato “il primo calcolatore logico programmabile” pienamente funzionante fu una gigantesca macchina a valvole costruita in Inghilterra nel 1943 per motivi militari, chiamata “Colossus”. La sua funzione era decifrare i codici delle comunicazioni cifrate dell’apparato militare tedesco. Si dice che la risultante capacità di intelligence abbia accelerato di due anni la fine della guerra. L’esistenza di quella macchina fu tenuta segreta fino agli anni ’70.

Un altro “progenitore” dei computer elettronici era Emac, un’enorme macchina costruita nel 1946 (aveva 18.000 valvole e occupava uno spazio di 180 metri quadri). Poco più tardi, nel 1948, con l’invenzione del transistor si apriva la strada alla “miniaturizzazione”. Nel 1949 Edvac (electronic discrete variable computer) fu il primo a nastro magnetico. Il primo di produzione industriale fu l’Univac della Remington Rand nel 1951. Si stima che nel mondo, nel 1953, ci fossero cento computer.

Nel 1957 l’Ibm realizzò il sistema Ramac (random access method of accounting and control) che è considerato il progenitore dei hard disk. Era formato da 50 dischi di 60 cm. di diametro e aveva una capacità di cinque megabyte. Costava, in leasing, 35.000 dollari all’anno. L’ipotesi di una larga diffusione del computer sembrava ancora molto lontana.

Nel 1971 nacque il primo “microchip”. Il processore 4004, lanciato nel novembre di quell’anno, è il “progenitore” dei microprocessori di oggi. Qualche anno più tardi la Intel ha riconosciuto che l’autore di quel progetto era un ingegnere italiano, Federico Faggin. Nel 1975 fu prodotto il Cray 1, il primo “super computer”, che divenne l’unità di misura per le successive generazioni di macchine (a metà degli anni ’90 si superarono i mille “cray”).

Ciò che gli studiosi avevano capito da molto tempo si è progressivamente tradotto in pratica, man mano che le applicazioni concrete dimostravano come il computer non sia solo una macchia da calcolo. Per esempio le tecniche di scrittura erano nate da un altro percorso. Le prime macchine dattilografiche esistevano nel 1874 (ma solo nel ventesimo secolo hanno avuto una larga diffusione). Si sono poi evolute fino al word processing, che è stato definito come funzione della dattilografia nel 1960 – mentre il primo word processor per computer commercialmente diffuso è nato nel 1979.

Intorno al 1980, quando ancora non si immaginava una diffusione estesa di computer per uso personale, cominciò a svilupparsi la convinzione che stavamo entrando in una nuova era. Dopo il nomadismo delle origini, i millenni della cultura e dell’economia agricola, e poi la rivoluzione industriale, era venuta, si diceva, l’era dell’informazione. Il che, in gran parte, è vero. Ma non ha, finora, raggiunto quegli sviluppi, umani e culturali, che era ragionevole immaginare, ma che nella realtà delle cose faticano a realizzarsi.

La disponibilità e la diffusione delle risorse continuano a crescere. Ci sono discordanze nei dati di varie fonti sulle vendite di personal computer in Italia, ma è credibile che fossero più che raddoppiate nel 2000 rispetto al 1995 e quadruplicate dal 1991. Non è chiaro se fra il 2001 e il 2003 ci sia stata una diminuzione o un rallentamento della crescita. Questo fenomeno (che si è verificato anche nel resto del mondo) non è dovuto solo a un cedimento economico e alle ridotte intenzioni di investimento da parte delle imprese. Riflette anche la (tardiva) percezione del fatto che non è utile sostituire macchine ben funzionanti con altre più “moderne”, ma non per questo più efficienti.

Ci stiamo avviando verso la situazione in cui, almeno nelle famiglie più “ricche” dal punto di vista dell’informazione e della comunicazione, il computer diventa un “elettrodomestico” di “normale dotazione”. Il problema, che resta ancora largamente da approfondire, è come viene usato. La domanda, cui non è facile rispondere, è se serve a scoprire nuove possibilità espressive e ad allargare gli orizzonti culturali – o se è solo, come accade in molti casi, “un altro modo di fare le stesse cose”.

L’internet

Era inevitabile che lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e dei sistemi di comunicazione portasse a qualcosa di simile all’internet. Strutture di dialogo e scambio in rete si sono sviluppate, indipendentemente l’una dall’altra, prima che il protocollo TCP/IP (cioè inter-net) diventasse la risorsa di base su cui i diversi sistemi si appoggiano.

Le origini concettuali si possono far risalire alla metà dell’Ottocento. Quando, per esempio, Ada Byron (figlia del poeta – nota come Lady Lovelace) si era interessata agli esperimenti di Charles Babbage con la difference engine, intuendo che lo sviluppo poteva portare non solo a “macchine calcolatrici”, ma anche a strumenti di informazione e comunicazione.

Ma passarono più di cent’anni prima che ci fossero sviluppi reali.

Un progetto specifico era stato proposto nel 1945. In un articolo sull’Atlantic Monthly Vannevar Bush (vicepresidente del MIT e uno degli scienziati dell’Office of Scientific Research organizzato dal presidente Roosevelt) proponeva un sistema capace di costituire una rete mondiale di condivisione della conoscenza. Lo chiamava Memex. Il progetto non fu realizzato, ma contribuì a ispirare gli sviluppi che presero forma vent’anni più tardi.

Nel 1958 fu costituita l’Advanced Research Project Agency, per iniziativa del presidente Eisenhower e del suo ministro della difesa Neil McElroy (che non era un militare, ma un civile: veniva dalla Procter & Gamble).

Nel 1964 una proposta pubblicata da Paul Baran (Rand) delineava i princìpi di quell’idea di networking che vent’anni più tardi prese il nome di internet.

Nel 1965 Ted Nelson inventò il termine hypertext per definire un linguaggio che permetta una gestione articolata nei contenuti (un concetto che era già stato definito vent’anni prima nel progetto Memex). Nelson aveva sviluppato anche le basi tecnologiche per un progetto che chiamò Xanadu, simile al Memex. Ma anche questo, per il momento, non fu realizzato.

L’idea di networking era “nell’aria”. Era evidente che qualcuno, presto o tardi, l’avrebbe messa in pratica. Il primo esperimento basato sui principi Rand fu realizzato nel 1968 dal National Physics Laboratory in Gran Bretagna. Intanto negli Stati Uniti nasceva il Network Working Group.

Ma l’iniziativa più concreta fu quella dell’Advanced Research Project Agency, che dal 1965 stava studiando le possibilità del networking e nel 1969 lanciò il progetto ArpaNet.

Fu stabilito il primo collegamento con quattro istituti universitari: l’UCLA a Los Angeles, l’UCSB a Santa Barbara, lo Stanford Institute e l’Università dello Utah. Si definì il primo protocollo di collegamento (NCPNetwork Control Protocol).

Nel 1971 nacque un nuovo sistema di “posta elettronica” – quello che oggi conosciamo come e-mail. Ray Tomlinson definì il programma per lo scambio di messaggi in rete. Nel 1972 fu adottato l’uso del segno @ (at) che in italiano è stato poi chiamato “chioccioletta”. Nello stesso anno fu costituito l’Inter Networking Group per definire gli standard della comunicazione in rete – e si cominciò lo sviluppo di quello che poi divenne il protocollo TCP/IP. C’erano 27 computer collegati all’ArpaNet.

Nel 1973 ci furono i primi collegamenti internazionali dell’ArpaNet con l’University College di Londra e con Norsar in Norvegia. Nel 1974 nacquero Telnet (il primo sistema che permette a chi ha un accesso a un servizio nella rete di collegarsi con un altro) e il protocollo FTP (File Transfer Protocol) che è ancora oggi largamente in uso.

Nel 1976 fu definito il protocollo UUCP (Unix to Unix copy) su cui dal 1979 si è basato lo sviluppo, indipendente dall’internet, dei newsgroup Usenet. (Dal 1986 è stato progressivamente adottato in Usenet il nuovo protocollo NNTPnetrwork news transfer protocol – ma la natura dei newsgroup rimane sostanzialmente invariata). Nel 1977 Dennis Hayes inventò il modem.

 

Nel 1983 fu adottato il protocollo TCP/IP e cominciò la diffusione dell’internet, che dal 1984 fu posta sotto il controllo della National Science Foundation. Nel 1984 fu anche messo a punto il sistema DNS (Domain Name System) su cui si basano gli indirizzi i rete – come quelli della “posta elettronica” e poi, dieci anni più tardi, quelli dei “siti web”.

Nel 1988 nacque IRC (international relay chat). Varie situazioni di chat, cioè di dialogo “in tempo reale”, esistevano anche prima, ma non avevano quella possibilità di “interconnessione” che si realizzò con IRC – e poi anche con altri sistemi, come ICQ (I seek you) dal 1996.

Nel 1988 fu identificato il primo worm o “virus replicante” capace di riprodursi e diffondersi attraverso “allegati” ai messaggi online. Nello stesso anno John Walker, fondatore di Autodesk, acquistò da Ted Nelson i diritti della tecnologia Xanadu e investì circa cinque milioni di dollari nello sviluppo. Ma l’anno dopo abbandonò il progetto perché venne a sapere che qualcun altro era più avanti di lui.

Nel 1989 Tim Berners-Lee al Cern di Ginevra sviluppò l’idea e le soluzioni pratiche da cui è nato il sistema world wide web. Totalmente aperto e gratuito, come le tecnologie e le applicazioni su cui si basa l’internet. Molti oggi confondono internet e web, ma non sono la stessa cosa. L’internet è la base su cui si appoggiano le risorse del linguaggio HTML (Hyper-Text Markup Language) che è la struttura del sistema web.

Nel 1991 Philip Zimmerman mise in distribuzione la prima versione di PGP (Pretty Good Privacy) che si affermò come il più diffuso sistema di crittografia. Nello stesso anno nacque Gopher, il primo sistema di “navigazione” nell’internet, cui poi si aggiunse Veronica (ma caddero in disuso quando l’ambiente web prese il sopravvento). Sistemi di ricerca in rete, meno facili degli attuali search engine, ma di non irrilevante efficienza, si basavano su FTP (file transfer protocol).

Il sistema web si diffuse gradualmente nella prima metà degli anni ’90. Nel 1993 Marc Andreessen rese disponibile in rete Mosaic (il primo browser) e un anno più tardi, insieme a Jim Clark, sviluppò Netscape. Nello stesso anno nacque Allweb, il primo “motore di ricerca” web.

Nel 1993 uscì il primo quotidiano online – il San Jose Mercury News. Il primo italiano fu L’Unione Sarda nel 1994, seguita da Il Manifesto nel 1995, La Repubblica e Il Sole 24 Ore nel 1996, La Stampa e il Corriere della Sera nel 1998.

I primi accessi all’internet “aperti a tutti” in Italia divennero disponibili alla fine del 1994. La rete cominciò a avere una diffusione “popolare” negli Stati Uniti nel 1997. In Italia ci fu una forte crescita delle connessioni a partire dal 1998.

Tuttavia, il problema non è la quantità totale dell’attività in rete, ma il modo squilibrato in cui è diffusa. La cosiddetta “globalità” è un mito. Per l’accumulo di diversi fattori (economici, culturali, politici – e anche di repressione e censura) nove decimi dell’umanità sono ancora esclusi dalla comunicazione in rete.

Per quanto riguarda l’Italia, c’è stato un cambiamento fra il 1999 e il 2000. Dopo molti anni in cui la nostra presenza online rimaneva a un livello basso rispetto al resto del mondo, la crescita in Italia ora è più veloce della media internazionale.

Dalle origini dei collegamenti all’internet fino al 1999 era prevalente, in Italia, l’uso della rete dal luogo di lavoro. Ma dal 2000 è maggiore la crescita dell’uso “domestico”. C’è stato un recente afflusso di giovani, mentre rimane scarsa la diffusione della rete fra le persone di età più avanzata. (A questo proposito vedi I “giovani” e la comunicazione e I “vecchi” e la comunicazione).

C’è un’evoluzione positiva per quanto riguarda la presenza femminile. Mentre era “tradizionale” che la rete fosse prevalentemente usata dagli uomini, oggi anche in Italia la percentuale di donne online è in continuo aumento e tende ad avvicinarsi alla “parità”.

Le differenze per categorie sociali ed economiche sono in progressiva diminuzione. C’è un evidente allargamento verso i livelli “medi” – mentre rimangono sacrificate, come è purtroppo ovvio, quelle categorie “basse” che soffrono, in generale, di una scarsità di risorse di informazione e di comunicazione.

Comunque i problemi ci sono: non solo la proliferazione dei virus (se ne conoscono più di 80.000) favorita dalle debolezze tecniche dei software più diffusi, ma anche l’esagerata diffusione dello spam, di fastidiose invasività e di truffe di varia specie.

 

I problemi, tuttavia, ci sono davvero. Non solo la proliferazione dei virus (se ne conoscono più di 80.000) favorita dalle debolezze tecniche dei software più diffusi, ma anche l’esagerata diffusione dello spam, di fastidiose invasività e di truffe di varia specie.

Che cos’altro può essere all’orizzonte?

Sullo sviluppo delle “nuove tecnologie” ci sono molti più discorsi (e polemiche) che fatti. Ci sono, finora, solo tre rilevanti nuovi sviluppi. La diffusione della telefonia mobile e, meno velocemente, del computer e dell’internet. Per il resto la situazione è statica e si continuano a constatare situazioni che non sono sostanzialmente cambiate da alcuni decenni.

Le possibilità offerte dalle tecnologie sono così tante che una sola cosa è certa: fra le molteplici evoluzioni immaginabili solo alcune si realizzeranno. E lo faranno, molto probabilmente, in modo diverso da come oggi si immagina o si prevede.

La storia ci insegna chiaramente che fra la possibilità teorica, o anche la disponibilità pratica, di una risorsa e la sua diffusione il percorso è discontinuo. Talvolta veloce, ma spesso più lenta di quanto sarebbe “tecnicamente possibile”.

L’importante è capire che l’informazione e la comunicazione non sono tecnologie. Sono esigenze umane. Possono, secondo il caso, essere una risorsa o un problema. E prima di pensare a quali altre meraviglie (o incubi?) potrà riservarci il futuro è fondamentale approfondire il modo in cui i sistemi disponibili sono usati – e come potrebbero essere meglio adattati alle esigenze umane.

 
Il personal computer, specialmente con l’uso delle tecnologie oggi più diffuse, è una delle macchine meno efficienti, affidabili e funzionali che siano mai esistite. L’internet è una risorsa sostanzialmente solida, e di non difficile uso, ma anche sulla rete si sono accumulati problemi e difficoltà derivanti dalla farraginosa inadeguatezza delle tecnologie di accesso che si sono inutilmente e fastidiosamente sovrapposte a soluzioni molto più semplici ed efficienti.
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Da quando, più di vent’anni fa, si è cominciato a capire che la “qualità della vita” non è esclusivamente un fatto economico, è diventato evidente che fra i fattori di povertà e ricchezza vanno considerate anche la quantità e la qualità di informazione. Nonostante la “globalizzazione” dei sistemi una larga parte dell’umanità è ancora tenuta in condizioni di grave ignoranza o condizionamento culturale. E anche nei paesi apparentemente più evoluti, come l’Italia, ci sono aree preoccupanti di privazione o limitazione.

Come mettono in evidenza gli studi del Censis, c’è chi soffre di scarsità di informazione e di comunicazione – e chi ne ha troppa. I due fenomeni non sono separati, ma si mescolano e si fondono in un quadro complesso.

Il paradosso dell’abbondanza

Ormai da parecchio tempo la percezione del benessere, il sogno di una crescita senza limiti, il mito di un’abbondanza senza confini, sono profondamente in crisi. Il disagio non viene solo dalla percezione, confusa quanto preoccupante, di problemi economici, che non affliggono solo i “grandi sistemi”, ma incidono sulla vita quotidiana delle persone e delle famiglie. C’è anche un disorientamento, una crisi dei valori, che dura da parecchi anni, ma comincia a essere diffusamente percepita.

Il 37° Rapporto Annuale del Censis (dicembre 2003) approfondisce quella situazione di disagio che si era già rilevata negli anni precedenti. Ma coglie anche i sintomi di nuovi sviluppi che potrebbero portare a un cambiamento.

qualcosa sta cambiando. In una cultura sempre più “disancorata” dai valori che appaiono, ma non sono, prevalenti le persone stanno prendendo coscienza della loro capacità di essere e di agire. (Alcune osservazioni a questo proposito si trovano in un articolo che avevo pubblicato nel settembre 2002 L’arca di Noè – e in due dell’ottobre-novembre 2003: Facciamo un passo indietro e Le ambiguità dell’innovazione.

Il rifiuto della “abbondanza” come valore assoluto e fine a se stesso è un fenomeno che non deriva solo dall’attuale percezione di rincaro dei prezzi, ristrettezza economica, incertezza e disagio. È una tendenza più profonda, che non esiste solo in Italia. Si manifesta, in un modo o nell’altro, in tutte le economie più “ricche”.

Nella fase iniziale di uscita dalla povertà, di espansione dei consumi, prevaleva il desiderio del more and more, più e più, l’abbondanza come valore e piacere in sé. Si è poi passati a una situazione più “matura”, in cui si bada alla qualità oltre che alla quantità (more and better, più e meglio).

Ora stiamo entrando in una terza fase, in qui la quantità comincia a essere percepita come negativa. Il valore è less and better, meno e meglio. In alcuni settori si comincia a capire che spesso less is better, meno è meglio. Non si tratta solo di quei casi, come l’alimentazione, in cui è preferibile limitare la quantità (senza sacrificare il gusto). Ci sono altre situazioni (in particolare nelle tecnologie) dove le soluzioni semplici sono più funzionali (e più affidabili) di quelle inutilmente complesse. (Vedi Meno e meglio e Meno è meglio).

La crisi dei mass media, con le loro sempre più gigantesche concentrazioni, l’intrico dei giochi di interessi e di potere, l’intrinseca e crescente lontananza dalla realtà e dai fermenti significativi della cultura umana, porta a quel declino che dieci anni fa Michael Crichton, inspirandosi al tema del suo libro più noto, definì “mediasauri”. Ma non è ancora chiaro, nella crescente molteplicità degli strumenti di informazione e comunicazione, come possano evolversi in modo meno “giurassico” – o che cosa li possa sostituire.

La quantità di “informazione” disponibile continuamente crescente. Ci avviciniamo a quel paradosso dell’infinito che Jorge Luis Borges definì “biblioteca di Babele”. Continuano a crescere anche le risorse di comunicazione personale. Il fenomeno della “congestione informativa” è noto e studiato da almeno un secolo, ma ha assunto dimensioni che superano le previsioni più azzardate. E intanto siamo caduti in un inatteso fenomeno di “congestione comunicativa”.

All’abbondanza di strumenti si unisce una sostanziale povertà di contenuti. C’è una crescente concentrazione. La “gerarchia” delle informazioni è sempre più centralizzata. In parte per una precisa volontà di predominio, ma largamente anche per la passività del sistema, che tende sempre più a essere ripetitivo e omogeneo. Notizie, interpretazioni, prospettive, commenti, opinioni tendono ad aggregarsi intorno a un unico modello – di linguaggio, di cultura e di contenuti.

Si pone per tutti (i “meno abbienti” come i “più abbienti” di informazione) un duplice problema. Da un lato, come destreggiarsi nella sovrabbondanza di materiale disponibile. Dall’altro, come andare oltre la superficie per cogliere informazioni, notizie e scambi personali meno generici e più significativi.

In termini storici e di evoluzione culturale (con tempi che si misurano in decenni o generazioni, non in mesi o anni) questo è un problema nuovo, che non abbiamo ancora imparato a capire e gestire. E tende a complicarsi continuamente perché l’evoluzione dei sistemi e degli strumenti è più veloce della capacità umana di governarli.

Cinquant’anni fa, quando stava per nascere la televisione, l’Italia non era solo un paese povero dal punto di vista economico, ma anche povero di informazione e di comunicazione. C’era un livello elevato di analfabetismo. Libri, giornali e telefono erano il privilegio di pochi. Neppure la radio era disponibile a tutti. La situazione è profondamente cambiata, anche se rimangono quelle diversità che i rapporti del Censis aiutano a definire e approfondire.

Il mondo dei sistemi di comunicazione e di informazione è un magma turbolento in cui ci sono state, e potranno ancora esserci, sviluppi inaspettati – e i cui i ruoli si mescolano con conseguenze in gran parte imprevedibili. Per capire l’evoluzione in corso occorre, come fanno gli studi del Censis, porre al centro dell’analisi i veri protagonisti: le persone, le famiglie, le comunità umane.

Allargare la gamma delle risorse è utile, se non necessario. Ma la “congestione informativa” costringe a scegliere. Non solo quali strumenti usare, ma anche come. Quasi senza accorgersene, persone e famiglie di fatto stabiliscono una scala di priorità. Spesso in modo un po’ troppo passivo – determinato dall’abitudine e dall’imitazione.

La crescente molteplicità di strumenti non crea solo una congestione – con conseguenti “crisi di rigetto”, già visibili in alcune situazioni. Pone anche a ciascuno la responsabilità delle scelte. A ognuno per il proprio “consumo” personale. E a chi ha la responsabilità di altri (genitori, educatori, “fornitori” di informazione) per il modo in cui orientano il comportamento dei loro “discepoli”.

L’Ottocento, secondo gli illuministi, doveva essere il “secolo dei lumi”, il dominio della ragione. Fu il secolo della rivoluzione industriale, del dissanguamento dell’Europa in guerre sempre più di massa, dei conflitti sociali e delle indipendenze nazionali, fra cui quella italiana. Il Novecento doveva essere, in quella visione che si celebrava in teatro con il “Ballo Excelsior”, il secolo del progresso, del riscatto dall’oppressione, della sconfitta dell’oscurantismo. Come sappiamo, le cose non sono andate proprio in quel modo.

Saranno gli storici del futuro a dirci se il ventunesimo secolo vedrà davvero fiorire la società dell’informazione, della comunicazione, dell’intelligenza liberata, della ricchezza di diversità e delle libertà individuali. Ma a determinare quel percorso non saranno le risorse tecniche. Né la carta e l’inchiostro, né i processori elettronici, né il networking, né i telefoni o le comunicazioni satellitari – né qualche altra tecnologia che potrà avere, in modo scarsamente prevedibile, una larga diffusione. Tutto dipenderà dai comportamenti e dallo “stato di coscienza” delle persone.

Questo è l’impegno che dobbiamo affrontare, con strumenti che non avevamo mai avuto prima, ma (almeno finora) senza un’adeguata capacità di usarli. Le “meraviglie del possibile” sono affascinanti, ma i risultati dipendono, oggi più che mai, dalle risorse umane.

Giancarlo Livraghi     gian@gandalf.it